OLINDO GUERRINI.
.
BRANELLI.
.
Parte 3.
.
1911. Floreal Liberty Editrice, MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
INDICE di questa parte.
.
Pandolfo Collenuccio.
Marco Foscarini.
Torquato Tasso.
Il monumento a Rabelais.
Rabelais in Italia.
Un Amleto italiano.
La cronaca di Dino Compagni.
Nella Costa.
Il romanzo sperimentale.
Il centenario di Metastasio.
Elzevir.
Nan.
Una biografia sbagliata.
Storia di Venezia nella vita privata.
Di un epistolario.
Le ricordanze del Settembrini.
Nuova corrispondenza di Sainte Beuv.
La Toscana e l'Oriente.
La morte del Ferruccio.
Les femmes qui tuent et les femmes qui votent.
Gerolamo Paturet e la borghesia.
Una famiglia aristocratica.
Un libro di Luigi Zini.
Il libro di bordo.
L'Evaso.
Lettere di F. D. Guerrazzi.
Uomini e tempi.
Di un giornale annuo.
Noterelle d'uno dei mille.
Filosofia.
...
.
...
FINE Indice.
...
.
...
PANDOLFO COLLENUCCIO.
...
.
...
Non  una monografia estesa ed analitica quella che il signor Carlo Cinelli ha stampato in Pesaro presso il Federici, intorno al Collenuccio: ma piuttosto un compendio, dove sono specialmente curate le cose che riguardano la storia cittadina. Tuttavia non mancano le notizie importanti ed i documenti nuovi o rarissimi, che sono oggi indispensabili a chi vuole scrivere di storia. La smania dell'inedito si  impadronita di tutti gli scrittori e, a dir vero, non si saprebbero trovare ragioni per biasimarla, visto i vantaggi grandi che ha fruttato ne' campi della storia; e per questo il Cinelli rovist nella biblioteca Oliveriana pesarese, negli archivi bolognesi, estensi, fiorentini e veneti ed altrove: del che gli va tenuto buon conto.
Se c' un argomento che possa tentare uno dei mille scrittori di monografie moderni, certo  la vita del Collenuccio, che dal 1444 al 1504 fu mescolato alle agitazioni italiane come uomo politico, e fu in contatto cogli illustri del Rinascimento come letterato.
.
Egli appartenne a quella generazione piena di attivit febbrile, che un frenologo avrebbe giudicata sviluppatissima nell'organo della combattivit. Nel secolo 15esimo tutti combattono, ed i letterati stessi furono dal Nisard battezzati gladiatori letterari. Quel che i condottieri fanno, lo fanno anche gli umanisti; e lo Sforza, Braccio da Montone, Gattamelata e il resto portano per le campagne italiane le violenze, le brutalit che il Valla, il Filelfo, il Poggio portavano nelle dispute letterarie. L'umanista pare che prima di trovare un argomento cercasse un nemico, proprio come il condottiero cercava un paese dove si combattesse.
.
Eppure quanta vitalit in questa era di battaglia! Sembra che l'energia, compressa nel medio evo dalla religione e dalla barbarie, si sfoghi ad un tratto e scoppi violenta dappertutto. La cerchia del piccolo comune chiusa agli estranei si allarga, ed i signorotti preludono alla formazione di maggiori Stati. La cerchia delle piccole cognizioni scolastiche  infranta, e la sete insaziabile di sapere spinge gli umanisti a tentare nuove vie, a imparare, idiomi nuovi, a cercare in Platone un avversario ad Aristotele, nel paganesimo dei costumi e della coltura una consolazione alle frigidit, alle tirannie di un cattolicismo secco, intollerante, oppressivo. La coltura avidamente cercata minaccia l'ortodossia che regna per l'ignoranza, e non  lontano il tempo che la chiesa dovr respingerla da s come velenosa e lasciarla emigrare con Erasmo o maledirla con gli Etienne, per martirizzarla poi in Galileo o bruciarla in Giordano Bruno. Nasce un nuovo ordine di cose.
Ma il Collenuccio se appartiene alla focosa schiera degli eruditi battaglieri e dei collerici polemisti, se si gett nella mischia colla Defensio Pliniana contro al Leoniceno, fu per distratto da altre cure. Discepolo del celebre giurista Cipolla, se le lettere debbono dargli la fama, la legge deve dargli il pane, e lo vediamo giudice a Bologna, vicario generale di Costanzo Sforza in Pesaro, podest di Firenze e di Mantova, consigliere ed ambasciatore del duca di Ferrara. A dirla crudamente, egli faceva il mestiere; anzi si mostrava pi sollecito del guadagno che ad un filosofo non convenisse. Certo a Firenze dovette compiacersi dell'amicizia degli illustri cortigiani del Magnifico, e ci restano testimonianze della sua intrinsichezza col Poliziano; ma la carica che teneva non gli concesse senza dubbio di darsi tutto a quell'entusiasmo di erudizione e di filosofismo che negli orti Oricellari celebrava i parentali di Platone, odorando un poco di eresia come l'academia romana di Pomponio Leto. Giureconsulto girovago, gli accadeva quel che accade ai nostri giudici inamovibili, i quali, arrivati in una citt, nuova per loro, sono accolti festosamente in tutte le riunioni, in tutti i clubs, in tutti i caff, ma rimangono sempre cittadini di un'altra citt, forestieri e fuori dell'intimit famigliare dei giudicabili. Era un prefetto accetto ed accarezzato, ma era sempre un prefetto che non vive la vita degli amministrati.
Il Collenuccio doveva essere punito proprio l dove aveva peccato. Una lite, nella quale egli difendeva con avara tenacit gli interessi suoi, lo trasse a compromettere anche Giovanni Sforza, signore di Pesaro; il quale, abusando della sua autorit, fece mettere il povero giurista in una oscura prigione, dove dopo diciotto mesi, lo venne a cercare l'intercessione di Ercole Bentivoglio che gli valse la libert. Di qui l'odio tra lo Sforza e il Collenuccio.
Il figlio di papa Alessandro VI, quel duca Valentino nel quale non si pu sapere se prevalesse la bollente energia o la fredda malvagit, cominci la sua impresa di Romagna, preludio, secondo il Machiavelli, all'impresa d'Italia. Per poco le idee unitarie del bastardo del papa non divennero realt e il Cesare fratricida non divenne il fondatore di una dinastia italiana. Ma i delitti stessi che spianarono la conquista del nuovo ducato al Valentino, allontanarono da noi l'onta di una gloriosa dinastia di Borgia che sarebbe ora lealmente costituzionale, adorata dai cortigiani di mestiere e di vocazione, glorificata dai giornali e dai giornalisti come la salute della nazione, come l'arca dell'alleanza, come l'evangelio vivo del bene inseparabile. Intanto il Valentino procedeva conquistando facilmente le citt stanche delle tirannie dei piccoli signori e certe che ogni cambiamento sarebbe sempre stato in meglio. Anche Pesaro sentiva troppo il peso del governo sforzesco, e temeva che le ire del Borgia contro l'antico cognato non si riversassero sulla citt innocente. Lo Sforza, marito gi di Lucrezia e sciolto per forza dai legami coniugali sotto il pretesto di una impotenza che non gli imped di aver figli con altre donne (che bell'argomento in favore del divorzio!) minacciato pi direttamente e pi implacabilmente dall'ira papale, cerc per un momento di difendersi, ma il terreno gli manc sotto.
L'aristocrazia pesarese, offesa spesso dal signore, il popolo tenuto fermo sotto la sua prepotenza, aspettavano nel Valentino il nuovo dominatore. Il Collenuccio scrisse un memoriale contro il vecchio tiranno, augurando il nuovo, e, senza dimenticare i propri interessi privati, portava all'invasore l'appoggio della sua discreta penna d'umanista e la sua autorit d'ambasciatore del duca di Ferrara. Lo Sforza intanto fuggiva, recando seco un tesoro di odii insoddisfatti, di umiliazioni da vendicare, che un giorno dovevano trovar sfogo, e il Borgia s'impadroniva di Pesaro senza colpo ferire.
Pochi mesi dopo, il ducato di Romagna era costituito in favore del bastardo del papa.
L'Alvisi, in un libro che avrebbe destato gli entusiasmi italiani se fosse stato scritto da uno straniero, ma che ha ottenuto gli elogi dagli stranieri e l'indifferenza nostra perch scritto da un italiano, ci ha fatto conoscere la storia del governo del nuovo ducato. Il Borgia fu un ottimo sovrano, per quanto i tempi lo comportavano, e gli studi del Cinelli concordano colla esposizione dell'Alvisi. La possibile dinastia Borgia avrebbe avuto forse un peccato originale incancellabile, ma, sino dagli esordi, una tradizione di buon governo da far sdilinquire nella pi melliflua ammirazione i giornalisti ufficiali ed i ministri dei Cesari venturi. Ma quella Provvidenza che nelle storie del Massari governa, Deus ex machina, gli eventi italiani, guast il bel disegno, e il duca di Romagna, alla morte del pontefice padre, perdette il ducato e il resto. I principi spodestati con poca fatica riacquistarono i domin perduti, ed ebbero agio di vendicarsi.
Tra questi lo Sforza, ma il Collenuccio era al sicuro. Ci volle tutta l'ingenuit del povero giurista e tutta la perfidia del tirannello feroce, perch lo scrittore del memoriale al Valentino si mettesse fra le ugne dello Sforzesco. Ci volle l'avara avidit dell'umanista per cadere in un tranello troppo facile ad essere evitato. L'antica lite fece tornare il Collenuccio a Pesaro, assicurato dalle promesse del principe, che non appena lo ebbe in mano lo fece strozzare.
Cos mor il giureconsulto di ventura, il letterato di occasione che non seppe resistere all'esca della ricchezza e non seppe dubitare della furberia dei tiranni ammaestrati a loro spese dal Valentino. Il suo testamento, scritto alla presenza del carnefice, pu commuoverci, ma non pu mutare il nostro giudizio. Solo pu farci desiderare che il Cinelli rifaccia quel che il Tratt non fece benissimo, e che questo saggio municipale diventi uno studio pi ampio e pi completo intorno ad un uomo e ad un periodo isterico degni di opera pi larga e pi profonda.
...
.
...
MARCO FOSCARINI.
...
.
...
Quando un edificio minaccia rovina, accorrono i muratori e l'edificio pu essere salvato: ma quando rovina uno Stato, pare che non ci sia rimedio alcuno, pare che nessuno uomo possa vincere il fato. Non giovano n ingegno n virt, n valore, e gli ingenui, i quali credono che gli uomini conducano gli avvenimenti a loro posta, rimangono sorpresi e non possono capire come l'opera di poche virt non abbia superato l'opera di molti vizi.
Una evidente prova della inutilit degli sforzi isolati per arrestare la comune rovina ce la d il signor Emilio Morpurgo nella monografia di Marco Foscarini edita dai successori Le Monnier. Il quarto ultimo doge veneziano fu appunto di quegli uomini che nati in un Stato fiorente ne accrescono la gloria e la potenza, ma che nati in uno Stato corrotto non riescono ad arrestarne lo sfacelo di un'ora soltanto. La fiacchezza, ci dice il Morpurgo, l'abbandono di ogni virile proponimento, la impotenza rassegnata di coloro che non osono levare la fronte contro l'avverso destino, furono le sole manifestazioni che il Foscarini pot raccogliere da' suoi concittadini. Egli sent e disse che il suo secolo doveva essere terribile ai figli ed ai nipoti, ma la sua fede non vacill, ma la tempra dell'animo suo non s'indebol mai. In tutti gli uffici che sostenne si mostr un veneziano degli antichi tempi e profess il culto delle memorie e pens e previde forse l'avvenire, mentre tutti attorno a lui non cercavano che l'oblo delle memorie e sfuggivano di pensare al futuro.  troppo chiaro quindi, bench il Morpurgo lo chiami un'enimma,  troppo chiaro che il Foscarini non poteva avere nessuna influenza sul tempo suo. Le ombre scappate dalla tomba non possono imprimere sulla terra l'orma del loro passaggio, e la virt, l'ingegno e la sapienza del Foscarini restano necessariamente inutili. Egli rimane un pensatore che non potr mai diventare uomo d'azione, e lo stesso glorioso cieco che sal primo le mura di Costantinopoli sarebbe stato impotente ed inutile ai tempi del Foscarini. Nell'ammiraglio Emo c'era la stoffa del vecchio Peloponnesiaco, ma a che cosa servirono le ardite imprese?
Cos accadde che questo veneziano arriv al dogato per mezzo della corruzione degli elettori. Non giovavano pi i diversi ed intricati gradi di scrutinio, la complicazione de' quali teneva quasi della cabala, ch le guarentigie del voto erano scomparse. Invano gli inquisitori cercavano di provvedere minacciando, ch i colpevoli sanno troppo bene che le minacce non saranno seguite da effetti, e continuano il mercato de' suffragi. La rovina de' commerci aveva oramai impoverito questa aristocrazia che sola governava, e la povert, triste consigliera aveva distrutto le virt antiche, il disinteresse, l'abnegazione, la fierezza. Il Doge, servo una volta dei sospetti de' nobili e delle promissioni giurate, ora diveniva affatto una finzione costituzionale, una bestia rara conservata in gabbia, come la lupa del Campidoglio. Se il culto delle antiche tradizioni non si fosse opposto, si sarebbe potuto benissimo mutare il dogato di elettivo in ereditario.
Infatti si attribuisce un troppo grave importanza alla diversit di questi due modi di successione. Gl'inglesi, per esempio, che in materia costituzionale se ne intendono, stimano leggera la differenza. Il Bagehot, ch' entusiasta della forma costituzionale ereditaria, confessa che le moltitudini disadatte in Inghilterra a far funzionare un governo elettivo, sarebbero spaventate se sapessero quanto sono vicine ad una tal forma di successione. La repubblica, egli scrive  gi penetrata tra di noi con le apparenze esterne della monarchia. Ed un altro pensatore esce in queste parole, le quali non si potrebbero usare parlando della costituzione italiana che tanto spesso invoca l'esempio della inglese: "Il Parlamento britannico non ha mai ceduto il suo diritto eterno di regolare la successione monarchica a propria volont. Se si vedesse la necessit di mutare la legge che disciplina ora siffatta successione sarebbe altrettanto agevole di farlo quanto lo fu ai tempi di Sigebert o di Etereld, di Riccardo II o di Enrico VI. Re di diritto divino non ci furono mai. Forse avviene da ci che i re nostri son tali anche per la grazia di Dio, ma in Italia bisognerebbe ricorrere a ben altri argomenti per modificare quel che ci fosse d'invecchiato o di sbagliato nella carta costituzionale."
.
Ma il Doge veneto non saliva alla dignit principale dello Stato per grazia di Dio. Non c'era bisogno di incomodare la divinit per esaltare un principe che in fondo era la prima vittima dello Stato. Nelle carte di promissione gli si faceva giurare di lasciarsi congedare se alla Signoria fosse piaciuto di deporlo, e del potere non gli si lasciava che la pompa. Il Foscarini, che con tutta la sua virt ed il suo sapere fu piuttosto il difensore che il correttore dello Stato, diventato Doge trov cresciuti gli ostacoli ad operare il bene. Alla inerzia invincibile del malato si un la necessaria impotenza del medico. Libero non aveva potuto operare nulla: il prigioniero ora nel sontuoso palazzo ducale, bendato, imbavagliato, incatenato dai sospetti dei grandi e dalla severit della costituzione, pass come tutti gli altri Dogi, senza infamia e senza lode, prova provata che gli avvenimenti o guidano o sopprimono anche gli uomini migliori.
Il libro del Morpurgo, utilissimo ragguaglio di un tempo cos vicino a noi e pure cos dimenticato, sembrerebbe quasi darragione a quella specie di fatalit che regge i popoli secondo la filosofia di Giuseppe Ferrari, a quella inevitabile legge di preparazione, di rivoluzione, di sosta e di regresso, che, se diventa discutibile spinta alla minuzia del calcolo delle epoche diviene evidente considerata pi largamente, fatta pi comprensiva. Alla sosta dell'oggi accenna gi di voler succedere domani il regresso che dar agio alla preparazione del cambiamento fondamentale. I fati conducono i volenti, trascinano i nolenti, quella legge storica inflessibile che nei discorsi della corona si chiama a sproposito della Divina Provvidenza.
...
.
...
TORQUATO TASSO.
...
.
...
Nella storia dello svolgimento intellettuale dei popoli, non meno che nella storia de' fatti, s'incontrano uomini che riassumono interamente in s tutto un momento dell'evoluzione. A questi esseri privilegiati noi diamo ora il nome di geni e speso sogliamo chiamare tutto un periodo di tempo col loro nome. Esso infatti lo riempirono della loro vitalit, gli impressero il loro suggello e si mostrarono il tipo pi completo e perfetto di ci che poteva produrre il clima storico in cui fiorirono.
.
Torquato Tasso rappresenta evidentemente il tramonto del Rinascimento, la fine di un secolo di gloria e l'avvento di un secolo di pazzia letteraria. Egli  il tipo pi squisito di quella maturit di una generazione d'ingegni cui tarda poco a seguire la putrefazione. Fate conto che la fine del secolo XVI sia come un banchetto di allegri gentiluomi sul punto di terminare. I convitati hanno gi quell'esaltazione che precede l'ebbrezza, quella facondia elegante e concitata che ingrandisce le minuzie, dispone alla discussione calda ma poco utile, e mostra che l'equilibrio del cervello comincia a pericolare per troppa tensione. La ricca ma vuota eleganza del Cinquecento sta per cadere nelle follie del barocco, appunto come il genio del Tasso sta per cadere nella lipemania.
Bernardo Tasso (n. 1493; m. 1569) padre di Torquato, fu letterato di gran conto, e la sua fama sarebbe forse maggiore se la gloria del figlio non avesse eclissata la sua. Cortigiano nel senso migliore della parola, come allora s'intendevano i gentiluomini e ne scriveva il Castiglione, serv Guido Rangone, Renata d'Este e Ferrante Sanseverino principe di Salerno. Caduto quest'ultimo in disgrazia di Carlo Quinto, Bernardo esul, fu in Francia e, ritornato, i duchi d'Urbino e di Mantova si servirono di lui. Mor governatore di Ostiglia.
.
Torquato nacque (1544) in un momento di calma per l'agitata vita di Bernardo; nacque a Sorrento tra le magnifiche pi splendide della natura, in primavera, frutto di un amore vivisimo ed invidibile. Tutto gli sorrideva dalla culla e nessuno avrebbe profetato al felice bimbo una delle esistenze pi travagliate che si possono trascinare al mondo. Vissuto colla madre sino ai dieci anni non pot comprendere quanto vi fosse di doloroso nell'assenza del padre allora esule: n certo l'istruzione che riceveva da' gesuiti doveva turbar molto la serenit di una infanzia fortunata.
Ma a dieci anni gli convenne lasciare il dolce e tranquillo nido di Sorrento per recarsi a Roma presso al padre. Oramai pel povero Torquato non spunter pi una giornata di calma come quelle che gli sorrisero sotto gli aranci fioriti e in faccia alla marina azzurra del suo luogo nato. Porzia de' Rossi, la madre amantissima che fino a quel giorno era stata il suo buon angelo, lo salut piangendo e, presaga in cuor suo di non dover pi rivedere n il marito, n il figlio, si ritir in un convento a piangere e ad aspettare la morte. Da quel giorno cominci la sventura a pesare sopra Torquato. Gli manc la felicit dal giorno in cui gli manc il sorriso materno.
Segu il padre nelle sue peregrinazioni, da Roma a Bergamo, a Urbino, a Pesaro, a Venezia. In questa ultima citt, dove allora venivano alla luce i tre quarti dei libri che si stampavano in Italia e dove per questo convenivano gli uomini pi colti di tutta la penisola, Bernardo Tasso dava alla luce il suo Amadigi e si faceva aiutare dal figlio a copiare ed a correggere. L'ambiente e le occupazioni svilupparono ben presto in Torquato l'amore alla poesia ma il padre, che dalle Muse non aveva cavato altro frutto che di dolori, contrast alla vocazione del figlio e lo mand a Padova a studiare giurisprudenza. Torquato ubbidiente and, e dopo un anno aveva fatto... un poema epico.
Il padre prima si adir di questa non rispondenza del figlio ai propri desidri; poi compiacendosi dell'ingegno che del poema traluceva e sapendo per prova che il mal di poesia una volta contratto non si guarisce pi, perdon e lasci stampare il Rinaldo.
Da Padova Torquato and a Bologna, di dove part ben tosto per dispiaceri avuti in seguito ad una satira che gli fu attribuita. Tornato a Padova, si diede a studi di filosofia e concep l'idea di cantare le crociate. Il Goffredo, aurora della Gerusalemme, data da quel tempo. Ben presto per il cardinal d'Este, cui egli aveva dedicato il Rinaldo, lo chiam a Ferrara, gentiluomo della sua Corte.
Giovane di ventun anno, bello d'aspetto, piacevole e veramente gentiluomo negli atti e nel discorso, gi in bella fama di poeta, Torquato si trov in una delle pi splendide Corti d'Italia, in un ambiente propizio alle lettere ed alla decorosa calma che si conviene agli studi. Invece egli trov in quella Corte la sua gloria, se si vuole, ma anche la sua sventura.
Al tempo di Alfonso II la magnificenza della Corte di Ferrara era veramente meravigliosa. Il solo cardinale Luigi aveva un seguito di cinquecento gentiluomini. Le feste succedevano alle feste, gli studi erano incoraggiati dal duca e le poesie e gli amori dalle belle donne. Ferrara conserva ancora, per quanto scaduta, il tipo delle sue belle gentildonne del Cinquecento, dalla opulenta leggiadria veneziana, un po' molle come in tutte le razze che vivono in climi umidi e tiepidi, ma meno languida. Le splendide gentildonne che portavano meravigliosamente nomi gloriosi e belt superbe, sorridevano volentieri al poeta gentiluomo anche esso, n reputavano che un omaggio di poesia macchiasse i blasoni storici o le vesti di broccato d'oro. Del resto i costumi assai facili in quel secolo erano facilissimi in quella Corte, e solo si chiedeva ai fortunati la discrezione. Indarno gi in Ferrara Lucrezia Borgia aveva portato la severit della convertita, e Renata la rigidezza ugonotta. Che fare in una Corte ricca, oziosa e raffinata, se non amare?
Le belle gentildonne come Claudia Rangoni, le duchesse di Scandiano, di Sala e di Lodrone, Livia d'Arco, Tarquinia Molza, Leonora Sanvitale e molte altre si contendevano la palma della leggiadria, ed il poeta si trovava come nell'incantato giardino di Armida. Egli filosofava d'amore nell'accademia ferrarese, scriveva per s e per gli altri sonetti d'amore, viveva insomma in un'atmosfera satura d'amore e propizia alle ebbrezze dei sensi ed alla sovraeccitazione degli affetti. Am Lucrezia Bendidio, am Laura Peperara, am forse anche qualche bella cameriera di Corte (che non disdegno signoria d'ancella), finch in questa tensione, in questo caldo che lo struggeva, os levare in alto occhi fino alle sorelle del duca, Lucrezia ed Eleonora. Un mistero copre ancora questi amori, che non si sa quanto fossero o fin dove corrisposti. Pare tuttavia che egli le corteggiasse tutte e due; che la maggiore, Lucrezia, che poi and sposa al duca d'Urbino, lo amasse; e che la minore, Eleonora, la Sofronia
.
Vergin... di gi matura
Verginit, d'alti pensieri e regi,
D'alta belt...
si lasciasse corteggiare per sventura del poeta, ma non corrispondesse al suo affetto.
In questo stato d'animo il poeta pose mano al poema immortale, alla Gerusalemme.
Oramai in Italia ogni tentativo di resistenza al cattolicismo romano era scomparso. Renata d'Este non aveva lasciato nessun neofito a Ferrara, e Barbara, la moglie del duca Alfonso, favoreggiava i gesuiti. Il romanesimo aveva vinto, e non c'era pi alcuno che non piegasse il collo al giogo del Concilio di Trento. Anzi una specie di entusiasmo religioso effimero in fondo, ma vivissimo sotto l'impressione del pericolo, si era destato dopo la battaglia di Lepanto. Il Tasso era cattolicissimo, che tanto la sua intransigenza religiosa aveva suscitato difficolt alla missione del cardinale d'Este in Francia, ed era stato costretto a ritornare a Ferrara. "Torquato, dice il Lamartine, era sinceramente e teneramente religioso, e si sentiva spinto verso quel soggetto non solo dalla musa, ma anche dalla piet. Egli era il crociato del genio poetico che aspirava a raggiungere, colla gloria e la santit dei suoi canti, i crociati della lancia ch'egli voleva celebrare. I nomi di tutte le famiglie nobili e sovrane di occidente dovevano rivivere in questo catalogo epico delle loro prodezze e meritare all'autore la riconoscenza ed il favore dei castelli e delle Corti. Le crociate erano il nobiliario dell'Europa, ed il poeta si faceva l'arbitro ed il dispensatore dell'immortalit ai discendenti delle vecchie famiglie... Finalmente il poeta era nel tempo stesso cavaliere ed un nobile sangue gli scorreva nelle vene. Celebrare gesta guerresche gli pareva unire il nome suo a quello degli eroi che le avevano compite sui campi di battaglia, e la religione, la cavalleria, la poesia, la gloria del cielo, quella della terra e della posterit si univano per consigliargli quell'opera".
Il poema cristiano per eccellenza era ormai condotto al fine quando il Tasso fece l'Aminta. La favola boschereccia, l'idillio un po' artificioso, ma fresco e tranquillo, nacque accanto alla severa epopea. Molti furono gli imitatori dell'Aminta, ma nessuno raggiunse la splendida serenit dell'originale. Lo stesso Pastor Fido del Guarini, sia composto a competizione coll'Aminta, o sia opera precedente e scevra d'imitazione come pare voglia l'autore, se in molti luoghi vince di forza e di efficacia la favola del Tasso,  per troppo tronfia e barocca per poterle contendere il vanto. Il tempo in cui l'Aminta fu composta e venne alla luce segna il pi alto e pi felice punto della fortuna del Tasso. Di poi ruin di sventura in sventura.
Finita la Gerusalemme, prima di stamparla volle sottoporla al giudizio altrui. Cattolico fervente e convinto, bench lo studio della filosofia gli avesse lasciato addosso un po' di quel platonismo, male cristiano, in cui vissero e scrissero il Ficino e Pico della Mirandola, era tormentato da dubbi di coscienza, da scrupoli di ortodossia delicatissimi. Ora, in quel tempo di reazione contro la Riforma, quando i gesuiti e l'inquisizione si contendevano il dominio delle coscienze, l'intolleranza de' giudizi ecclesiastici era cieca e importuna sino al ridicolo. Silvio Antoniano, uno dei giudici invocati dal Tasso, dichiarava che l'autore non doveva mirare a piacere ai cavalieri, ma ai frati. Di qui tormenti intimi e terribili nell'anima del povero poeta, finch il poema cominci ad uscire alla luce abusivamente, preso da copie manoscritte che gi circolavano. Se ne dolse senza frutto il poeta; protest il duca colla stessa energia con cui avrebbe protestato se gli avessero invaso gli Stati; ma oramai il poema era di pubblico dominio.
L'irritabilit del poeta si accrebbe e la sua stessa condotta cominci a dar segni di mutamento. Sensibilissimo alla critica, tanto che pochi come lui hanno perduto tanto tempo nella polemica, soffriva delle contrariet che l'invidia gli sollevava contro, e appunto allora la malignit dei cortigiani offuscati dal suo splendore lo prese a bersaglio. Sia che gli amori pi o meno platonici colle sorelle del duca, sia che un suo tentativo di lasciare la Corte di Ferrara per quella dei Medici gli alienasse l'animo d'Alfonso, il fatto  che s'accorse ben presto d'essere in disgrazia, e i suoi nemici trionfanti glielo facevano amaramente sentire. Il suo carattere si alter. Divenne cupo e violento. Schiaffeggi in pubblico un amico infedele, il quale per vendicarsi dell'oltraggio cerc di farlo assassinare. Il saper pubblicato il suo poema senza le correzioni che avrebbe voluto farvi nell'interesse dell'ortodossia, ridest i suoi scrupoli, e si credette scomunicato e dannato. Insomma la sua ragione diede un crollo, fu preso dal delirio della persecuzione, ed un giorno, nell'appartamento di Lucrezia, s'immagin che un servo fosse un nemico e trasse il pugnale per ucciderlo. Fu chiuso in un annesso del palazzo ducale in via di precauzione.
Scrisse al duca domandando perdono e fu liberato. Part per la campagna, torn, torment di nuovo il duca colle sue lettere di lipemaniaco, fu rinchiuso nel convento di San Francesco di dove fugg di notte senza denaro e quasi senza vesti. Si rec povero, malato, perseguitato, a Sorrento dalla sorella Cornelia, dove guarirono le infermit del corpo, ma non quelle della mente.
Impetrato di nuovo perdono dal duca, torn a Ferrara; ma poich gli parve che Alfonso fosse raffreddato verso di lui, fugg di nuovo ed err per l'Italia superiore finch lacero e cadente giunse a Torino. Ivi si ferm alquanto, ma, attratto dalla sua rovina come coloro che affacciandosi a un precipizio si sentono tratti a gettarvisi dentro, torn a Ferrara.
La prima volta era entrato nella citt e nella Corte degli Estensi quando il duca Alfonso sposava Barbara, figlia dell'imperatore Ferdinando. Vi tornava ora l'ultima volta, e vi tornava in mezzo alle feste magnifiche per le seconde nozze del duca con Margherita Gonzaga. Ma quale differenza! Egli non era pi il giovane bello, pieno di speranze, d'ingegno, cercato e accarezzato dalle dame e dai gentiluomini.
Tutti invece ora lo sfuggivano come un lebbroso, sorridevano di lui e lo additavano allo scherno pubblico. Il duca, le sue sorelle, tutta la Corte gli fecero sentire che egli non era pi il Tasso di una volta. Irruppe in minaccie, in contumelie di delirante, divent furibondo e fu chiuso nello spedale dei pazzi in Sant'Anna.
In un tempo non molto lontano, in cui la critica si faceva per simpatia e non per criteri positivi e scientifici, pareva eresia il credere che il Tasso fosse veramente maniaco. Si voleva vedere in lui la vittima o de' suoi amori, o de' suoi nemici.
La sua prigionia in Sant'Anna era messa a debito della tirannia di Alfonso, ed una pietosa leggenda s'era formata, per la quale il Tasso non era che un martire. Ma queste sentimentalit romantiche sbagliatissime, poich la fama del poeta non  sminuita in nulla dalla sua malattia, hanno ceduto alle indagini scientifiche, ed i medici lo dichiarano affetto di lipemania. Il Giacomazzi, il Verga, il Cardona, il Corradi convengono in questo e ne desumono le prove dalla vita, dalle opere e specialmente dalle lettere del poeta. Lo stesso Girolami ed il Rothe, bench cerchino di attenuare l'entit del male, pure convengono nell'ammetterlo: che anzi, oramai  provata anche l'influenza dell'eredit sullo stato morboso di Torquato, poich  noto che la madre fu oltremodo sensibile ed eccitabile, mentre il padre in varie circostanze della vita offr accessi ben caratterizzati di melancolia.
Oramai tutti ne convengono, anche i critici, come recentemente il De Sanctis, il D'Ovidio, il Canello; e ad ogni modo  facile vedere nelle sue opere come le grandi qualit della mente siano annebbiate da una forma morbosa, da cui vengono le sue stravaganze, le sue aberrazioni, le sue sventure. Egli stesso chiama la sua vita inesplicabile, e l'epistolario testimonia la contraddizione perpetua, l'eccitazione morbosa del suo pensiero. Tuttavia la leggenda non  spenta, ed Alfonso, che ha ben altri conti da rendere alla storia,  chiamato anche a rispondere dei tormenti fatti subire al poeta.  giusto?
Ma il nome di Torquato era troppo chiaro perch nessuno si commovesse alle sue sventure. Il papa, i duchi di Toscana, di Urbino e di Mantova intercedettero per lui, e dopo sette anni e due mesi di prigionia fu libero. Alfonso gli rifiut l'udienza di congedo chiesta e desiderata ardentemente. Leonora era morta, Torquato Tasso usciva da Sant'Anna e da Ferrara, ombra di s stesso, rovina di un genio immortale.
Fu a Mantova, err per l'Italia di nuovo e ripos a Napoli nel convento di Monte Oliveto. Gli scrupoli religiosi lo avevano ripreso, e compose la Gerusalemme conquistata quasi ammenda della Liberata. Non cercava pi che la compagnia di persone religiose e domandava la pace dell'anima esacerbata ed agitata al silenzio de' chiostri. Infatti, quando per intercessione del cardinale Cinzio Aldobrandini, cui egli aveva dedicato la seconda Gerusalemme, fu chiamato a Roma dal pontefice per essere incoronato in Campidoglio, ricover al convento di Sant'Onofrio sul Gianicolo. Ivi, alla vigilia del suo trionfo, si spense, accettando la morte come una desiderata fine dei suoi lunghi dolori.
Mor il d 25 aprile 1595. Aveva cinquantun anno. Fu sepolto, nella chiesa stessa di Sant'Onofrio, e l'umile pietra che lo copre  visitata assiduamente. Chi visita il sepolcro di Alfonso II?
Torquato Tasso, ingegno meraviglioso, personifica la seconda met del secolo XVI, come la prima  personificata dall'Ariosto. La reazione cattolica, la dominazione snervatrice dei gesuiti, l'aria malsana di una Corte bigotta al di fuori e corrotta al di dentro, possono aver molto influito a indebolire in lui la fiamma del genio; ma sarebbe ingiusto giudicare coi criteri dell'oggi una vita cos infelice trascinata pei triboli di tre secoli addietro. Ad ogni modo  da tener conto maggiore dell'opera sublime a lui cos afflitto dalla sventura e dalla malattia. Egli  pur sempre uno de' geni che onorano l'umanit, e se in lui qualche cosa  da meno, bisogner dire con Giacomo Leopardi: "Io credo che il Tasso non per altra ragione sieda piuttosto sotto che a fianco de' tre sommi nostri poeti, se non perch'egli fu sempre infelicissimo".
...
.
...
IL MONUMENTO A RABELAIS.
...
.
...
Nel giorno 25 del passato luglio, a Tours, fu scoperto il monumento dedicato a Francesco Rabelais. La statua, opera dello scultore Dumaige rappresenta il buon curato di Meudon in piedi con alcuni fogli nella sinistra e la penna nella destra. Sembra che pensi a qualcuno de' suoi matti personaggi e stia per scriverne qualche cosa, poich nella faccia energicamente modellata e pi nelle labbra grosse, un po' sensuali, appare come un sorriso incominciato che vuol finire in una allegra risata. Tranne una lontana reminiscenza delle notissime maschere de' fauni pompeiani che si pu sorprendere sui lineamenti della statua, l'opera  riuscita e buona.
Lo zoccolo porta scritti i due versi che stanno avanti al prologo del Gargantua:
Mieulx est de ris que de larmes escripre
Pour ce que rire est propre de l'homme.
Nessun monumento fu meglio meritato in questi tempi cos fertili di monumenti. Il Rabelais infatti dot la Francia di un genere letterario che non ha riscontro in nessuna delle letterature moderne, poich le fantasie del Swift, che nella parte mitica vi si avvicinano di pi mancano affatto poi di quella gaiezza, di quella sana allegria che stanno in fondo a tutti i capitoli del Gargantua e del Pantagruel. Si  voluto, specialmente dal Brunet, fare il Teofilo Folengo il padre legittimo del Rabelais, ma l'originalit di questo si rifiuta alle ipotesi di una paternit troppo discutibile.  ben vero che i due autori erano due frati sfratati per odio della vita claustrale, ma il mantovano cercava nella libert l'amore di quella donna che troviamo quasi deificata nel Caos del tri per uno, mentre il francese cercava la scienza esclusa da quei chiostri dove studiare il greco era segno d'eresia.
.
Certo il Rabelais conosceva le opere del Folengo e le cita e ne toglie qualche episodio, come quello notissimo dei moutons de Panurge. Con molti arguti ragionamenti si pu supporre che il Fracassus dell'uno sia il prototipo del Gargantua dell'altro e che Panurgio sia figlio putativo di Cingar; ma la condotta generale, l'intento, l'esecuzione delle due opere differiscono tanto, che la pretesa analogia non pu esistere altro che per coloro i quali leggono spensieratamente i libri di cui sentenziano. Eppure, solo a badarci, si vede che, mentre l'italiano cerca il ridicolo nella forma, nella parodia classica esteriore, il francese lo cerca invece nella sostanza, nella satira, nell'ironia acuta, affettando appunto una forma facile, quasi famigliare. Quando si trovano a sfogarsi contro i loro nemici i frati, Merlino declama con tutta la solennit retorica degli esametri sonanti, ingiuria, apostrofa, grida: mentre Alcofribas sogghigna raccontando freddamente come se non fosse fatto suo, scherza e ride come se non sapesse che le sue argute barzellette sono avvelenate. Le due satire sono diverse in tutto, come la satira classica e declamatoria di Salvator Rosa  diversa dalla satira moderna e fina di Giuseppe Giusti.
Se il piovano Arlotto ne' suoi scherzi avesse avuto un perch, se non si fosse contentato di far la burla per la burla, ma avesse usato utilmente del suo bizzarro ingegno, il curato di Meudon avrebbe trovato un rivale nel curato di San Cresei. Ma la fortuna nostra nol volle, ed invece di un libro che rinchiuda in s qualche cosa, come l'os mdullaire del Rabelais, abbiamo una insulsa raccolta di facezie cos cos.
.
Francesco Rabelais visse in un momento critico della storia moderna e fior in quella prima met del secolo 16esimmo che vide compiersi il Rinascimento e principiare la Riforma. Nei giorni del grande sforzo della Chiesa e del concilio Tridentino si elaborava infatti una rivoluzione nello spirito umano ed una crisi generale nel cristianesimo, ma in Italia pochi o nessuno seppero prender parte o profittare della Battaglia. Pur troppo il Rinascimento si arrest presso di noi alla parte formale, estrinseca. Gli umanisti avevano scossi tanti pregiudizi, sfidate tante scomuniche, per contentarsi, i pi audaci, di un platonismo alessandrino, per adagiarsi in uno scetticismo morbido ed indifferente, mascherato di paganesimo. L'Italia manc allora di forza e cerc negli antichi l'ispirazione e l'educazione del proprio genio artistico, cerc e raggiunse l'eleganza, la correttezza plastica, il gusto squisito: ma per amore della sua tranquillit epicurea non os abbandonare la ricerca della bellezza per la ricerca della verit. Per questo i pochi italiani, che come eccezione confermano la regola e ardiscono entrare nel campo temuto, odiano questa indifferenza degli umanisti che vuol parere stoica a forza di ingegnosi filosofemi, ma che in fondo rimane spesso cinica; per questo i pensatori italiani di quell'epoca protestano contro un'arte scettica che prodiga i suoi sorrisi al papa e all'imperatore, che offre le proprie carezze a chi la sa meglio lodare e pagare; per questo, frate Girolamo Savonarola brucia pubblicamente come vanit i quadri, le statue ed i libri neo-pagani. Il Rinascimento da noi manc di virilit, come di morale.
Cos l'Italia, che aveva dischiuse le porte di una nuova civilt al resto del mondo, si ferm sulla soglia. S'era avvicinata all'antichit piuttosto per entusiasmo che per freddo ragionamento, ed era stata guidata da una profonda passione per la bellezza, piuttosto che dalla sete di critica e di scienza. Cos aveva prodotto una miriade gloriosa di letterati, d'artisti e di poeti, e molto minor numero di veri eruditi e di filosofi originali. Gli umanisti di Francia, di Germania e dei Paesi Bassi, discepoli dei nostri, proseguirono invece l'opera appena abbozzata da Pico della Mirandola e, seppero conciliare il Rinascimento alla Riforma, almeno fino a che le rigidezze iconoclaste del calvinismo non infransero l'opera loro. Reuchlin, Erasmo, Bud, Melantone, de Bze, Ramus, gli Stefani, i Froben, Hutten, Lutero stesso, Calvino stesso, provengono direttamente dal Rinascimento italiano, ne traggono la loro forza principale, lo trascinano alla battaglia e vincono nel segno suo. A che giovano i sublimi artisti della corte di Leone X contro i polemisti d'oltralpe? A che giova Raffaello contro Lutero? Se i papi vorranno salvare il cattolicismo dovranno pure accorgersi che l'umanesimo italiano non resce a nulla, fermato com' alla forma, e dovranno ricorrere all'ultima ragione della guerra od al colpo di Stato del concilio Tridentino. Cos le maccheronee del Folengo che hanno toccato forse l'estremo della bizzarria e del ridicolo formale, rimangono ben vuote, bene inani, davanti specialmente agli ultimi libri del Pantagruel.
Se le fantasie dello Swift hanno qualche somiglianza esteriore con quelle del Rabelais, il concetto dell'opera, l'ispirazione, la condotta e la conclusione sono cos dissimili, che  forza abbandonare subito ogni tentativo di confronto tra il bilioso denigratore del genere umano e l'allegro difensore del buon senso e del senso comune. Plutarco stesso, maestro di arzigogoli da far parallelismi biografici, non ci potrebbe riuscire. Ma c' un libro immortale, cui ricorre subito il pensiero in questo genere di fantasie, ed  il Don Chisciotte; altro os mdullaire che sotto la scorza delle bizzarrie esterne racchiude la polpa di un intento letterario.
Per, a guardarci bene, l'esame, invece di confermare l'analogia, convince del contrario. Don Chisciotte pare un tipo del Rabelais rovesciato. Pantagruel ed i suoi giocondi compagni sono tante personificazioni del buon senso che compiono un viaggio attraverso le fallacie del mondo esterno e le riducono al loro vero valore giudicandole serenamente o mettendole argutamente in canzone. Nel cavaliere mancego accade invece l'opposto. La menzogna  dentro di lui poich egli  pazzo, e il buon Sancio glielo dice spesso ed egli medesimo confessa loco soy, loco he da ser. La fallacia qui non  pi oggettiva, ma completamente soggettiva, poich mentre i bravi pantagruelisti, sani di spirito, si muovono in un mondo fantastico, il cavaliere dalla Triste Figura porta a spasso i fantasmi della sua mente nel mondo reale e contemporaneo. Mentre les nobles champions tagliano a pezzi sorridendo giganti ariostei e fecondi indigeni di Utopia, e compiono ironiche prodezze contro vanit che paiono persone, il povero Don Chisciotte trasforma invece nella sua mente malata i mulini a vento in cavalieri, le osterie in castelli e le serve in damigelle. Il punto di partenza  dunque affatto opposto.
E di qui viene anche la grande diversit d'intonazione dell'opera intera, poich mentre nel romanzo spagnuolo domina una certa malinconia desolata, nel francese ride un'allegria inesausta e piena che vi accompagna dal primo all'ultimo capitolo. Il povero soldato di Lepanto, che aveva vissuto una vita di miserie e disillusioni, che cominciava in carcere il suo capolavoro, assistendo alla decadenza della patria, non poteva abbandonarsi spontaneamente alla ilarit del francese del Rinascimento, che anche nelle traversie proprie e della patria poteva conservare inconcussa la speranza, nell'avvenire e la fede nel trionfo della ragione. Don Chisciotte non ci fa ridere, ma ci fa piet; appena desta un sorriso che lascia la bocca amara, e ci vogliono quasi persuadere d'aver sott'occhio un libello letterario contro i romanzi cavallereschi, invece di una satira profonda contro l'amore della gloria e l'entusiasmo della generosit. Il povero pazzo cade sotto l'ultimo disinganno, e non pu sopravvivere ai fantasmi splendidi che avevano consolato le sue tribolazioni. Egli chiude gli occhi per sempre quando gli vengono meno le due grandi forze della vita, la fede e l'amore; e la sua morte chiude dolorosamente la melanconia odissea, dove il sorriso non  che pianto represso. Pantagruel ci conduce invece allegramente con lui sino all'oracolo della diva bottiglia, il cui bacchico responso conclude il libro come un sonoro scoppio di risa. Cos, a dispetto di certe analogie esteriori che condussero il Gervinus fino a metter il Mendoza e Quevedo de Villegas accanto al Rabelais come inventori del romanzo comico, si pu concludere che i confronti tentati da molti, dal Montaigne in qua, peccano, non solo di precisione, ma di fondamento, e che il curato di Meudon  solo e grande in un genere letterario non tentato dallo stesso Cervantes.
Certo mancano poi al Rabelais parecchie qualit estrinseche, le quali mancarono a quasi tutti gli umanisti non italiani. Il gusto in lui specialmente non  molto fino, ed i suoi scherzi grassi, le sue allusioni poco pulite peccherebbero mortalmente di volgarit se alla gauloiserie sboccata il tempo non avesse dato quella vernice d'arcaismo che copre molte magagne. I nostri scrittori del Rinascimento, eccettuati gli schiettamente pornografici come l'Aretino e il Franco, quando si trovano in faccia ad una particolarit scabrosa cercano di mascherare la volgarit coll'argutezza, e ci troviamo cos ricchissimi di motti, di proverbi, di frasi che paiono scherzi e in fondo sono vere oscenit. Il Rabelais invece, come poi Beroaldo di Verville, il Despriers e gli altri conteurs gaulois, non rifuggono dalla parola propria, dalla frase tecnica, e narrano con tranquilla fronte i loro aneddoti scatologici.
Cos il Gargantua ed il Pantagruel, che potrebbero quasi dirsi libri di educazione, debbono esser tenuti lontani dagli adolescenti curiosi.  ben vero che questo turpiloquio sta nel libro come il pepe in certe vivande e ne aguzza il sapore.  vero che adoperando sul Rabelais le forbici dei correttori del Boccaccio si cincischierebbe il libro intero e si ridurrebbe ad un insulso racconto da bimbi: ma  doloroso che sia cos, poich il cant italiano, ben pi ipocrita in certe cose di quello degli inglesi, ci ha impedito finora di avere la traduzione di un'opera insigne, come l'hanno altre nazioni europee che non sono per questo n pi immorali n pi sboccate di noi.
L'anno scorso a Certaldo fu inaugurato un monumento al Boccaccio: quest'anno a Tours uno al Rabelais. Lasciamo i rimpianti agli scandalizzati che adotterebbero volentieri le perifrasi britanniche per esprimere i calzoni, e caviamoci il cappello, sperando che queste inaugurazioni siano un sintomo buono.
...
.
...
RABELAIS IN ITALIA.
...
.
...
Pur troppo Francesco Rabelais  quasi sconosciuto in Italia. Gl'Inglesi hanno la traduzione dell'Urchard che  reputato il miglior lavoro possibile in simil genere, ed i lavori lessicografici del Coltgrave valsero a far conoscere l'originale anche a coloro che hanno poca famigliarit colla lingua francese del secolo 16esimo. I Tedeschi, oltre la fortunata imitazione del Fischart, hanno la traduzione di Gottlob Regis, molto pi recente, e ricca di un lavoro pazientissimo di riproduzioni, varianti, confronti e note, che pu parer pesante a molti, ma che non cessa di essere curiosissimo. L'Olanda ha la traduzione di quel Claudio Gallitalo che il Graesse, senza dubbio per errore, chiama Gabitalo. L'Italia invece non solo non ha traduzione alcuna, ma con tutto il contatto che ci fu tra la letteratura nostra e la francese, prima ai tempi di Francesco I, poi a quelli di Enrico IV, non ci  dato di rinvenire presso nessun autore il nome del Rabelais, o qualche allusione al suo libro. Sbaglier, ma fuori di queste parole:-Cominci a voltare, quando la vita del francese Gargantuasso-che si trovano nelle Piacevoli et ridicolose facetie di M. Poncino della Torre, cremonese (Venezia, Salicalo, 1609, facezia 46), non c' da trovare altro. E forse questa allusione non  diretta all'opera del Rabelais, ma alle tradizioni popolari sulle quali egli lavor il primo saggio del Gargantua, pubblicato a Lione nel 1532.
.
Quali sono le ragioni per le quali il Rabelais non fu e non  conosciuto in Italia? Certo l'Italia in passato ebbe, in argomento di letteratura, piuttosto un commercio di esportazione verso la Francia, che di importazione; commercio che ora  affatto invertito, per quanto l'Italia cominci lentamente a produrre del suo ed a guadagnare il tempo perduto in sterili battaglie di scuole, di lingua, di ipocrisie devote. Pure la prevalente esportazione letteraria al tempo degli ultimi Valois e dei primi Borboni, non pu spiegare questa ignoranza italiana intorno al Luciano, all'Apulejo moderno. Quando Enrico Estienne scriveva i suoi dialoghi du nouveau langage franois italianiz ed il Ronsard si compiaceva di quei latinismi ed italianismi messi in caricatura dal Rabelais col suo escolier Limousin qualche anno prima, gli Italiani non esportavano soltanto. Le stesse invasioni francesi portavano in Italia qualche cosa delle letterature d'oltralpe, e pi tardi, al tempo di Caterina de' Medici, gli scambi divennero tanto reciproci da poter dire che Arrigo Caterino Davila ci venne di Francia. Aggiungasi che il Rabelais fu tre volte in Italia e fu in relazione coi signori romani, da quel che che appare nella Cosmografia del viaggiatore Thevet. E certo il bizzarro frate sfratato fece bel altro a Roma che cercar semi d'insalata pel suo amico il vescovo di Mailezais, ed il suo primo pensiero non fu certo quello d'importare in Francia la lattuga romana. Il Vescovo, ci dice il Colletet, gli affid importanti e delicatissimi affari; e le sue suppliche al Papa per essere assolto dalle censure incorse nell'abbandonare il convento, e la bolla di Paolo III (27 gennaio 1536) che gli accordava il chiesto indulto, dovettero obbligarlo e frequentare illustre persone e colte societ. Come dunque, dopo la fama a cui sal dappoi, nessuno a Roma si ricord di lui, nessuno in Italia seppe il suo nome? Come mai, di uno dei pi grandi scrittori di una principalissima lingua neo-latina non si hanno traduzioni che nelle lingue del settentrione, ed  appunto presso i popoli del mezzod, ai quali il Rabelais appartenne e pei quali scrisse, che il suo nome  poco meno che sconosciuto?
Prima di tutto non  paradosso il sostenere che i contatti del Rabelais coll'Italia furono appunto una delle ragioni che valsero a impedire la mutua simpatia. Il Rabelais non fu della tenera pasta di Abraham giudeo, il quale dai vizi de' religiosi argoment la virt della religione. Egli invece cap subito che cosa era questa ortodossia cattolica fondata sulla magnificenza vana e sulla fede cieca. Cap la scienza secca ed artificiale che il cattolicismo tentava di opporre alle obiezioni della Riforma, e l'arte machiavellica che moveva le corporazioni religiose alla difesa della opulenza pontificia e i sovrani alla difesa dell'arca santa del diritto divino. Vide lo scadimento morale d'Italia e lo scadimento intellettuale che cominciava appunto allora, e sent fermentarsi dentro quel lievito di ribellione contro tutte le imbecillit degli umili e le bestialit dei grandi, col quale impast poi la sua opera eterna. Ad ogni pagina del suo libro sent il disprezzo per la gerarchia ecclesiastica, la satira alla gerarchia civile, l'odio alle istituzioni monastiche, la ribellione che non risparmia nulla, nemmeno i rituali, (Venite aposemus-Gargant., cap. 4), nemmeno le sacre carte (Et germinavit radix Iesse, capitolo 39). Egli, che trovava troppo caphard il Calvino, dovette ricevere ben tristi impressioni in Italia e nella societ che gli tocc frequentare, dove la ipocrisia e la doppiezza erano tenute per belle e decorose arti di governo e di fortuna. Quale stima poteva avere l'ironico Rabelais di quella Italia che tollerava che la sua religione servisse per trovare un Ducato a Pier Luigi Farnese, la pi oscena figura del suo secolo?
Questa triste opinione che, non a torto, il Rabelais ebbe dell'Italia d'allora, fece s che le allusioni italiane che si trovano nel suo libro, senza essere maligne, sono spesso o quasi inconsciamente poco benevole. Non parliamo di tutto ci che riguarda la Chiesa e la sua gerarchia, poich un terzo del libro si pu dire che non riguardi ad altro. Soltanto, sfogliando qua e l il Gargantua, si pu capir subito, come la simpatia del Rabelais per le cose italiane non deve essere stata grande. Nelle prime pagine del prologo troviamo la vecchia accusa di plagiario data al Poliziano. Credete voi, egli ci dice, che Omero scrivendo l'Iliade e l'Odissea pensasse mai alle allegorie che da lui hanno burattato Plutarco, Eraclide Pontico, Eustazio, Fornuto et que d'iceux Politian a desrob? Le cose del Giovio non erano ignote al Rabelais, ed  strano che volendo dir male del Poliziano non abbia riportata la voce che lo storico da Como raccolse dalle labbra di Leone X, che cio il Poliziano rubasse al Tifernate morente la traduzione di Erodiano. Gi il Lascari aveva accusato il Poliziano con mordaci parole per certi pretesi plagi alla vita di Omero attribuita ad Erodoto, e se crediamo alla narrazione del Duareno questa accusa sarebbe stata fatta proprio in scuola, il che mostra che si riferisce alla prelezione e non alle Selve o pi specialmente all'Ambra, come sembra credere il Del Lungo. Il Bud invece, il buon amico del Rabelais, parlando nelle sue annotazioni alle Pandette dell'opuscolo de Homero attribuito a Plutarco, ci dice che il Poliziano, bravo uomo per verit, ma non troppo galantuomo, non arross di saccheggiare quell'opuscolo e di darlo per suo, mentre non fece che la fatica materiale di copiarlo. Non cadeva in acconcio al Rabelais di ricordare un'altra accusa del Bud al Poliziano, quella cio di aver saccheggiato i versi di incerto autore che vanno uniti a quelli di Prisciano, e ci nella lettera a Francesco Ursino.
.
Certo per allude al Panepistemon allorch lo accusa di aver saccheggiato Eraclide Pontico, Eustazio e Fornuto. Il meglio poi  questo, che uno dei principali personaggi del Rabelais si chiama appunto Epistemon, nome greco che tradisce una reminiscenza del libro del Poliziano.
Non  il caso qui di difendere il Poliziano, che del resto fu troppo ben difeso. Rimandiamo alle gravi parole che il Menekenio disse intorno a queste accuse, chiamandole turpissime ed accolte solo dal pessimo volgo. Vogliamo solo far notare come il Rabelais, buon grecista egli stesso ed in caso di conoscere quanto fondamento avessero simili asserzioni, prefer di accettare ciecamente l'accusa del suo amico Bud, tanto poca stima aveva del Poliziano e delle cose nostre.
E quasi a cagione di scherno nel cap. 9 ricorda il bizzarro ed oscuro libro: Hypnerotomachia Poliphili, del domenicano A. Colonna; libro sul quale si desidera ancora uno studio critico che scopra la verit dei filosofemi sotto i geroglifici male capiti. E nella ridicola dissertazione sul significato dei colori bianco ed azzurro ricorda come autorit l'invettiva del Valla contro Bartolo, diretta al Decembrio. Tra i libri ridicoli che servirono alla istruzione di Gargantua, tra gli Hurtebise, Fasquin, Tropditeux, Gualehaut, Jehan le Veu, de Billonio, Brelingandus et un tas d'autres, c' anche un Passavantus cum commento che non pu essere se non lo Speccio della vera penitenza stampato a Firenze nel 1495 e dopo, non potendo essere la notissima Epistola m. Benedicti Passavantii scritta da Th. de Bze contro il presidente Lyset, poich la prima edizione  del 1553, anno della morte del Rabelais. N forse meno ironicamente  ricordato nel cap. 24 il dialogo di Nicol Leoniceno: Samnutus, sive de ludo talario.-Dialogo del resto eruditissimo, che si trova ultimo nella edizione veneta del De Gregorio, 1524 (tra parentesi, nell'Ambrosiana c' del Leoniceno una traduzione del-de bello Gothorum-di Procopio:  piena d'ioditismi, sotto il nome di Nicol da Lonigo, e dedicata al duca Ercole di Ferrara. L'Argelati (Bib. de' Volg., III, 297, nota c) non si accorse che da Lonigo o Leoniceno vuol dire lo stesso). Ingiustissima poi  l'ingiuria scagliata al Pontano nel capitolo 19, dove  battezzato anagrammaticamente Taponnus, forma latinizzata di tapon o tampon, turacciolo, e peggio. Il Rabelais aveva fatto stampare nel 1532 come antichi ed autentici un testamento ed un contratto di vendita. I documenti erano invece apocrifi ed autore ne era il Pontano. Il Rabelais naturalmente ci prese cappello ed ingiuri il Pontano, al quale diede per di pi del poeta secolare, che nel gergo della Sorbona significava eterodosso, e lo cit come autorit nella ridicolissima arringa di Janotus de Bragmardo.
Queste poco benevoli allusioni alle cose italiane, raccolte nel solo Gargantua, suffragano abbastanza l'opinione nostra intorno alla poca simpatia del Rabelais per l'Italia. Ma pi che questi colpi di dente e le allusioni ai veleni (il craignoit ly bouconi de Lombard., cap. 3) crediamo che a tener lontano i libri del Rabelais dall'Italia abbia contribuito la loro fama di dubbia cattolicit. Intendiamo dubbia per gli intolleranti e maligni come il Puits-Herbault prima ed il padre Garasse di poi. Inutilmente il Calvino, che aveva cercato di attrarre a s il Rabelais, lo sconfess altamente e lo tratt di ateo. L'amicizia del frate sfratato col Dolet, col Despriers, col Marot e con altri, non giov alla sua reputazione presso i cattolici militanti. La sua odissea monastica, l'odio contro ai conventi, i libri troppo liberi per le orecchie cattoliche e pieni di scherzi e di allusioni e di equivoci che non rispettano nulla (ad formam nasi etc., Garg. 40), gli mossero contro tutti quei cagots et papelards, la razza de' quali non  ancora spenta. Basti a provarlo la fiera lotta che dovette sostenere nel 1545 per la stampa del terzo libro del Pantagruel; lotta nella quale la Sorbona non si di vinta che davanti all'intervento del re. Immaginiamo dunque quel che si doveva pensare del Rabelais in Italia al tempo della furibonda reazione cattolica di Paolo III!
 quindi troppo naturale che le sue bizzarre opere siano state tenute lontane come pregne d'infezione e pericolose alla serenit delle coscienze. Non  infatti il genere delle cose trattate, non  l'arcaismo gramaticale ed ortografico cos bhonomme; ma cos ostico ai profani, che imped la diffusione del pantagruelismo in Italia. Vediamo i Contes drolatiques di Onorato Balzac conosciutissimi tra noi, bench arditi, bench arcaici, mentre l'Apologie pour Hrodote di Enrico Estienne e l'Arte de parvenir di Beroaldo de Verville che dovrebbero avere lettori a migliaia sono conosciuti da pochissimi. L'Italia, n allora n poi, non fu paese dove un Filippo d'Orlans potesse andare a messa con Luigi XIV, recando seco le opere del Rabelais invece del Breviario. La poca fama che ebbe il Rabelais in Italia devesi dunque attribuire in gran parte alle precauzioni prese dai pastori per evitare l'infezione del gregge, fino a che, sotto il dominio spagnuolo, si spense affatto in Italia e nelle lettere quella indipendenza di pensiero che sola avrebbe potuto accettare volentieri le argute fantasie del parroco di Meudon.
Qui si presenta spontanea una domanda. Quello che non fu fatto, si potrebbe fare? Non sapremmo davvero rispondere. Ci pare che una traduzione del Rabelais, dovrebbe esser fatta con una tale spiritosa affettazione di arcaismo nella lingua e maliziosa seriet d'esposizione che richiederebbero molto ingegno e profondissima pratica della lingua e dello stile del Trecento e del Cinquecento. Se le ragioni cattoliche esposte pi sopra non lo avessero vietato, una simile traduzione avrebbe potuto esser atta in quel periodo di tempo che cominci colle minute purit del padre Cesari e fin colle melense pappolate del padre Bresciani. Certo il Rabelais non si potrebbe tradurre come il Giusti si prov a tradurre il Montaigne.
La traduzione per non verr. Tutti coloro che hanno interesse a conoscere il Rabelais, conoscono la lingua francese. Quelli che non lo conoscono, si contentano dei romanzi di Ponson du Terrail tradotti, e buon pro faccia a tutti quanti.
...
.
...
UN AMLETO ITALIANO.
...
.
...
Nel teatro Tron di San Cassano, l'anno 1705, fu rappresentato un dramma per musica intitolato Ambleto e stampato da Marino Rossetti in Venezia, all'insegna della Pace. Ambleto era il signor Nicolini Grimaldi, cavaliere della Croce di San Marco e virtuoso di S. M. Cattolica. Veremonda (Ofelia) era la signora Maria Domenica Pini, detta la Tilla, virtuosa di S. A. R. il Granduca di Toscana. Fengane (il Re Claudio) era Lorenzo Santorini, virtuoso di S. A. Elettorale Palatina. Gerilde (la Regina Geltrude) era la signora Maria Maddalena Bonavia, virtuosa bolognese. Ildegarde, Valdemaro, Sifrido, personaggi che non sono della tragedia inglese, erano la signora Vittoria Costa bolognese, Pasqualino Betti, virtuoso di S. A. il Duca d'Orlans, e il signor Domenico Fontani, virtuoso del Gran Duca. Il Ftis ricorda solo il Grimaldi, celebre basso ai suoi tempi, e gli attribuisce il merito del libretto. Questo sproposito viene dal Grimaldi stesso, il quale alla stampa dell'Ambleto colla traduzione inglese, fatta dal Tomhson a Londra nel 1712 pel teatro di Haymarket, prepose una dedica al conte di Portland, dove, se non dice di aver fatto il libretto, poco ci manca. Invece l'Ambleto , quanto alla tessitura, di Apostolo Zeno e, quanto ai versi, del dottor Pietro Pariati di Reggio. Veggasi il tomo nono delle Poesie drammatiche dello Zeno, stampato dal Pasquali a Venezia nel 1744, vivente l'autore. E il Ftis era anche in parecchie delle date che riporta, poich il Grimaldi cant in Londra il Lucio Vero, il Clearte ed il Pirro nel 1716 e 17, come si vede nei libretti.
La musica dell'Ambleto nel 1705 era del Gasparini, e Giuseppe Vignola, organista della Real Cappella, l'accomod a Napoli nel 1711 per l'onomastico di Carlo III. Lo Scarlatti la rifece pel teatro Capranica di Roma nel 1715, e il libretto si vendeva a "Pasquino, nella libreria di Pietro Leone all'insegna di San Giovanni di Dio". Il lettore curioso trover che il signor Domenico Genovesi rappresentava Veremonda; Innocenze Baldini era Gerilde, e Antonio Natili Ildegarde. E alla pagina 6 stanno gli imprimatur che santificano questa castroneria e vien subito in mente l'avventura del Casanova di Seingalt col finto Bellino.
Non bisogna per credere che la tragedia dello Shakespeare fosse conosciuta ed applaudita sui teatri italiani centosettantott'anni sono, poich l'opera dello Zeno non ha che fare con quella del tragico inglese. Derivano tutte e due dallo stesso ciclo di leggende, ma se sono dello stesso popolo non sono della stessa famiglia. L'origine prima e comune  la Historia Danica di quel Saxo Grammaticus che mor poco dopo al 1203, e origine dei primi dieci libri di questa storia sono le tradizioni ed i canti degli Scaldi. Lo Shakespeare, che non era forte nel latino, trasse l'argomento e le fioriture dai racconti tragici che il Belleforest cav dalla Storia di Saxo. Lo Zeno invece sal alla fonte direttamente e vide le compilazioni successive del Meursio, di Giovanni Isacco Fontano e d'altri. Dati dunque i due diversi punti di partenza e dati i due differenti ingegni, si capisce come le due opere siano in fondo assai dissimili.
Non possiamo riferire la tradizione danese di Saxo, prima perch troppo lunga, poi perch (povera Ofelia!) troppo sboccata. Ma in fondo  questa: Fengo ha ucciso il suo fratello e re Orvendillo di Gerut e si finge pazzo per fuggire il pericolo di morte, e il re insospettito lo mette a tre prove. La prima  di fargli trovare in un bosco una ragazza vestita della sua sola bellezza, e pare che allora si stimassero i pazzi incapaci di cedere alla tentazione. Amleto, che sa di essere sorvegliato e di dover far quell'incontro, cavalca al rovescio come Bertoldo, e fugge cos il pericolo di vedere e di cadere. Per la seconda prova, il re fa nascondere una spia nella camera della regina per sapere ci che dicono; ed Amleto, che se ne accorge, ammazza la spia, dando cos origine all'episodio di Polonio e dalla celebre esclamazione how now! a rat? che lo Shakespeare tolse dal racconto del Belleforest. Finalmente Fengo manda Amleto in Inghilterra per farlo uccidere da quel re, ed Amleto in viaggio ubbriaca i custodi ed alterando le lettere missive le fa uccidere in sua vece. Seguono poi altre avventure che non han che fare col dramma.
.
La tessitura della tragedia inglese  conosciuta, anche nel primo abbozzo stampato nel 1603, e non ne parliamo. Vediamo la tessitura del dramma italiano, per la quale bisogna sapere che Veremonda principessa fatta prigioniera in guerra da Valdemaro, e Ildegarde principessa danese, sono innamorate di Amleto, mentre Amleto, il re e Valdemaro spasimano per Veremonda. Lasciando i minuti episodi, diremo che nel primo atto il re mette alla prova Amleto facendogli trovar sola (bench vestita) Veremonda nel bosco. Ma costei scrive con un dardo sulla sabbia: il re ti ascolta, ed Amleto si frena. In questo atto si trova il trionfo di Valdemaro che chiede la liberazione di Veremonda, e una moltitudine di dichiarazioni di amore d'Ildegarde, di Fengone e di tutti. Gerilde fa sapere a Fengone, salvandolo dai sicari di Siffrido, che lo salva perch moglie sua e non per altro. Nel secondo atto seguono le mutue dichiarazioni. Ildegarde rifiuta Valdemaro per marito e Valdemaro rapisce Veremonda. Amleto uccide la spia nella camera materna, poich Siffrido lo aveva avvisato del tranello, e corre a salvare Veremonda. Mentre Valdemaro cede alle parole ed alla autorit di Amleto che gli fa vedere di non essere pazzo, sopraggiunge Fengone che d una gran lavata di capo a tutti e dice che Veremonda deve esser sua. Nell'ultimo atto Fengone fa la corte a Veremonda e ripudia Gerilde. Valdemaro sposa Ildegarde e promette di imprigionare Fengone. In una festa nella quale Fengone vuoi celebrare le nozze con Veremonda, accade fra lui ed Amleto il noto scambio delle tazze, ed il tiranno alloppiato  incatenato da Valdemaro. Fengone canta il suo rond colle catene e tutto si accomoda pel meglio.
Come si vede da questi pochi cenni, salvo l'uccisione della spia e lo scambio delle tazze, non c' nulla che ricordi lo Shakespeare, e l'Amleto dello Zeno  uno di quei drammi come ne fece tanti il Metastasio, le cui situazioni consistono tutte in un pasticcio di amori intrecciati e fuori del naturale che arrivano ad accomodarsi alla meglio nelle ultime scene. La Veremonda  centomila miglia dalla candida Ofelia e odora di polvere di cipria che fa spavento. A guardar bene, pare quasi che il matto sia Fengone e non Amleto, e l'unica situazione che si allontani un poco da quelle che allora si trovavano in tutti i drammi  quella in cui Veremonda avvisa Amleto che lo si ascolta.  curioso poi vedere come la stessa, o quasi la stessa situazione abbia inspirato allo Shakespeare il famoso monologo to be, or not to be ed al dottor Pietro Pariati questi versi
.
Stelle, voi che dei regnanti
Le fortune in ciel reggete,
Proteggete la mia speme, ecc.
e questi altri:
Quando io torni, voi vedrete,
Che il baleno, il lampo, il folgore
Meco in terra io porter.
Le tempeste, le comete,
Il terror, la strage, il fulmine
E la morte in pugno avr.
Le famose invettive d'Amleto contro la madre finiscono cos nel dramma italiano:
Della vendetta il fulmine
Sopra di te cadr.
Regina senza regno,
Consorte senza sposo,
Non so se a riso o a sdegno
Ognun t'additer.
Chi volesse fare uno studio comparativo pi largo, badando alle differenze delle sorgenti, dei tempi, degli ingegni e delle tendenze letterarie nazionali, potrebbe trovar molto da lavorare. A noi basti lo avere accennato la bizzarra figura dell'Amleto italiano a coloro che si dilettano di curiosit letterarie.
...
.
...
LA CRONACA DI DINO COMPAGNI. [3]
...
.
...
I dubbi nati sull'autenticit della Cronaca del Compagni misero a rumore pochi anni sono il campo letterario ed erudito. Il povero Fanfani, con un impeto che oltrepass spesso i giusti confini, fu il campione della contraffazione. Il signor Isidoro Del Lungo, con un riserbo che in lui e nella sua parte parve spesso sfiducia, era ed  il campione dell'autenticit. Da molto tempo era annunciato ed aspettato un grave commento del signor Del Lungo alla Cronaca, commento che avrebbe sciolto ogni dubbio e rischiarato ogni oscurit; ed eccolo, morto appena da pochi mesi il pi tenace avversario, eccolo alla luce con un volume di proemio al quale presto far seguito un secondo.
Sono sciolti ora i dubbi? Per dare una sentenza ci vuole uno studio profondo della lingua e della storia fiorentina ne' primi anni del secolo decimoquarto, e, quanto a me, confesso candidamente di non essere giudice competente. Lascio quindi la toga e la bilancia a chi per lungo studio e grande amore sia giunto in autorit di sentenziare, ed aspetto almeno le risposte della parte avversa. Per avendo seguito con attenzione curiosa le fasi di questo processo, non posso resistere alla tentazione di esprimere l'effetto che ha prodotto in me il poderoso lavoro del Del Lungo, e lo faccio volentieri, pensando che spesso il parere dei minimi  utile come segno dell'impressione de' pi, e che la leggenda d'ella serva del Molire non  da sprezzare.
.
Intanto l'autenticit lasciamola da parte. Il Del Lungo in questi due volumi non ne parla, che anzi l'ammette a priori, sino a correggere col Compagni il Villani (p. 35, nota 13 ecc.). La seconda parte del primo volume, che  sotto i torchi, dovendo ragionare delle vicende del testo, credo ne parler, bench l'indice gi pubblicato non ne lasci che poca speranza. Che se tacesse, sarebbe peccato, poich tacere non  il miglior modo di aver ragione.  vero che questa eterna questione fa capolino da per tutto, dal facsimile del codice Ashburnham sino quasi alle minime glosse.  evidente un continuo sforzo di combattere senza averne le apparenze, di confutare fingendo di sprezzare le obbiezioni, tacendone gli autori. Ma poich al Del Lungo sembra profanazione il dubitare di cosa da lui ammessa con cos profonda e sincera convinzione, e poich non  mia intenzione fare una polemica dove voglio soltanto esporre impressioni; rimanendo tuttavia nel mio scetticismo (non soddisfatto n pro, n contro, anche dopo il codice trovato), lascer da parte, come ho detto, la questione dell'autenticit, e la irrequieta ombra del Fanfani ce lo perdoni.
E a dirla in poche parole, l'impressione  che la Cronaca sia una brutta cosa, vuoi come opera storica, vuoi come lavoro letterario. Basterebbe gi a farlo vedere l'enorme puntello di commenti che richiesero i pochi fogli del testo. Tanti non ne richiese Dante che non scrisse una storia. E lo stesso commentatore, versato quant'altri mai in cose di storia fiorentina, e per di pi, se non erro, accademico della Crusca, molte volte ha dovuto pentirsi e correggersi e racconciare e disfare e rifare. Le tracce sono palpabili nel libro e l'istinto del bibliografo trova subito le carte soppresse e sostituite, come a pagine 21, 49, 59 ecc. E per mediocre che questo istinto sia, fa subito trovare il mal fatto che sta fra le pagine 50 e 51, dove nella pag. 50, sostituita alla vecchia, la nota 19 finisce a pi di pagina, mentre a pag. 51 seguita una nota vecchia che non pot essere soppressa tutta, non solo, ma che  citata alla nota XII, 4. Questa erculea fatica, spesso inane come le carte confessano, durata da un uomo come il Del Lungo, fa manifestamente vedere che razza di pasticcio sia la Cronaca cos leggermente portata al cielo dal Giordani, abbagliato dal falso lucciccho delle apostrofi generose e dello stile apocalittico. A che pro, si aggiunga, rafforzare ogni parola del testo con un quaderno di prove tratte dagli archivi o dalle cronache, quando di certe cose nessuno dubita? Perch la coscienza trae il commentatore a provare, per esempio, che il gonfalone portava la croce rossa in campo bianco, se non fosse che egli stesso sente come le affermazioni del Compagni non hanno valore se non han prova? Direbbe il Fanfani il noto adagio excusatio non petita, con quel che segue. Ma si potrebbe anco dire che quanto pi l'abbondanza delle glosse fa notare la precisione dei punti non controversi, tanto pi fa risaltare l'errore dove  forza confessarlo. Come scusare, per esempio, l'inesplicabile silenzio intorno alla guerra di Pisa, sulla quale pure Dino fu chiamato a consulta? E non  strano il silenzio circa il tentativo dei Grandi nel luglio 1295, fatto viemeglio risaltare dalla scusa addotta dal commentatore, il quale ci dice che Dino in quel punto aveva fretta di venire al suo argomento, mentre allora appunto si perde a narrare storielle, come quella della lanterna del Pecora? Storielle che parvero al Del Lungo dare una imagine assai pi vera che non il Villani dello stato di Firenze dopo cacciato Giano della Bella. Ma i criteri di questa verit relativa non possono desumersi che dalla fede che si ha nell'autore, in quello stesso autore i cui errori debbono esser cos spesso confessati. Ed ecco come accade che tutto l'apparato difensivo, allorch si mostra e si confessa debole qualche punto, fa i leggitori pi severi, o almeno pi dubitosi e non a torto.
Soltanto a dare un saggio delle osservazioni possibili, dei dubbi non risolti, degli errori confessati, ci vorrebbe troppo pi che un volume. Scorrete solo le prime cento pagine, ed ecco alcune delle cose che si potrebbero dire: Pag. 8. Fiume di acqua dolce. Fiumi d'acqua salata non ce n', e non suffraga l'esempio addotto dei "Fatti di Cesare", che dice fiumi di dolce acque. Questo  il chiare, fresche e dolci acque del Petrarca, che a trasmutarle in acque dolci si vede subito quello che diventano.-Pag. 14. Dice Dino che il Buondelmonti doveva sposare una Giantruffetti, ed invece era una Amidei. Il commentatore nota che ad ogni modo l'Amidei aveva per zio un Giantruffetti e "la differenza  di poco momento". Da padre a zio ci corre!-Pag. 19. La parentesi che interclude le nozze di m. Forese  correzione del commentatore. Potrebbe essere impugnata, notando che i mont, riguard, di ecc., sono passati perfetti tanto quanto i concordarono e gli ordinarono che vengon dopo, n segnan quindi un tempo speciale pel periodo intercluso.-Pag. 28. La storia del Lucchese Priore di Arezzo morto in una cisterna non resta di esser contraddetta da quel L. Aretino detto alla pagina seguente di maggiore autorit che non il Vilani, come quello che narra fatti della citt sua nativa.-Pag. 29. La questione circa il Vescovo di Arezzo, che era degli libertini mentre Dino lo vuoi de' Pazzi, rimane tal quale. Il Del Lungo confessa l'errore, cercandone la giustificazione nell'errore simile di un cronista pi recente e nella parentela fra le due famiglie. Ed errore sia.-Pag. 30.  confessato errore quel che Dino afferma circa il castello di Poggio S. Cecilia, che non era del Vescovo ma dei Sanesi; e sia errore.- riconosciuta alterata, almeno nelle date, la storia dell'arbitrato fiorentino; e sia.- confessata errata la data della terza guerra dei fiorentini in Toscana; e sia.-Pagine 38, 39. La famosa descrizione della Battaglia di Campaldino resta sempre buja. Missono i feditori alla frontiera della schiera... e i palesi furono attelati dinanzi. Dinanzi a chi? Alla schiera? Ma c'erano i feditori. Dinanzi ai feditori? Ma come allora questi erano alla fronte della schiera? Annota il Del Lungo: in prima linea... di fianco. Ma Dino dice: dinanzi e non di fianco, che non  lo stesso. E il resto della battaglia lasciamolo stare.-Pag. 50. Ventiquattro arti per ventuna  confessato errore. Grave, poich al tempo di cui si parla e nel tempo in cui si scrive dallo storico, le arti non furono mai ventiquattro. Un ex-priore e gonfaloniere non lo sapeva? Ma errore sia.-Pag. 52, 53. L'imbroglio dei Galigai! Dice Dino: "Pochi malefici si nascondeano che dagli avversari non fussimo ritrovati; molti ne furono puniti secondo la legge. I primi che vi caddono furono i Galigai, perch un di costoro fer un Benivieni in Francia, e io Dino Compagni, ritrovandomi gonfaloniero di giustizia nel 1293, andai alle loro case e de' loro consorti e quelle feci disfare secondo la legge".  parlar chiaro. Resta solo che il Benivieni fu ucciso da uno dei Galli e che la esecuzione relativa prima in data fu opera di Baldo Ruffoli. Il commentatore ripiega cos: Dino non dice di essere stato il primo ad eseguire la legge, ma il primo a punire il maleficio gi nascosto, poi dagli avversari scoperto. Il ripiego  ben sottile e veramente Dino dice che molti furono puniti secondo la legge e primi i Galigai, ma lasciamo stare. Resta per che il Galigai sarebbe reo dell'assassinio del Benivieni, secondo Dino, mentre risulta che il reo fu invece uno dei Galli. Ed ecco il commentatore ricorre ad una ipotesi. Il Galigai era complice dei Galli: questi fu scoperto subito e l'esecuzione fu fatta dal Ruffoli; quegli pi tardi e l'esecuzione fu opera di Dino. Siamo nel campo delle ipotesi ed  qui che ci sarebbe voluto qualcuno di quei documenti tanto inutili altrove, ed  ben lecito non fidarsi di uno storico che per essere capito ha bisogno di potrebbe essere. Ma come accade poi che Dino continua subito: "Questo principio seguit ecc.?" Ci pare che questo principio significhi che la esecuzione fu la prima in data. Dino non pu aver parlato in generale dei principii di un ordine di fatti riferendosi ad un fatto solo, speciale e determinato. Annota il Del Lungo: "A questi esempi di rigore tenne dietro ecc.". No; il fatto  sol uno e doveva dirsi: "A questo esempio". Dunque? Dunque Dino dice una bugia e la dice apposta. Dunque come fidarci di questo storico?-Pag. 69. Scesono col gonfaloniere in piazza. Non dice cos il Villani. Chi ha ragione?-Pag. 74. Non furono ventimila i fiorini pagati allo Chalons. Si confessa l'errore, e sia.-Pag. 81. Molti furono che cercono i malefici si trovassino che ne furono malcontenti per essere colpevoli. Questa curiosa strambezza  cos annotata: Molti i quali... si erano creduti di assicurarsi col mostrare zelo e cos di ricoprire i loro malefizi, si trovarono a vederseli scoperti. Ma non dice il testo che fingessero a quel modo per coprirsi; dice solamente e sinceramente, cercorno i malefici si trovassino. La spiegazione  ingegnosa, ma rinchiude in s la affermazione di un fatto del quale non si trova traccia nell'autore, e quando uno storico ha bisogno di puntelli simili pu andare a riporsi.-Pag. 90. Guido Cavalcanti era forse gentile verso il 1300, ma non giovane come dice Dino. Dato che avesse almeno vent'anni quando nel 1267 spos la figlia di Farinata degli Uberti, nel 1300 passava la cinquantina. Dice il Del Lungo che la inimicizia tra Corso Donati e Guido era antica forse, e che agli esordi di quella si riferisce la parola giovane. Ma Dino narra un fatto vicino al 1300. Non sarebbe strano il discorso di chi dicesse: Adolfo Thiers, valente giovane, che s'era occupato di studi storici e politici, fu fatto presidente della repubblica? Thiers si occup di storia da giovane e Guido pu aver odiato Corso da giovane. Ma quello fu fatto presidente da vecchio e questi da vecchio avrebbe lanciato il dardo a Corso, poco giovane anch'egli. Che stranezze dunque dice lo storico? E per finire? sono belli doti di uno scrittore, e specialmente di storia, quelle continue anticipazioni e retrocessioni nel racconto, fatte senza che lo si annunzi, e che in certi luoghi, come nel racconto delle prime divisioni de' Cerchi e de' Donati, vogliono una data ad ogni frase? E la storiella dell'Acciajuoli, che venne poi, con che criterio cronologico  incastrata in quella del potest Monfiorito da Padova, che non era da Padova ma di Treviso? E tutto l'andirivieni di fatti o pi recenti o pi vecchi che fanno un labirinto intorno alla legazione del Cardinale d'Acquasparta? Ma che storico  questo che ha bisogno di tanto commento dove si dice al lettore ad ogni tratto: bada, questo accade prima, questo poi, qui torna un passo indietro come nelle favole, qui fa un passo avanti come i profeti? Ma fermiamoci a queste prime cento pagine e solo a quello che salta agli occhi ad una prima lettura. Chi vuol seguire trover di peggio, e se ci si raccapezza in quell'indovinello del terzo libro, anche dopo le note e i rabberciamenti,  bravo. E mi fermo, poich solo da queste cento pagine sembra giustificata la mia impressione prima, che cio il Compagni, come scrittore e come storico, non meriti il chiasso che se ne fece. Il commento del Del Lungo  opera grave e magistrale che diverr una miniera aperta di documenti e di prove storiche, ma non potr far mai bello quel che non , e sicuro quel che  provato falso tanto spesso. Questo sembra oramai provato dallo stesso commento. Resta ora, e prender nuove forze e nuovi aspetti, la quistione della contraffazione, o almeno dell'alterazione; ma spetta ora la parola ai maestri. Parlino dunque.-
...
.
...
IN SARDEGNA.
...
.
...
Un italiano ha scoperto l'America, ma resta agli italiani di scoprire la Sardegna.
Se c' infatti una parte del nostro paese che sia poco conosciuta  questa antica Ichnusa della quale ci ricordiamo solo quando si debbono levare i coscritti o riscuoter le tasse. Dal 1848 in qua udiamo sciogliere inni sonori al patriottismo, alla fermezza del Piemonte; inni meritati senza dubbio, ma ingiusti in quanto dimenticano quella disgraziata Sardegna che pure ebbe comuni col Piemonte i sacrifizi grandi e la tenacit dei propositi. E destino,  triste destino della Sardegna l'essere dimenticata. Sul continente se ne ricordano appena coloro che vi furono a domicilio coatto.
Per molto tempo  stata tenuta come un luogo di punizione, una Nuova Caledonia italiana. Quando non si sapeva dove ficcare un impiegato o un maestro perch tutti protestavano contro la sua morale o la sua intelligenza, lo mandavano in Sardegna; cos che la povera isola serviva di immondezzaio alla spazzatura della burocrazia italiana. I sardi se ne dolevano amaramente e con ragione, ma i loro gridi di dolore non arrivavano di l dal mare, o se ci arrivavano erano inutili. Trattata da figliastra, colla peggior polizia e la peggiore istruzione possibile, la Sardegna aveva poi il gusto di sentirsi rimproverare l'ignoranza de' suoi montanari e la poca sicurezza delle sue montagne; come se quello stato anormale di cose non fosse appunto colpa di coloro che la trattavano a quel modo.
E, pare impossibile! i viaggiatori che ormai non sanno pi trovare un luogo che non sia descritto per lungo e per largo dalle guide del Murray e del Baedeker, che dalle regioni del polo a quelle dell'equatore hanno visto tutto, illustrato ogni sasso, raccontato ogni uso, non pensano a scoprire questa incognita Sardegna; ed i lettori di viaggi e di descrizioni facili ed amene sono ridotti alle leziose imbecillit svesciate dal padre Bresciani in un ridicolissimo zibaldone che passa tuttavia per la migliore delle sue opere. I libri pi gravi che pure sono stati scritti intorno all'isola, o per il loro intento scientifico o per qualche altra ragione sono lettera morta pei continentali, e la Sardegna per noi rimane misteriosa come le sorgenti del Nilo.
Eppure se c' un paese originale  la Sardegna. Originale in tutto, dal dialetto alla flora, dai costumi all'aspetto. Certo, a fermarsi a Cagliari, la nota originale non si trova; ma chi  viaggiatore vero e non volgare visitatore di alberghi, procede, s'interna nei boschi inesplorati e sale ai villaggi annidati sui monti. L si trova, in seno ad una natura selvaggia, una vita rigogliosa e strana che non ha riscontro in nessuna altra provincia italiana. Lasciamo al padre Bresciani le sue pappolate colle quali vuol mostrare ai gonzi l'identit dei costumi sardi con quelli orientali antichi, ma studiamo un poco queste singolarit degne di studio.
Un libro che ha questo intento  quello di Ottone Bacaredda intitolato Bozzetti Sardi e stampato dal Sommaruga. Sono dieci narrazioni curiose che tutte riguardano qualche singolarit delle costumanze sarde. C' del patriarcale nella prima, La porchetta del mio figlioccio, che ci mostra l'interno di una brava famiglia popolana e le feste del puerperio un po' messe in soggezione dall'intervento di un cittadino. Il buon cuore di questo popolo rude, ma migliore della sua fama,  ben dipinto nel secondo bozzetto, Filemone e Bauci, dove due vecchi senza prole adottano una povera creaturina trovatella che rinvengono abbandonata sul loro uscio, e la fanno loro filla de anima e la chiamano Barra di comune accordo, col nome della prima moglie del buon Filemone. Tranquillit di coscienza, placidit di affetti che ha qualche cosa di antico, della imperturbabile pacatezza della virt.
Ma il bozzetto che d pi a pensare  il terzo, Silvone.
Silvone in dialetto significa cinghiale. Innamorato e non corrisposto si fa soldato, ma  riformato per ipertrofia di cuore. Torna a casa, e il padre morente gli lascia in eredit Basilio Manca, il sindaco del nato comune.
In questo lascia in eredit c' qualche cosa del crso, anzi in fondo non ci si trova che la celebre bindetta, la vendetta famosa che il Mrime analizz cos bene nella Colomba; il moribondo insomma legava al figlio quell'omicidio che egli non aveva potuto compiere.
Silvone si reca dalla innamorata antica, trova che il marito le  stato assassinato e la sente offrirgli la mano al prezzo di una vendetta sullo stesso Basilio. Silvone accetta, ma il sindaco, che sta sull'avviso, approfitta del primo furto commesso in paese per accusarne l'uomo dal quale ha tutto da temere e che deve cos gettarsi alla macchia, bandito.
La soluzione del dramma  troppo facile ad indovinare. Un bel giorno Silvone ammazza il sindaco, ma cade nelle mani dei carabinieri per passare dalla Corte d'Assise alla galera. L'autore ci dice che il suo eroe espia in un bagno i suoi falli e quelli del destino, ma il destino, molto probabilmente, ci ha minor colpa di coloro che hanno finora tenuto il seggio e battuta la solfa nel governo.
Li sentirete compiangere questi disgraziati paesi dove regnano ancora tanti atroci pregiudizi, ma a chi domandasse loro che cosa abbiano fatto per estirparli, non saprebbero rispondere, o al pi risponderebbero che hanno mandato i carabinieri. Bella risposta! E iniquo il paese che imputa l'ignoranza e la ferocia ad una provincia, quando poi ha fatto tutto il possibile per mantenerla nell'ignoranza e nella ferocia.
Il suicidio di Costantino-In procinto di pigliar moglie-Un delegato straordinario, sono calme pitture di costumi, come Funerali e nozze-Il ballotondo, lo sono di usanze singolari. Zio Daniele e Federica appartengono invece ad una maniera pi oscura, pi drammatica, pur tuttavia non distaccandosi dalla fisonomia generale di questi studi paesani.
Il signor Bacaredda, che dal nome almeno sembra sardo, dovrebbe egli scoprirci il suo paese. Dal continente ci si va qualche volta per qualche inaugurazione, a far dei discorsi e de' pranzi. Egli che  in casa sua e ne conosce quindi i segreti pi intimi che sfuggono ai viaggiatori d'un'ora, egli ha il debito di dirci intera la verit sulla sua patria, anche se scottasse le labbra.
Sar pur sempre un bene cogliere i governanti in flagrante delitto almeno di negligenza. Impareremo.
...
.
...
NELLA LOTTA.
...
.
...
Ai tempi d'una volta si facevano i poemi lunghissimi e le novelle corte.
Bernardo Tasso e Luca Pulci non facevano economia di ottave e mettevano in fila, l'uno dietro l'altro, i canti sempiterni, tutti colla loro brava ottava di argomento in principio. Le novelle lunghe invece si contavano sulle dita. Franco Sacchetti le scrisse anche pi brevi del Boccaccio, e l'uso si mantenne, salvo qualche rara eccezione, come si mantenne l'uso dei poemi lunghi fino all'arcilunghissimo Cicerone del Passeroni ed al Poeta di Teatro del Pananti.
.
Ora accade il contrario. Il romanzo ha soffocato la novella, e sapete che i romanzi si fanno lunghi. Walter Scott ne ha fatti di buona misura, Balzac si pu quasi dire che ne abbia fatto soltanto uno e lunghissimo col ciclo della Commedia umana. Nel genere narrativo tutti conoscono la serie di racconti che tiene dietro ai Tre moschettieri, poich appunto  questo genere di romanzi che surroga i poemi cavaliereschi narrativi. I romanzi sentimentali o intimi hanno lasciato le lungaggini di Clarissa Harlowe, ma quelli di avventure sono sempre lunghi e me ne appello all'ombra lunghissima di Ponson du Terrail ed ai suoi discepoli vivi. Si fanno invece delle poesie brevissime, dei lieder di tre strofe che contengono una novella d'amore, dei sonettini in cui si cristallizza tutta una pietosa storia. Longfellow restringe un romanzo di avventure nelle poche strofe dell'Excelsior, Zola invece diluisce una novella intima nei molti volumi dei Rougon-Macquart. Insomma, dove una volta si andava per le lunghe in versi e per le corte in prosa, ora si va per le lunghissime in prosa e per le cortissime in versi.
.
Pare quasi che col crescere della coltura scemi l'importanza della poesia; il che darebbe ragione a coloro che sostengono essere la poesia un linguaggio primitivo, il segno della prima et letteraria delle nazioni. Tucidide non potrebbe infatti precedere Omero, e le plebi meno colte preferiscono anche oggi i Ruggeri del molo di Napoli ai Promessi Sposi, che restano intelligibili, nella intima bellezza loro, soltanto alle classi pi colte. Il che spiegherebbe la ricchezza della poesia popolare e semipopolare, e il diluvio delle canzonette a un soldo che inonda i villaggi e le campagne. E dall'altro lato il crescere del romanzo sarebbe un segno di coltura progredita. Queste conclusioni, che sono logiche una volta ammesso il principio, non mi sembrano per forti in gamba, poich non  facile ammettere che i romanzi ebeti delle appendici dei giornali segnino un grande progresso di coltura. Certo, fatto il confronto tra la storia di Mastrilli e un romanzo di Boisgobey,  meglio quest'ultimo e segna un passo avanti: ma il progresso  cos tenue, da credere proprio che noi ci siamo allontanati molto dalla et letteraria primitiva e preistorica. I Zul saranno pi addietro, ma i lettori di certe appendici non sono molto avanti.
C' per romanzo e romanzo. C' quello commerciale e quello letterario; come ci sono le camicie di cotone per coloro nei quali il portar la camicia segna un progresso, e le camicie di tela fina per coloro che sono in grado di gustare la differenza di sensazione che procurano le due stoffe al contatto dell'epidermide ed hanno i mezzi sufficienti per cavarsi questo gusto. Si vendono pi camicie di cotone e se ne vendono anzi di quelle che dopo un giorno d'uso diventano frangia. Si smercia pi paccotiglia che roba fina, ma questo sta nell'ordine naturale delle cose e ci vuol pazienza. Dico soltanto che il vero segno di un progresso materiale sta nel crescere dello smercio delle camicie di tela, come il segno di un progresso vero di coltura sta nel crescere del consumo dei romanzi letterari, cio fatti con un intento artistico, trattati con intelletto di arte, pensati, lavorati, finiti. Quando le carte del Pickwick Club avranno pi lettori del Rocambole, allora veramente il termometro della coltura generale avr lasciato le temperature invernali per salire ai gradi pi alti della primavera e poi di quella estate che matura i frutti.
Anche in Italia si comincia a vendere romanzi di tela fina. Nella Italia media e meridionale il romanzo era scomunicato, come gli artisti di teatro.
.
Mi ricordo che il direttore spirituale in collegio, ad ogni predicozzo che ci faceva dall'altare, cascava a parlare dei romanzi, dipingendoceli come la sorgente di tutti i mali e di tutte le immoralit. Secondo lui a leggere romanzi si perdeva l'anima e il corpo, si cascava nelle ugne di Satanasso e si facevano i primi scalini del patibolo. Delle donne di teatro non ce ne parlava mai e doveva avere le sue ragioni; ma, se avesse potuto dircene qualche cosa, non avrebbe certo parlato diversamente.
 vero che queste paterne catilinarie non ci vietavano di legge Paolo de Kock sotto ai banchi, ma l'avversione o la paura che le classi dominanti avevano del romanzo, impediva il suo sviluppo indigeno, si opponeva alla produzione. A questo modo una gran parte d'Italia, fertilissima di ingegni inventivi e raffinata molto in linea di gusto, era condannata ad una sterilit coatta, ed i lettori o si inebetivano sui romanzacci di contrabbando o s'addormentavano sulle minchionerie del padre Bresciani. Il Manzoni sarebbe stato impossibile a Modena e il Guerrazzi impossibilissimo a Roma. La principale produzione dei romanzi  rimasta quindi a quelle regioni d'Italia che pi vi si erano potute esercitare e dove le classi dominanti pensavano piuttosto ad impedire le manifestazioni politiche che le discussioni di religione o di morale. I cataloghi de' librai milanesi o torinesi riboccano di romanzi. A Firenze, a Bologna, a Napoli non se ne stampa quasi nessuno.
Cos la novit di questa stagione di bagni e di acque  il romanzo di Enrico Castelnuovo intitolato Nella Lotta e stampato dal Treves in Milano.
Non si tratta di un romanzo commerciale imbottito di assassini, di avvelenatori, di duelli e di processi. Non  uno di quei pasticci che, sotto il nome di romanzi giudiziari, sono avidamente inghiottiti dalle donne isteriche.  un lavoro d'arte, un romanzo letterario che, per coloro i quali vogliono una tesi dappertutto, anche nei brindisi e nelle bosinade, ha il vantaggio di sostenere appunto queste due massime: che la vita senza il lavoro e la lotta non  degna di essere stimata: che non si deve sposare una donna soltanto perch  bella ed onesta.
Quest'ultima massima pare a prima vista un paradosso, ma non lo . Non basta che la donna sia bella ed immacolata, bisogna che abbia l'energia e la seriet necessarie per trionfare appunto in quelle lotte senza le quali la vita non ha pregio. Le donnine che non sanno pensare altro che ai nastri e che passano la giornata tra le ciarle con le amiche e le discussioni con le modiste, sono perfettamente spregevoli, e gli uomini deboli che cascano nelle reti loro, imbecilliti dalle moine che vogliono parere educazione squisita, meritano i tormenti che soffrono. Si grida tanto che negli uomini bisogna sviluppare il carattere, e non si parla delle donne che ne hanno bisogno quanto e pi dell'uomo! Si capisce che il matrimonio riesca un peso e che il divorzio divenga una triste necessit quando per tante donne l'ideale della vita sta nel parere una bella bambola, ben vestita e ben dipinta. Non importa certo far le cuoche e le lavandaie, ma bisogna saper vivere questa vita com', non pretendendo di chiudersi in una morbida scatola di bambagia. Quando il marito non ha in casa altro che una bella donna, fa presto a ricordarsi il racconto di La Fontaine Le pt d'anguille e il detto volgare toujours perdrix. Ma quando la moglie prende parte anch'essa alla lotta quotidiana, quando  la confidente e la consigliera del marito e sa combattere e vincere anch'essa, ridiventa la nostra costola e non ce la possiamo cavar dal petto senza dolore. Moralizzo forse, ma dico la verit.
Quanto poi all'arte del Castelnuovo, direi che egli mi pare piuttosto disegnatore che coloritore. Il suo romanzo  come un quadro della vecchia scuola toscana, disegnato, composto, delicato, commovente anche, ma non colorito come un quadro veneziano, non luminoso, non plastico. Pi che dagli oggetti esterni, pi che dalla scena, egli  colpito dalle sensazioni intime che analizza con molta finezza. Non descrive, racconta. Cos egli si accosta ai romanzieri della Revue des deux mondes, ai Cherbuliez, ai Theuriet ed altri insigni, e non ha l'arte energica, vigorosa di colorito e di rilievo di quello Zola, che pu essere vituperato da molti per ragioni che qui non importa dire, ma che rimane per sempre un artista forte ed originale. Nel Castelnuovo c' sempre una mitezza, una misura nel tocco, che se non fosse temperata da una certa arguzia mascherata di bonomia, cascherebbe nel freddo e farebbe giudicar male uno scrittore che ha tutti i pregi per riuscire, tranne la lingua.
La lingua!.... Ma a parlarne si prende del pedante.
Silenzio.
...
.
...
IL ROMANZO SPERIMENTALE.
...
.
...
 strano come i pregiudizi s'impongano anche a coloro che credono di non averne. Per non dire altro, la questione suscitata da Emilio Zola circa il romanzo sperimentale, ha fatto veder chiaro che molti ingegni, i quali si credono e si proclamano liberi, hanno invece la ferrea palla e la catena attaccata come i galeotti. Stranissimo poi  che certe teorie trovino appunto i nemici pi fieri l dove dovrebbero trovare dei naturali alleati; dico nel campo dei repubblicani od almeno tra coloro che senza militare attivamente nelle schiere repubblicana, vanno un po' pi avanti che non sia lecito ad un sostenitore del presente disordine di cose.
.
Per giustificare la loro avversione alla letteratura che cerca di sostituire lo studio della verit alla fecondit della imaginazione, ripetono quel che hanno ripetuto gli scrittori di teorie politiche ed i seguaci di Nicol Machiavelli, cio che la repubblica non pu esistere che basata sulla virt; ed aggiungo che la letteratura sperimentale essendo necessariamente immorale, deve essere respinta da ogni convinto e sincero repubblicano.
.
La repubblica deve esser basata sulla virt? Questa affermazione mi  sempre sembrata una di quelle magnifiche sciocchezze che proferiva l'egregio signor Prudhomme, il faceto e maestoso personaggio inventato da Enrico Monnier. Ma quale virt? Fate solo questa innocente domanda, quale virt? e la magnifica frase cade in rovina. Delle virt che ne sono di millanta tipi. C' per esempio la virt secondo i cattolici. Vorremo esser virtuosi a quel modo e tendere la guancia sinistra a chi ci schiaffeggi la destra? Bella repubblica sar quella che si fonda su quella virt! Direte che la virt cattolica non  virt, e sia.
.
Ma quale sar dunque questa benedettissima qualit che deve servire di fondamento a questa benedettissima repubblica? C' per voi un assoluto, una morale superiore alle evoluzioni civili e sociali? E se c', qual'? Non basta ripetere i due o tre assiomi del diritto romano, del decalogo o della dichiarazione dei diritti dell'uomo. La condotta  qualche cosa di troppo complesso perch due o tre massime sante possano valere a darci una norma sicura nelle mille contingenze della vita. E stringendo le cose, e venendo alla conclusione, bisogna confessare che questa virt necessaria alla solidit della repubblica  la virt repubblicana. La quale, ch'io sappia, non ha mai imposto la esclusione del romanzo sperimentale come pericolosa agli ordini civili, perch tra le altre cose, ha bisogno ancora di essere messa al mondo, povera virt, di crescere e di farsi capire. Non lanciamo dunque anatemi in nome di un vangelo che non  stato ancora scritto.
Ma, si dice, il romanzo sperimentale  la stessa cosa della pornografia e quindi ecc. ecc. Adagio! Chi ve l'ha detto? Per me, intanto, in questa affermazione trovo o una ignoranza crassa o una malafede cattolica. Io non capisco e non capir mai che si dica, per esempio, che la lirica  la laudazione di Madonna Laura perch il Petrarca nel suo canzoniere ha lodato madonna Laura.
C' un romanzo realista che rasenta il pornografico? Ammettiamolo, bench i romanzi dello Zola non siano per me in quel caso. E che per ci? Direte che le novelle sono di necessit pornografiche perch il Boccaccio  di manica larga? Eppure ci sono le novelle del padre Cesari che seccherebbero il mare a forza di pudicizia.
Qui si confonde una questione di metodo con una questione di tendenza; qui si giudica tutto il poema cavalleresco dal solo canto di Fiammetta.
Siamo in buona fede, se  possibile. Quando mai i difensori del romanzo sperimentale affermano che si debba esser pornografi? Quando mai fu dimostrato che non si possa fare un romanzo sperimentale, che sia morale?
Perch dunque queste sentenze a priori che si sentono tutti i giorni schizzar fuori dalle caste bocche dei critici pudibondi contro questo povero sperimentalismo? Eppure qual' il canone primo degli sperimentalisti nell'arte? Essi vi dicono: fino ad ora per esser buon romanziere bisognava essere uomo di grande fantasia, di immaginazione feconda. Ora queste facolt sono stimabili, eccellenti, ma non  per mezzo loro che ci avvicineremo alla verit. Le altre arti hanno cominciato da un pezzo a studiare dal vero, e il romanzo non fa parte anch'esso dell'arte rappresentativa? L'immaginazione  una bella qualit, ma l'ideale del romanzo sar dunque quello di Giulio Verne?
L'immaginazione non deve essere esclusa, s'intende. Dice il chimico che sperimenta: come si comporter il tale metallo immerso nell'acido tale? E il romanziere: come si comporta il carattere tale quando si trova nella tale circostanza? Come si vede, la fantasia non  esclusa, poich a lei spetta di cercare l'occasione, di trovare la circostanza nella quale mettere a sperimento un carattere.
Ma il carattere, l'occasione e le relazioni intermedie non spettano pi alla fantasia, che deve limitarsi a metterle in presenza tra loro. Devono esser desunti dal vero, e non pu essere lecito in questa forma letteraria, d'inventare carattere e modo di condursi di una persona imaginaria in faccia ad avvenimenti inventati. Si tratta insomma di mettere la fantasia al posto che le spetta. Non si faccia la storia nuda e cruda, ma non si facciano nemmeno i racconti delle fate.
Che cosa ci sia di scandaloso e di pornografico in queste massime, davvero non saprei vedere. Ma  necessario, pare, per la letteratura virtuosa che il protagonista sia un eroe, lo donna un angelo, il tiranno un mostro d'iniquit e cos via.  il sistema del teatro a soggetto, dove il carattere di Arlecchino, di Pantalone e di Brighella era gi fatto e stabilito. Invece, nella verit, non si  che in rarissime eccezioni completamente virtuosi o completamente birbanti. In generale, si vive oscillando tra le azioni indifferenti, e quando arriva qualche avvenimento critico dove bisogna decidersi o per la soluzione retta o per la curva, pochissimi sono quelli che non abbiano un quarto d'ora, un minuto d'esitazione. Perch dunque gli eroi dovranno sempiternamente essere l'eccezione? Perch dunque non staremo un poco alla verit, lasciando in pace i tipi imaginari platonicamente perfetti?  pornografia questa?
Chi  senza peccato tiri la prima pietra, diceva quello. Il giusto cade sette volte al giorno, diceva quell'altro. E ci ostineremo a imaginare eroi che non peccano e non cadono mai? In questo caso i romanzi diventano pericolosi come se fossero pornografici.
Una gentile signora, dice il Mrime, se non sbaglio, visitando lo studio di un illustre scultore, guardava le Veneri e le altre splendide nudit marmoree con occhio poco benigno e disse finalmente che gli uomini fanno male a guardare e tenere in casa simili statue. La loro imaginazione si sregola, si guasta, e pretendono poi dalle povere donne quel che non possono avere, una bellezza che si avvicini alla perfezione. La signora diceva bene. Facciamo un po' degli eroi meno meravigliosi, perch le ragazze, queste ragazze che stanno tanto a cuore ai critici virtuosi, non si guastino la testa.
...
.
....
IL CENTENARIO DEL METASTASIO.
...
.
...
Quanti monumenti! Quanti centenari!
.
Le nostre piazze sono popolate di statue in toga, in brache corte, qualche volta nude: il bilancio dei municipi ha nelle categorie delle spese ordinarie, quelle per la celebrazione del centenario del paese. Una volta si spendeva per la festa del santo protettore; ora, poich in Italia sentiamo sempre il bisogno di festeggiare qualche cosa, si spende per la festa del poeta, dello storico, del pittore, qualche volta pur troppo anche dell'uomo politico che nacque all'ombra del campanile. Nessun proprietario  sicuro che l'autorit municipale non venga un bel giorno a incastrargli un epitafio nella facciata della casa col suo bravo qui nacque o qui dimor o qui mor l'illustre tal de' tali.
.
 Comincia a diventare un incomodo, una servit da tenere a calcolo nel contratto d'affitto. Vedremo degli avvisi cos: Da affittare: appartamento composto di sei camere e cucina. Acqua dell'acquedotto: vista del giardino: non v' morto alcun uomo illustre. Ma gli appartamenti in condizioni cos felici saranno pochi. Qual' la casa che non abbia oramai la disgrazia di avere ospitato un uomo celebre?
Ora  la volta del Metastasio, del quale a Roma fu celebrato il centenario mercoled scorso. Sono gi in vista molte altre consimili solennit, come il centenario di P. Ovidio Nasone; e coll'aiuto di Dio e dei Santi speriamo di vedere quelli di Orazio, di Ennio, di Pitagora e via via fino al padre Adamo, che, secondo me, ci ha pi diritto di tutti. Che voglia di stare allegri fiorisce in Italia!
.
Sono pochi anni che il Metastasio era vituperato come l'Offenbach italiano. Vi ricordate che dopo la batosta del 1870 la Francia, con un acume straordinario, riconobbe la causa delle proprie disgrazie nelle operette dell'allegro maestro tedesco. Allo stesso modo l'Italia, dai disinganni del 1815 fino alla fortunata aurora del 1859, fu convinta che la sua fiacchezza derivava dai versi del Metastasio. Vittorio Alfieri, lo scrittore di ferro, aveva cos duramente calcata la sua forte mano sul mite poeta, sullo scrittore delle dame incipriate! E poi il Metastasio era stato poeta cesareo, e gli si imputava questa qualificazione come se egli avesse apostatato servendo poesia italiana all'imperatore austriaco. Non si badava ai tempi: la repulsione del povero abate era istintiva, patriottica, e forte delle teorie e degli esempi alfieriani. Pareva che il Metastasio dovesse essere cancellato dalla gloriosa nota di ridicolo come il Querno, o d'infamia come l'Aretino. Invece gli fanno il centenario!
.
Egli  che l'Italia si  ricreduta di molti giudizi che in altri tempi le erano suggeriti dalla passione, santa ma cieca. Allora era necessario, giusto quasi, il declamare contro al poeta che ad ogni modo era stato servitore di chi poi ci oppresse cos duramente: oggi non pi. Se la Corte Imperiale di Vienna avesse ancora la bizzarra idea di chiamare un poeta italiano ai suoi servigi, molti biasimerebbero chi accettasse, un po' per quei sentimenti democratici che ci hanno fatto democratizzare perfino la nostra Corte, un po' pel resto delle vecchie idee, per lo strascico delle vecchie formule retoriche dalle quali i popoli si lasciano trascinare all'entusiasmo ed al martirio e che, esaminate dopo che il tempo ci ha raffreddati, appaiono cos meschine. Ma tuttavia disapprovando energicamente chi accettasse, non potremmo a meno di fare delle considerazioni benevole sulla cosa in s, dalle quali altri potrebbe anche esser tratto ad applaudire chi accettasse.
Infatti, si direbbe, quale onore per la nostr'arte, per la nostra nazione! Hanno bisogno di noi! La Grecia, vinse Roma; noi liberi, vinciamo i Teutoni: ed altre belle e sonanti frasi come queste. Un professore che sia chiamato a insegnare di l dai monti ci par sempre tanto pi bravo di quelli che rimangono a casa. Un pittore che stia a Parigi deve essere migliore di un altro che stia a Napoli. I nostri libri non sono accettati come buoni, le nostre poesie non sono degne di attenzione se prima non furono almeno tradotte in tedesco. Un uomo insomma, qualunque sia la sua professione, o medico o commediante, o ministro o cavallerizzo, non ci pare completo se non ha fatto il suo giro all'estero, se non viene di l con la laurea straniera. Mi pare dunque che si finirebbe a gloriarsi di fornir noi i poeti ai Teutoni ed agli Sciti, e che quella carica diverrebbe onesta per chi la tiene ed onorevole alla stessa patria, come nessuno rimprover mai allo Spontini, al Cherubini, al Rossini, l'aver occupato cariche onorifiche sotto governi e sotto re stranieri.
Non dico se questo sia un male o un bene: dico solo che oggi, a sangue freddo, si pu vedere che l'esser poeta cesareo nel 1730, non implicava quella idea di apostasia e di tradimento che si pensava trent'anni addietro: dico che se vediamo ora la perfetta onorabilit di quella posizione in quel tempo, resta distrutta una delle grandi cause di antipatia che l'Italia abbia fin qui avuto verso l'abate Metastasio, e, per quanto oramai i centenari ci abbian rotto le tasche, vada pel centenario.
Ma resta l'accusa alfieriana. La poesia del Metastasio  di latte e rose, molle, corruttrice, sfibratrice. Abbiamo bisogno di uomini forti, non di sdolcinati Licida; di forti madri, non di Fillidi inzuccherate. Ci bisogna Tirteo e non Anacreonte; la tromba e non la zampogna!
Lasciamo andare l'idea proudhoniana dell'arte utile e miglioratrice, poich oramai le teorie di Bentham, che hanno tanta fortuna, e tanto sguito altrove, dalla poesia furono volando. Ma chi vi ha mai detto che si voglia rifare il Metastasio? Si tratta di assegnargli il posto che gli spetta tra i nostri poeti, non di proporlo ad esempio agli scolaretti. Ha il suo posto il mollissimo Ovidio accanto al durissimo Tacito; perch negare il suo al Metastasio. come se si temesse di mancar di rispetto a Vittorio Alfieri?
L'arte del Metastasio  molle e sfibratrice? Ma  l'arte del suo tempo! Quando cesseremo dunque dal giudicare scindendo l'autore dall'et sua, dimenticando l'ambiente dove attingeva le sue ispirazioni, dove una data forma artistica gli si imponeva? Volete voi che l'Alighieri possa vivere e scrivere la Comedia al di fuori del Trecento, in mezzo agli abatini incipriati ed alle dame in guardinfante? Allora si pensava cos, si sentiva cos, e il Metastasio cantava necessariamente a quel modo. Si pu deplorare che l'Italia della prima met del secolo passato non sia stata la Grecia che debell Serse, o la Francia rivoluzionaria che vinse l'Europa conservatrice: ma poich l'Italia era cos l'arte sua non poteva essere altro che cos. La colpa non  del Metastasio, il quale a buon conto non ha ammollito o sfibrato i generali di Maria Teresa che lo applaudivano, non ha messo il latte e miele nelle vene di Maria Antonietta di Francia o di Carolina di Napoli che furono sue discepole, non ha avuto n poteva avere alcuna influenza sui contemporanei perch l'arte non ne ha, e non ne ha mai avuto: egli serviva al suo tempo e da quello era tratto, sforzato, a cantare a quel modo e non in altro. Bisogna giudicare il poeta cesareo, non coi criteri del Quarantotto o del Cinquantanove, ma con quelli del suo tempo. La storia non c' per nulla? Credete che la causa di Sedan sia nelle Belle Hlne? Via, mettiamo le cose al loro posto.
Arte molle? Certo, dopo quella dell'Alfieri; ma al suo tempo, no. Imaginate voi gli spettatori delle opere del Metastasio? Credete voi che trovassero molle il poeta cesareo quelle dame e quei signori mollissimi che dovevano poi essere inchiodati come in una vetrina di museo nel Giorno del Parini? A loro doveva apparire pi che forte il poeta che trascina Catone moribondo sulla scena e che davanti a Cesare gli fa proferire la parola romana,
altrove
Portatemi a morir!...
L'Attilio Regolo ha dei punti in cui c' forza anche per noi che veniamo dopo all'Alfieri. L'ultima scena vi par molle?
Romani, addio! Siano i congedi estremi
Degni di noi. Lode agli Dei, vi lascio,
E vi lascio Romani. Ah, conservate
Illibato il gran nome e voi sarete
Gli arbitri della terra, e il mondo intero
Roman diventer. Numi custodi
Di quest'almo terren, Dee protettrici
Della stirpe d'Enea, confido a voi
Questo popol d'eroi. Sian vostra cura
Questo suol, questi tetti e queste mura.
Fate che sempre in esse
La costanza, la fe', la gloria alberghi,
La giustizia e il valore. E se giammai
Minaccia al Campidoglio
Alcun astro maligno influssi rei,
Ecco Regolo, o Dei! Regolo solo
Sia la vittima vostra, e si consumi
Tutta l'ira del ciel sul capo mio:
Ma Roma illesa... Ah, qui si piange! Addio!
Vi ricordate l'esclamazione del povero Leopardi:
L'armi, qua l'armi! Io solo
Combatter, procomber sol io!
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl'italici petti il sangue mio!
.
E' mollezza questa? E ricordate che il Metastasio scriveva, non dei drammi, ma dei libretti d'opera: ricordate che noi, i quali un secolo dopo gli rimproveriamo l'arte sua, gli contendiamo la gloria che gli spetta, tolleriamo il raggio lunar di miele, l'orma dei passi spietati ed altre splendidissime e fortissime minchionerie: ricordate che pubblico avessero lo cose del Metastasio e vedrete che l'accusa alfieriana deve esser molto attenuata. Al suo tempo egli doveva parer troppo forte, ruvido anche, ed  ingiusto considerarlo fuori del suo tempo. Certo non  modello da proporsi; ma lasciando anche che oramai modelli non se ne propongono pi, chi proporrebbe da imitare il Petrarca? Eppure la sua grandezza non si discute.
Del resto poi l'arte del Metastasio  arte italiana, arte indigena, e non dobbiamo respingerla come una scomunicata. Sia il giudizio nostro quale si voglia, anche lontanissimo dagli entusiasmi del La Harpe e dello Schlegel, non dobbiamo disconoscere il nostro sangue. Il Metastasio scende in diritta linea dal Guarini: il Pastor Fido recitato alla corte di Ferrara  il babbo dell'Olimpiade recitata alla corte di Vienna.  arte nostra, che si pu discutere che si pu non amare, ma alla quale non si pu negar posto senza esser ingiusti o ignoranti.
Celebrare il centenario del Metastasio mostra la nostra voglia di divertirci; di far dei discorsi per l'inaugurazione dei busti e delle lapidi; di far dei comitati, delle commissioni, dei presidenti, dei parlamentini che finiscono in un pranzo. Ma nello stesso tempo che il vecchio pregiudizio se ne va, che la tesi giacobina tende ad uscire dalla critica e dalla storia letteraria.
Buon viaggio!
...
.
...
ELZEVIR.
...
.
...
L'Italia ridiventa la terra dei carmi.
.
Per fortuna c' della gente che abbomina i libri stampati bene e certi critici spiritosi hanno messo alla moda le lamentazioni dolorose contro la fiumana degli elzeviri. Se questo non fosse, il governo avrebbe gi inventato una nuova tassa sui volumi di lusso e si pu star sicuri che la tassa renderebbe molto.
.
Perch poi questi libriccini siano stati battezzati elzeviriani  un mistero. Quei caratteri tondi sono italianissimi ed il formato  cosmopolita. Il Lemerre a Parigi li mise per primo alla moda, e il Casanova di Torino, poi io Zanichelli di Bologna, dopo avere in principio imitato, si misere a gareggiare di perfezione e di gusto. Oramai non c' villaggio in Italia dove non si possan trovare le simpatiche copertine acqua di mare del Casanova o le aristocratiche guanti gialli dello Zanichelli, e non c' nessuno di quei critici, che maledicono per abitudine gli elzeviri, che perpetrando una birberia in versi eterodossi, non corra a farsela stampare in versi elzeviriani.
.
Lasciamo stare quel che c' dentro agli eleganti libriccini: ma il di fuori non  bello? Non  almeno da preferirsi a quei libracci sgarbati impressi in carta straccia con capocchie di chiodi, dove i nostri babbi deponevano le loro rime? Vedete la seriet dei critici! Perch le poesie che si stampano ora non hanno la fortuna di contentarli, gridano, piangono, sospirano anche contro il modo di stamparle, che almeno  un progresso bello e buono. Ma di questa seriet dei critici non c' da aversene a male, poich  una delle poche gioie degli autori.
.
I critici credono spesso di aver messo un povero autore nel banco degli asini e di avergli inflitto un amarissimo castigo: ma se vedessero molte volte l'ilarit dell'autore punito, e se sentissero i commenti, non del colto pubblico, ma del pubblico colto, alle loro articolesse, qualche volta si accorgerebbero della loro impertinente pedanteria e sempre poi rimarrebbero sorpresi dell'umoristico effetto delle parole loro!
.
Perch la critica  una bella e santa cosa, ma fatta come la facciamo ora in Italia, fa piet davvero. Critichiamo cos a orecchio, o, come si dice, a impressioni. Se abbiamo fatto colazione bene, se il sigaro  buono, se nel caff non c' troppa cicoria, l'impressione sar buona ed i giudizi benigni. Se piove, se ci fa male un dente, se dobbiamo saldare il conto del calzolaio, l'impressione sar pessima e taglieremo a pezzi il povero autore. Si fa la critica come la giustizia in Italia. Se il vento tira di qua, si trovano le circostanze attenuanti per l'omicida e la forza irresistibile pel parricida. Se il vento tira di l, si condanna il Fratti per aver usato i dovuti riguardi ai birri e si promuove il giudice che lo condanna. Cos vuole il progresso, e non c' che dire. Ma intanto c' chi giudica i critici e i giudici. Certi libri lodati muoiono di anemia e certi parricidi assolti debbono emigrare. Certi libri vituperati si ristampano e i birri rimangono sempre birri nella stima di tutti. Anzi ci si guadagna questo, che qualche volta i giudici si confondono coi birri.
Tutto questo lavoro di arte e di critica  un bene o un male? Non si pu negare che fra i volumetti che vengono fuori c' qualche volta certa roba da fare schifo ad un professore di anatomia patologica. Ma da quando in qua si deve stampare solo la roba bella? Dal Guttenberg allo Zanichelli si stampa la roba buona e la cattiva. Scelgano i lettori secondo il loro gusto; l'editore non ha nessuna missione religiosa, sociale o politica. Il lanificio Sella fabbrica senza dubbio anche i drappi rossi e i turchini, senza che il padrone pensi a tormentarsi la coscienza sull'avvenire de' suoi drappi; che possono diventare una bandiera repubblicana o una nappina di guardia di pubblica sicurezza. Si pensa solo a produrre: e quando si produce molto  perch si consuma molto. E questo  buon segno.
 segno che oramai si comincia a capire che la coltura  indispensabile a tutti, anche all'uomo politico. Si capisce che non  pi lecito scrivere Italia col g, e che il Massari commette la pi gigantesca imprudenza, rivelando che il conte di Cavour non era forte in grammatica e dava a correggere i discorsi della Corona precisamente al Massari! Si pu dire che Teodorico re d'Italia era buon politico e non sapeva scrivere; ma si pu rispondere che Teodorico regnava la bellezza di mille e quasi quattrocento anni addietro, e regnava sui Goti e su certi italiani che valevano meno dei Goti. Oggi bisogna saper molto per far qualche cosa, e i giovani che ne sono persuasi, studiano. Cascano,  vero, nel peccato di stampar troppo presto, ma ad ogni modo lavorano. Meglio lavorar male che non far nulla. Meglio stampare un volume di versi sbagliati, come si fa ora, che diventar matti per la Essler, come si faceva una volta. Almeno l'arte della stampa ci guadagna. Dunque se la energia della giovent prorompe in cattivi versi piuttosto che in cattive azioni, tanto meglio.
E la fioritura dei versi continua. Tutti gli stampatori sono occupati intorno a canzonieri nuovi: tutti gli editori mettono in vendita nuovi volumi di versi. La fortuna dei giornali a numero unico che dal gennaio in mia vengono a galla,  un altro sintomo della voglia di cose d'arte che s' impadronita del pubblico italiano.  vero che i critici piangono sempre, ma  vero altres che si comincia a legger molto e da molti. Alcuni editori fanno fortuna. Qualche anno fa in Italia c'erano Le Monnier e Barbra soltanto. Ora quanti sono! Via, lasciamo piangere i critici.
Una parola tira l'altra e chiaccherando si finisce a non trovar pi il modo di tornare all'argomento. Tutte queste chiacchere infatti non lasciano pi che lo spazio di un annunzio, mentre il titolo faceva sperar meglio. Pazienza. Ecco l'annunzio.
Prima di tutto ecco una nuova edizione e completa dei Juvenilia di Giosu Carducci. La prefazione fu inserita in questo giornale domenica scorsa. Una prefazione di combattimento trovava il suo posto naturale in un giornale di combattimento, e le sciabolate erano ben dirette e la sciabola taglia troppo bene perch si debba qui ritornare sui colpi. Chi ha avuto, ha avuto. Pensino gli sciabolati a trovare il rimedio, se pur se ne trova e noi, per quanto possa dolere alla Civilt Cattolica che da qualche mese l'ha col Carducci, e per quanto dolga agli altri gesuiti in borghese, salutiamo il maestro.
Seguono i Nuovi versi del Betteloni, ai quali il Carducci fece la prefazione; la seconda edizione, quasi raddoppiata, delle Lacrymae del Chiarini; i Miei canti di Corrado Ricci e le Poesie di Enrico Nencioni. Tutto questo ci da un editore solo, lo Zanichelli, tutto ad un tratto.
Tempo fa, tanti versi non si stampavano in un anno. E non si dica che la roba che si stampava allora era meglio di questa, perch per rispondere basterebbe domandare dove quella roba sia andata a finire. Si scrive dunque e si legge molto pi che non si leggesse o stampasse una volta.
Piangano pure i critici dolorosi. Noi speriamo che i ministri dell'avvenire scrivano Italia senza g e non si facciano raddrizzar la grammatica dei discorsi della Corona dall'onorevole Massari.
...
.
...
NAN.
...
.
...
Avete ragione di dolervi che le donne perdute tengono troppo posto nell'arte moderna; ma avete torto di meravigliarvene. Tengono nell'arte lo stesso posto che nella societ. Il loro nome  legione e sono arrivate a diventare una corporazione, una classe retta da leggi speciali, che ha i suoi diritti e sopporta carichi determinati, tra i quali non ultimo la tassa d'esercizio che ingrassa cos degnamente il fondo dei rettili.
.
Qui non  luogo da cercare la causa per cui la Venere vulgivaga ha tanti altari e culto cos universale. Si pu deplorare il fatto, ma bisogna accettarlo, studiarlo, discuterlo, non metterlo in tacere come fanno le anime timorate e conservatrici. Quando bene vi facciate il segno della croce e diciate le pi efficaci giaculatorie passando per certi vicoli, non rimedierete a nessun male, non arresterete un momento la carie che rode l'ossa a tante sciagurate. In Italia per  privilegio soltanto degli scienziati, medici o statisti, l'occuparsi di queste cose. L'ipocrisia cattolica che informa ancora i nostri costumi ci costringe a strillare come oche spennate se capita un poeta od un romanziere che ne parli a voce alta. A tacere, intanto, il male cresce e c' il caso di trovarsi presto in un bel pasticcio.
.
Emilio Zola non ha ipocrisie. Potrete discuterlo come artista, preferire le sentimentalit di Paolo e Virginia alle crudezze dell'Assommoir, ma non potrete negare che egli dica quel che vuoi dire, senza circonlocuzioni, senza riguardi. Questa letteratura precisa, che ha le brutalit dell'inventario e le illusioni dello stereoscopio, dovrebbe andare a genio a tutti coloro che fanno professione di odiare e di maledire la retorica. Accade invece il contrario, a maggior gloria ed onore della logica, e pare oramai che sia diventato retorica anche il dire la verit. Si dice che l'uomo sia un animale ragionevole, ma qualche volta non pare.
.
Al libro dello Zola nocque la sperticata rclame e lo stato di guerra dichiarata che dura fra il suo autore e quasi tutti gli scrittori francesi. La fortuna dell'Assommoir schiaccia anche un poco la fortuna della Nan per quella strana pretensione del pubblico il quale accusa di monotonia uno scrittore che abbia sempre la stessa impronta e lo accusa di leggerezza se cambia. Le stesse persone che ora sono seccate di trovare anche in questo libro il solito Zola, se egli scrivesse diversamente si dorrebbero domani di non trovar pi il solito Zola. Ed anche questo  da aggiungere alla lunga lista degli argomenti che servono a dimostrare come e qualmente l'uomo sia una creatura ragionevole.
Anche quest'ultimo romanzo  un memento della vivisezione che lo Zola ha intrapreso sulle carni ancor calde dell'ultimo impero francese,  un volume del suo gigantesco studio sulla corruzione profonda che invase tutto e domin la nazione predicando che i vizi dei ricchi fanno guadagnare i poveri. Egli ci fa assistere all'apoteosi della crapula di moda, alla adorazione della belt cretina. La ragazzaccia che ieri trascinava le ciabatte nei rigagnoli di Parigi accende la foja brutale di tutta una giovent oziosa e passa dal zerbinotto al banchiere ed al principe per discendere all'istrione e risalire ai trionfi asiatici della corruzione accettata ed incoraggiata. Tutte le vigliaccherie ributtanti di una vecchiaja oscena, tutte le energie sbagliate di una giovent inutile vi passano davanti agli occhi, e dappertutto la sirena dalle carni belle, dal cervello piccolo e dal cuore capriccioso, dappertutto porta involontariamente la sciagura, la rovina, la vergogna. La superstizione cattolica non resiste al fascino demoniaco; se anzi v'ha chi subisca completamente, ciecamente, questa tirannia del vizio raffinato e della brutalit volgare,  il severo ciambellano allevato dai gesuiti. E cos, dal plauso dei teatri e dalle ovazioni del turf, questa bellezza vana, questa stupida sirena che parla il gergaccio delle bettole e dorme nel letto dei principi, passa come la personificazione di un regno intero, come il simbolo del pervertimento di tutta una societ.
Ma Nan, cui nessuna aberrazione dell'istinto, cui nessuna mostruosit del vizio  sconosciuta, conserva un ultimo pudore, quello della letteratura conservatrice. Traduco questo brano che sembra stenografato in un'elegante conversazione italiana: "Allora Nan chiaccher coi quattro uomini da padrona di casa piena di fascino. Quel giorno aveva letto un romanzo che faceva gran chiasso, la storia di una donnaccia, e si ribellava e diceva che erano tutte bugie, professando del resto una sdegnosa ripugnanza contro questa letteratura immonda che pretende di copiare dal vero. Come se tutto si potesse mostrare! Come se un romanzo non dovesse essere scritto per passar bene un'ora! In fatto di libri e di drammi, Nan aveva opinioni molto recise: voleva opere tenere e nobili, pagine che fanno pensare ed innalzano l'anima". Ma Nan  conservatrice sino in fondo. "Caduta la conversazione sui torbidi che agitavano Parigi, sugli articoli incendiari, i principii di sommossa cagionati dagli eccitamenti a prender l'arma che tutte le sere sonavano nelle pubbliche riunioni, ella si adirava contro i repubblicani. Che cosa volevano dunque questi sudicioni che non si lavavano mai? Forse che non s'era tutti felici, forse l'imperatore non aveva fatto tutto pel suo popolo? Bella sporcizia, il popolo! Ella lo conosceva e poteva parlarne!"
Si capisce ora perch gli odiatori della retorica abborrano anche lo Zola che parla cos chiaro e fa parlare le donnacce come parlano davvero. Si capisce che questa stenografia dei discorsi, questa fotografia delle birbonate, dia sui nervi a tanta gente; ma si capisce altres la fortuna dei libri di questa sorta. Certe volte, leggendo, trovate la frase che avete udita in una conversazione, riconoscete il tipo che parla con voi dignitosamente tutti i giorni; e questa verit, questa franchezza dell'arte e della fantasia, se scotta a quelli che ci si riconoscono, piace a quelli che riconoscono gli altri.  vero, anzi pur troppo  storico, il Vandeuvres che ruba alle corse, il La Faloise che si inebetisce, l'ufficiale che toglie dalla cassa del reggimento i denari per Nan, il ciambellano austero che scende di notte in tutte le fogne, il banchiere che fallisce per una gonnella, il principe che cerca l'amore tra le quinte, e via via. Ma perch, secondo le massime di Nan, queste cose non si debbono mostrare? Oh, l'ipocrisia dei fotografi!
Sbaglieremo, ma siamo persuasi che questi libri facciano bene pi di cento prediche. Essi ci paiono infatti una felice modificazione della gogna. La pena cessa di esser personale, ma non cessa per di essere efficace.
...
.
...
UNA BIOGRAFIA SBAGLIATA.
...
.
...
Certi uomini nascono disgraziati, muoiono disgraziati e sono perseguitati dalla disgrazia anche dopo la morte. Di questi fu senza dubbio Alfonso La Marmora. Non pes tanto la guardia della grave mora sulle ossa di re Manfredi, come sulla tomba dello sventurato generale pesa la biografia scritta dal Massari.
.
Non c' quistione di partito. Anzi la gran differenza tra le opinioni politiche del Massari e quelle che professa questo giornale  guarentigia dell'imparzialit di un giudizio espresso qui. Nessuno pu sospettare che si voglia combattere nel Massari un avversario incomodo, un nemico pericoloso. Il Massari  tra i vinti, e mentre questo spiega i panegirici accordati al suo libro dai colleghi di sventura, assicura anche i lettori intorno ai giudizi di coloro che non sono n vinti n vincitori. Qui non ci pu esser passione.
.
E non si dice critica, ma si dice giudizi; poich alla critica bisognerebbe un bagaglio di prove non consentito alla capacit delle colonne di un giornale. Se, per esempio, si volesse dire che il libro del Massari  un modello di quella verbosit incolora che riempie le orecchie senza passare il timpano, in riga di buona critica bisognerebbe provarlo riproducendo e commentando quattro quarti del volume; ed i lettori non lo meritano. Almeno gli opuscoli del Chiala, narrando episodi della vita dello sfortunato generale, faranno capire la inflessibilit di un carattere retto le rigidezze stoiche di una coscienza severa, e spiegano come un uomo salito ad altezza pari all'ingegno possa tuttavia rimanere rispettabile. Sta bene che uno scrittore si innamori del suo tema, ma s'intende acqua e non tempesta, s'intende biografia e non elogio, s'intende che la storia non anneghi nella inondazione degli epiteti laudativi.
.
Intanto il Massari  di quelli che odiano svisceratamente la retorica; e loda Silvio Pellico cos puro di retorica, scrivendo un libro dove ad una figura ne succede subito un'altra, dove l'etopeia, l'esortazione, l'enfasi si rincorrono affannosamente senza una pagina di riposo! Al discepolo fedele del Gioberti si possono perdonare i sopravvissuti entusiasmi pel Primato, ma allo storico come si pu perdonare la continua tensione lirica del concetto, l'insistente fraseologia elogiastica della forma? Dappertutto il delirio del panegirista turba la serenit dello storico, dappertutto si sente una turgidezza faticosa, una idropisia di ammirazione che spesso muove al sorriso.
.
E questi voli ammiratorii che tendono alle altezze dell'apoteosi, e precipitano spesso nelle bassure dell'ingenuit. Come non sorridere leggendo che il La Marmora nella campagna del 1848 "diede saggio di molta perizia ed accorgimento e dimostr con quanta attenzione avessee studiate le campagne napoleoniche. Difatti egli distribu le truppe nelle identiche posizioni, e perfino nei pi minuti avamposti dove Napoleone colloc le truppe francesi?" Dio buono!  egli possibile di esser tanto ingenuo di non avvedersi della puerilit di questa lode?  possibile che il Massari, per quanto profano all'arte militare, non si accorga che la perizia di un generale non sta certo nel mettere le sentinelle nel posto preciso in cui cinquant'anni prima le mise un altro generale?
.
N davvero pu parer troppo troppo grave lo storico che mette la Divina Provvidenza tra gli argomenti spiegativi del fatto. Che questo Deus ex machina appaia qualche volta nella scappata finale dei discorsi della Corona o nei proclami dell'imperatore di Germania, sta benissimo, poich ogni cosa pu esser detta sotto l'usbergo della legale irresponsabilit.
.
Ma che uno storico asserisca che per fare l'Italia erano necessari grandi uomini e che la Provvidenza li ha fatti nascere a tempo opportuno; che uno storico ammetta tranquillamente la missione provvidenziale del conte di Cavour, pare cos strano caso, da veder bene che non si tratta ormai di sistemi storici, ma preistorici. Cos tutti errarono credendo il La Marmora ed il conte di Cavour uomini di carne ed ossa come gli altri. Erano invece essere superiori come gli eoni de' gnostici, spiriti pi vicini al trono di Dio ed incarnati per divina misericordia e provvidenza, senza colpa n merito de' genitori e degli eventi. Il caso non  nuovo.
.
A questo modo anche Filostrato Lemnio scrisse la biografia di Apollonio Tianeo.
Solo resta che i lodatori del libro del Massari non sono n giusti n leali se non lodano anche il Dio liberale di Quirico Filopanti, accanto al quale affettano di passare sorridendo. Non  lecito approvare questa teoria delle missioni provvidenziali, cos cara ai Bonaparte, e metter poi in canzonella un sistema filosofico che per riguardo alla metempsicosi pu vantarsi di risalire a Pitagora. E coloro che lodano la provvidenzialit dell'incarnazione del La Marmora dovrebbero lodare tanto pi gli avatar degli Emanueli in quanto almeno il sistema del Filopanti spazia nei liberi campi dell'ipotesi filosofica, mentre il Massari crede di stare nella cerchia de' fatti provati, nella positiva severit della storia.
Che se poi si volesse dire che quelle frasi non includono un sistema, ma sono modi di dire entrati ormai nello stile e nella lingua comune, bisognerebbe rispondere che non c' retorica pi pericolosa di quella degli odiatori feroci della retorica.
Ma deve essere sistema e non abuso di frasi fatte, poich tutto mostra un sistema in questo libro; il sistema stesso che regna negli Acta Sanctorum. La letteratura cattolica, dai gravi Bollandisti agli ameni scrittori de' giornali clericali, ha oramai tessuto la biografia di parecchie migliaia di beati, senza far altro mai che lodare. Sar una necessit per le religioni ed i partiti, che vivono di polemica, ma certo  strano che solo in quelle religioni ed in quei partiti vivano gli uomini assolutamente esenti da ogni peccato, magari veniale. Cos almeno pare da queste apologie, le quali procedono, non per prove, ma per sentenze. Cos il Massari sentenzia che nel La Marmora il soldato fu il creatore dello statista, e non spetta nemmeno che ci possa essere chi contraddica. Per lui, nel La Marmora non fu alcun difetto. Ma se ci fosse chi stimasse il La Marmora uomo come gli altri e quindi soggetto a difetti, che cosa risponderebbe l'apologista? E i difetti dello statista perch non potrebbero anche essere attribuiti alla educazione del soldato? L'abitudine della obbedienza passiva e del comando assoluto, la satiriasi della disciplina non potrebbero aver tolto forza all'ingegno dello statista, tanto da farne uno di quegli onesti ma stretti esecutori di regolamenti che perdono una casa per salvare una tegola?
Mancava all'apoteosi del La Marmora che si volesse provare il suo liberalismo di antica data. Il povero generale, che per disgrazia dei suoi apologisti ha scritto parecchi libri, afferma in quello sui Segreti di Stato di non essersi occupato di politica prima del 1818, ed il Chiala nei Ricordi della giovinezza del La Marmora conferma la cosa non solo, ma riferendo un brano di memorie anonime, fa vedere come la pensasse il conservatorissimo colonello di artiglieria. Ma l'apologista lo fa spettatore attento ed illuminato, spettatore che ha la coscienza di diventar presto e necessariamente attore egli pure. Per poco il La Marmora non prende il posto di Mazzini, e come, a quanto pare, ebbe la chiaroveggenza in fatto di cose militari tanto che i disastri del 1848 e 1849 furono da lui predetti e avvennero perch non vennero seguiti i suoi consigli, cos poco manc che senza di lui l'unit d'Italia dovesse rimanere sempre un sogno di poeta o una utopia di filosofo. Proprio si vede che il La Marmora era l'uomo provvidenziale!
Ma basta. Venire agli anni pi vicini non giova, perch i ricordi sono troppo amaramente vivi e le obiezioni all'apologia, se sono facili, possono per sembrare appassionate. Si desidera solo di sapere che razza di lingua sia quella usata dal Massari. Lingua italiana non sembrerebbe.
Cos, scorrendo coll'occhio le prime cinquanta pagine, senza essere molto delicati, si possono trovare alla pagina terza gli eventi grandiosi e si pu leggere nella quinta incominciarono la loro vita publica con la carriera militare, e se carriera si vuol prendere per strada, pare che si dovesse cominciare a camminare non con una ma in una carriera. E se questa vi pare troppa pedanteria, dite che cosa  addirsi alla carriera militare (pag. 17).-Mettersi in risalto (pag. 18)-Carlo Alberto pigliava interessamento alle sorti dell'esercito (Id.)-Gli eventi si fazionavano al pensiero (pag. 22)-L'esercito aveva raggiunto un risultamento (pag. 27)-Palle vibrate da mani italiane (pag. 43)-Nel proseguio di tempo (pag. 58), ed altre parole e frasi da far inorridire Attila, flagellum Dei.
Per conchiudere con un sentenza, poich si parla di un libro di sentenze, bisogner dire che non si poteva rendere peggior servigio al povero generale La Marmora. Proprio non lo meritava.
...
.
...
STORIA DI VENEZIA NELLA VITA PRIVATA.
...
.
...
Assistiamo proprio ad una fioritura di storia veneta. Questo giornale, che ha la buona abitudine di additare ai suoi lettori le opere pi importanti che vengono alla luce, rese gi conto del volume del Morpurgo. Ed ecco gli editori Roux e Favale di Torino hanno dato fuori la Storia di Venezia nella vita privata, cio l'opera di P. G. Molmenti che vinse il premio Querini-Stampalia.
.
Non c' niente di perfetto a questo mondo, e anche l'opera del Molmenti ci sembra tutt'altro che scevra di difetti. Lasciamo quel che riguarda i fatti o le riflessioni sui fatti: l'Istituto veneto ha giudicato e a noi non spetta rivedere i giudizi della dottissima Accademia. Ma per finirla subito con quel che ci pare debole in questo libro e bere l'amara pozione ad un tratto, diremo che il peccato pi grave lo troviamo nell'arte. Non si dice che il libro sia scritto male, certo per  scritto in fretta. La stessa pagina sembra alle volte scritta da due persone diverse, tanta  la disuguaglianza dello stile. Accanto a certi periodi che paiono dettati col calore della lirica, si trovano strane negligenze, come a pagina 143, dove si fanno ruminare certi animali che non ruminano mai. Ma basta.
.
Il piano  vasto e pieno di un abbondanza di fatti che potrebbe essere di utilit anche maggiore se l'autore non avesse temuto forse di parere pedante accumulando le note e le citazioni a pie' di pagina. I costumi veneziani sono cominciati a studiare sino dalle origini della citt, con troppa benevolenza, se si vuole, ma certo in conformit di quel che si trova ne' pochi documenti rimasti. Se di qui a parecchi secoli non si trovassero altri monumenti nostri che i codici delle leggi, i tardi nepoti dovrebbero giudicarci a buon diritto giustissimi. Ma le infrazioni alle leggi, frequenti troppo, e i cavilli degli avvocati e l'ignoranza o la cieca partigianeria de' giudici non sarebbero giunti sino a loro. Penserebbero che l'esecuzione delle leggi ci assicurasse una relativa felicit, una quiete invidiabile, ed invece... Cos forse accade quando noi giudichiamo della sanit morale di un popolo dalle leggi che ci rimasero di lui. Erano eseguite? Erano impunemente violate? Chi lo sa! Lo storico non pu in questi casi altro che esporre nudamente quel che si conosce di certo, e per quanto anche il Molmenti, che lascia trasparire gli entusiasmi dell'artista sotto la freddezza dello storico, ha dovuto esser breve nella introduzione del libro che ricerca i costumi dei veneti durante il periodo delle origini.
.
E breve  anche la parte che riguarda l'et di mezzo. La storia di Venezia prima degli ultimi studi, come ce la presentavano i copiatori degli storici ufficiali, aveva qualche cosa di strano, di impossibile.
Come si poteva ammettere una completa abdicazione del popolo, una perfetta soppressione dei diritti del governo della cosa pubblica nella classe pi numerosa della societ, senza una protesta, senza una ragione sufficiente? Non giova il dire che il commercio aveva assorbito tutta l'attenzione e la vitalit delle classi popolari.
Commerciavano anche i nobili, ma comandavano, e le altre repubbliche italiane, specialmente le marinare, ci mostrano come il popolo poteva darsi agli affari ed ai guadagni senza rinunciare per questo al governo.
La Serrata del Maggior Consiglio sembra un colpo di Stato, contro una classe inferiore di nobili, o contro pretendenti alla nobilt, non contro ai diritti legittimi di tutto intero il corpo sociale.
La storia vera di Venezia non cominci che dal giorno in cui gli archivi poterono esser tratti dal segreto geloso che li custodiva.
Comincia col Dar e non  ancora se non abbozzata. Il libro del Molmenti, cos pregevole sotto tanti aspetti, non  che una minima parte delle ricerche che dovrebbero scaturire dall'archivio Veneto e che scaturirebbero pi copiosamente se il governo in questo argomento degli archivi non fosse degno dei pi gravi biasimi.
Un direttore ottimo, alcuni subalterni volenterosi non possono fare quel che si deve fare in un archivio di tanta importanza. Sommeiller e dieci operai non avrebbero forato cos presto il Cenisio; e il Muratori stesso, cacciato ai Frari senza aiuto d'uomini e di danaro, ci farebbe cattiva figura.
Ma in questo libro la parte pi attraente, pi copiosa di notizie curiose ed importanti  quella che riguarda lo splendore di Venezia. Se ci sembra un po' troppo l'affermare che Venezia sia stata il centro vero dell'umanesimo, certo ne fu gran parte, e senza dubbio poi fu per lungo tempo officina libraria dell'Italia.
.
Ma la coltura e l'arte presero in Venezia quell'aspetto di raffinato epicureismo, quella sensualit scevra di ogni grossolana bassezza che resero famose specialmente le feste e la pittura. E forse questo viene dalla politica saggia che seppe tener la Chiesa lontana o frenata.
Non  eresia il dire che le tendenze dell'arte veneta si indovinano gi nelle madonne del Gian Bellino cos diverse dalle estetiche figure fiorentine. Non ci sono chiese meno religiose delle veneziane, se ne togli forse le principali di Roma. Lo stesso S. Marco  l'inno dell'opulenza, non la prece della umilt, e i santi del Tiziano non hanno della leggenda cattolica nemmeno il vestito.
La Venezia del Cinquecento  proprio quella che Paolo Veronese dipinse nel soffitto della sala del Gran Consiglio, bella, trionfante, splendida. Non c' ombra di anemia cattolica in quelle vene turgide di sangue ricco e sano, non c' floscezza di spiritualismo malato in quelle carni pompose e forti. L'arte vera, l'arte senza secondi fini, l'arte di Paolo che lasciava libero l'ingegno e la mano senza prendere tante cose in considerazione, fa immortale il trionfo della bionda dogaressa. La morale  facile, la religione  imprigionata nelle chiese, eppure la popolosa citt non conta che centoottanta poveri! E a Madrid, e a Roma quanti ce n'erano?
Ed  a notarsi, poi, che la decadenza non avvenne per la progressiva corruzione de' costumi, ma pel disseccamento fatale delle fonti che mantenevano la ricchezza. Quando non ci fu pi di lottare con le altre nazioni e di seguire le nuove vie del commercio, allora si cominci a vivere come il ghiro addormentato nell'inverno, ed i guadagni che non scaturivano pi dalla fonte legittima si attinsero poi alla disonesta. Cos non la corruzione gener la decadenza, ma la decadenza gener la corruzione, e sembra destino che la storia di questa strana repubblica sorga sempre come un obiezione di fatto contro ai sistemi a priori, contro certe filosofie della storia che non sono se non aberrazioni metafisiche mal vestite di brandelli di cronache.
Ma non  nell'ambito di un breve articolo che si pu render conto di un libro denso di fatti come quello del Molmenti. Ci basta l'aver accennato almeno al suo piano, se non con l'idee dell'autore, certo senza sciocche prevenzioni di parte o di scuola. Il Molmenti ha cominciato col fare il critico, ed ha voluto senza dubbio che non si dica di lui quel che si dice di altri, che cio fanno i critici per distrazione di non saper fare altro. Senza superstizioni d'idoli, senza religione di stte, gli onesti plaudiranno sempre alle oneste fatiche.
...
.
...
DI UN EPISTOLARIO.
...
.
...
 venuto alla luce il terzo volume delle lettere di Pietro e di Alessandro Verri, e contiene quelle scambiate tra i due fratelli durante il 1768 che cerca i costumi della societ d'allora e i piccoli scandali e i piccoli aneddoti, troviamo per, se non notizie nuove e grandi, al meno la pittura vivissima e famigliare dei timori, delle speranze, delle ansiet che accompagnarono e seguirono la cacciata dei gesuiti dagli Stati dei Borboni e specialmente da Parma. Pietro Verri, che nelle lettere si chiama guelfo per ischerzo, aveva tatto ed odorato finissimo. In tutto quello scalpore che pareva minacciare persino l'esistenza del papato egli cap che chi aveva paura non era il papa, ma i Borboni. Pretendevano questi il ritiro della scomunica lanciata per gli affari di Parma e tempestavano che avrebbero ricorso a rappresaglie, come infatti occuparono Benevento ed Avignone: ma pretendendo, con le solite puerili distinzioni usate anche oggi dai liberali per ridere, che lo spirituale non c'entrava nella faccenda e che il solo temporale era in questione, disputavano sulla validit o no della scomunica, cercavano di far paura al papa, mentre da un'altra parte lavoravano per un arbitrato ed un accomodamento, non osavano di romperla col capo della loro religione; e mentre venivano a vie di fatto contro il governo temporale, mantenevano a Roma gli ambasciatori e seguitavano i maneggi e le comunicazioni diplomatiche come se nulla fosse avvenuto. Il papa invece, inflessibile e logico, non si moveva, duro come un Pio IX qualunque, e diceva:-O si crede o non si crede. Se si crede, si faccia a mio modo: se non si crede, si vada all'inferno.-Davanti al non possumus ed alle minacce dell'inferno i cattolici Borboni avevano paura, tergiversavano, cercavano appigli e furberie che non riuscivano contro la testarda immobilit del pontificato. E il Verri con buona ragione trovava pi logica la condotta del papa e pi che sciocca quella delle corti borboniche; le quali, se veramente sicure del loro diritto e libere di pregiudizi volgari, dovevano risolutamente opporre il diritto secolare all'ecclesiastico, cacciar via gesuiti, cappuccini e nunzi per agire come se Roma non fosse citt di questo mondo e il papa non fosse altro che un seccatore qualunque. A quel modo si sarebbe vinta la causa, ma bisognava essere decisi, spregiudicati e risoluti come Venezia al tempo dell'interdetto. Il pana si sarebbe piegato per forza ed i sovrani gli avrebbero messo il piede sul collo ripetendogli per ischerno l'antifona di un suo predecessore, super aspidem et basislicum ambulabo.
Ma i Borboni erano cattolici. Pi che cattolici, erano giunti a quella debolezza di cervello e di carattere che oggi si chiamerebbe clericalismo.
S'ha un bell'avere Du Tillot per primo ministro, ma quando si ha paura del fuoco eterno, quando si vuole andare in paradiso assolti dai peccati commessi con le ballerine ripugna il combattere contro la santa Roma, ed ogni atto energicamente logico appare alla coscienza paurosa, come una balossada. E il papa, che conosceva i suoi polli, teneva duro. Piegava il collo davanti al piccolo Portogallo che vedeva deciso, ma si levava con tutta l'alterigia romana davanti all'indecisione dei bigotti Borboni. Faceva quel che fanno i cani, che scappano inseguiti, ma inseguono chi scappa. E di questa abituale condotta del pontificato abbiamo esempi cos recenti, che non spiegasi come i nostri politici non l'abbiano ancora capita e non abbiano agito in conseguenza. Che tre o quattro anni indietro i ministri avessero paura dell'inferno,  probabile: ma ci par strano che l'abbiano ora.
Se Pietro Verri aprisse gli occhi, si direbbe ancora guelfo, perch pi disposto a lodare il contegno del papa che il nostro: e il Verri non avrebbe poi tutti i torti.
Ma lasciamo questo discorso, poich ci vorrebbe un altro volume a dire i pensieri che fa nascere la lettura di queste lettere,  bene venire pi gi a dare un'occhiata alla parte esterna di una pubblicazione, forse pi curiosa che importante. Questa volta il pubblicatore risponde alle osservazioni critiche fatte agli altri due volumi dal prof. Domenico Gnoli nella Nuova Antologia, in parte accettandole per buone, in parte respingendole. Quanto alla difesa della ortografia gherardiniana, lasciamola l. Sar logica, sar sicura, sar tutto quel che volete, ma per chi ha scritto e scrive come si  scritto e si scrive abitualmente in Italia, certi rabberciamenti di parole, fatti magari secondo la buona critica, la filosofia, l'etimologia e l'analogia, come dice il dottor Casati, non cessano d'esser molto buffi. Ma anche questa  questione di lana caprina, ed  bene discuterci sopra il meno possibile per non perderci tempo, fiato e giudizio, e restar poi tutti dello stesso parere.
Il dottor Casati ammette che gli errori tipografici siano veramente un po' troppi, ma non ammette di aver fatto male mettendo dei puntini in luogo dei nomi. Egli dice: "Con mio rincrescimento non posso soddisfar l'altro suo desiderio (del Gnoli), cio di non fare nelle lettere tanto frequenti lacune di puntini che non nascondono nulla. Per me, invece, quei punti che disturbano tanto la curiosit del signor Gnoli e del lettore, vogliono dir qualche cosa, per il che ragione di delicatezza vuole che io continui l'usanza mia".
Con la delicatezza intima di una persona non si pu discutere, ma bisogna rispettarla tale e quale . Ma oltre che spesso, come dice il Gnoli, i puntini non nascondono nulla, perch poi metterci in uzzolo di saper qualche cosa e quando ci si arriva lasciarci con un palmo di naso? Sta benissimo il nascondere sotto ai puntini un nome accusato di qualche brutta cosa, quando quel nome  portato anche oggi da qualcheduno. Ma che cosa importava, per esempio a pag. 189, lasciar scrivere a Pietro Verri: Abbiamo avuto un aneddoto assai raro giorni sono; e a questa riga farne seguire quattro di puntini che nascondono l'aneddoto? Se non si poteva dire, era inutile anche annunciarlo.
Ma queste sono piccole cose. Una cosa grossa  questa. Il Casati finisce la sua prefazione cos: "Queste reciproche, liberali e schiette avvertenze siano un pegno di amicizia fra chi scrive dalle umili rive dell'Olona, ed il poeta e letterato che nacque su quelle storiche del Tevere". Offerta di amicizia, od almeno tranquille e benevole parole di una persona non offesa e non adirata. E davvero l'esser offeso dalle critiche del Gnoli, ragionate, gravi, e tutt'altro che offensive, sarebbe stato brutto segno di piccolo spirito; e bisogna ritenere sincere e non ironiche le parole del Casati.
Ma a pagina 173, e qui sta il guaio, in una lettera di Pietro Verri ci sono parecchie cose scritte in cifra, ed il Casati annota cos: "Mi son provato a decifrare s lunga filza di cifre, ma non venni a capo di nulla: forse il copista err nella trascrizione. Ignaro affatto degli intrighi polizieschi, lascio la cura al chiarissimo professore Domenico Gnoli di darne la spiegazione". Dunque, nell'opinione del signor Casati, il Gnoli  pratico d'intrighi polizieschi o, in lingua povera, fa la spia.
Credo che il Casati nello scrivere quella nota non riflettesse alla gravit di quel che diceva. Senza dubbio ha creduto di buttar gi una pungente, ma non velenosa ironia, contro al suo critico, poich non si spiegherebbero allora le parole che chiudono la prefazione.
Non si pu ammettere in nessun modo che le critiche oneste del Gnoli possano aver accecato uno fino al punto di farlo trascendere ad una ingiuria sciocca, villana, sanguinosa. Non si pu credere assolutamente che l'amor proprio di editore, di annotare, possa trascinare fino ad azioni che cadono nel dominio del codice penale. Non  quindi il caso di prender parte pel Gnoli, che  troppo superiore ad ogni calunnia anche involontaria e che sorrider certo a questo sproposito d'ironia. Ma  il caso per di avvertire il Casati di por mente a quello che scrive in libri che rimangono nella nostra storia civile e letteraria.  una svista sicuro, ma una svista tanto grave, che il dottore milanese, siamo certi, la rettificher subito e volentieri, magari prendendosela con chi l'ha rilevata, il che poco importa.
Sbagliamo tutti; ma cos, poi!
...
.
...
LE RICORDANZE DEL SETTEMBRINI.
...
.
...
Non  pi un libro nuovissimo, ma ancora  nuovo.
.
Non  molto, rendendo conto ai lettori delle Memorie di un deportato, notavamo che il segreto della fortuna di questi libri sta nella ingenuit della narrazione. Quando una autobiografia lascia scorgere un fine polemico, secca il lettore e dura poco. Una prova basta per tutte. Vedete l'autobiografia del Dupr. Tutta la prima met del volume, dove l'illustre scultore narra ingenuamente le fatiche sostenute per arrivare, si legge con piacere sempre crescente; ma quando egli  arrivato alla fama ed all'agiatezza, quando all'ansia dei tentativi, al caldo delle battaglie, succedono le discussioni estetiche ed i precetti artistici, l'interesse del volume diminuisce.
.
Gli sforzi e la perseveranza del povero intagliatore sono raccontati pi pianamente, pi bonariamente che non la massima ed i criteri del professore. I precetti artistici, per quanto buoni, nociono al libro. Da Benvenuto Cellini a Massimo d'Azeglio l'arte di parer senz'arte, la furberia di parer senza furberia, furono il segreto del trionfo per gli autobiografi.
.
Una prova ce l'offre anche il Settembrini in queste sue Ricordanze, che rimarranno nel cuore degli Italiani finch rimarr l'Italia. Un libro polemico non avrebbe prodotto un decimo dell'effetto che queste tranquille pagine producono. Il Settembrini non ci fa mai vedere qual merito ci fosse in lui sostenendo il martirio. Un retore vano, un parlamentare militante non avrebbero mancato di mettere in bella vista il sacrificio e di circondarlo di una aureola di apostrofi e di professione di fede, ma il Settembrini non trae mai vanto dalle sue catene.
.
A leggerlo, pare che l'essere condannati a morte od all'ergastolo fosse la cosa pi naturale del mondo, che ogni buon galantuomo a quei tempi dovesse trovarsi nello stesso caso. Non era di quelli che saliti sui rostri mostrano ai comizi i lividi delle catene o le cicatrici delle ferite, chiedendo una ricompensa. Egli narra, senza mostrare di credere che il racconto dei suoi casi sia la testimonianza della sua gloria. Non si vanta mai d'aver durato nella sua fede anche sotto la mannaia. Non ci pensa nemmeno, e mentre il lettore rimane colpito, ammirato di tanta modesta virt, l'ingenuo autore non se ne accorge, e sembra che dopo tanti anni badi ancora a contendere la sua testa al pubblico accusatore. Egli non si vanta: nella ingenuit sua si difende ancora!
Il Settembrini non soffr meno di Silvio Pellico. L'educazione e la coltura era tale in tutti e due da rendere pi dura la pena, e la pena non fu meno grave per l'uno che per l'altro.
Pure, come la sopportarono diversamente! E come la differenza  tutta in vantaggio del Settembrini!
Il Pellico dalla sventura  fatto cadere nelle debolezze di una religiosit che diventa volentieri bigottismo. La sua ragione si accascia, il suo carattere non trova in s l'energia necessaria per sopportare il dolore.
Ricorre quindi ad una anestetico, la divozione.
Infatti  fuori di dubbio che l'allucinazione religiosa rende meno sensibili al dolore. Quando le sofferenze vengono dalla misericordia di Dio e si credono esercizio necessario per diventar degni di un premio futuro ed eterno, quando ogni strazio accresce i meriti ed ogni puntura avvicina il paziente al paradiso, la rassegnazione non  pi virt: rimane rimedio contro il dolore, ma  l'egoismo che si maschera da rassegnazione.
L'anacoreta che crede si macera,  un egoista che rinuncia a poche gioie terrene per acquistarne molte e migliori nell'avvenire. Soffrire, certi che un premio seguir alle sofferenze, non  virt, come non  virt digiunare al mattino per mangiar meglio a pranzo.
Cos la rassegnazione cattolica del Pellico non  virt, ed il merito dell'aver sofferto diminuisce in lui sapendo che da quelle sofferenze attendeva una ricompensa. Certo poi la sua conversione non testimonia della fortezza del suo carattere, appunto come non sarebbe forte il cattolico che caduto in mano di Turchi si lasciasse circoncidere.
Ma il Settembrini, tutt'altro che irreligioso, non si accasci a quel modo. Non credette degno di s di cercare un cloroformismo nelle pratiche superstiziose di una divozione volgare. Il suo dolore lo port solo, non cerc Cireneo per la sua croce. Rimase quel che era prima, nessuna delle sue convinzioni politiche e religiose mut nella sventura; e questa  la costanza, la fortezza, la virt vera. Non bestemmi, ma cant inni; non imprec, ma nemmeno benedisse. Nelle sozzure della galera non lev superbamente la testa, ma non la inchin mai; esempio vero di virt vera e modesta, che non aspetta premi n in terra n in cielo, che fa il proprio dovere perch  dovere e nient'altro.  tanto vero, che, leggendo, le Ricordanze, qualche volta il Settembrini fa invidia e si vorrebbe essere stati al suo posto per fare quel ch'egli fece. Leggendo Le mie prigioni, si pu compiangere ma non invidiare.
S'aggiunga poi che certe torture dovettero essere pi strazianti al Settembrini che al Pellico. Questi era celibe e la famiglia sua non aveva bisogno di lui: anzi egli la lasciava in una modesta agiatezza ed al sicuro dalle persecuzioni della polizia. Certo il pensiero della famiglia lontana doveva essergli doloroso, ma quanto pi doloroso doveva essere al Settembrini, che lasciava, nel bisogno forse, la moglie e due piccoli figliuoli sotto gli artigli della feroce polizia borbonica! Il dolore del figlio che perde il padre non pu essere paragonato allo strazio del padre che perde il figlio. L'amor figliale e fraterno sono in natura molto meno vivi dell'amor paterno, che sta forse pi in alto nella scala degli affetti umani. Chi per sua disgrazia ha sofferto in tutte e due queste affezioni ne pu far fede: ora gli affetti furono pi dolorosamente feriti nel Settembrini che nel Pellico.
La semplicit stessa della esposizione, l'arte, insomma, ci sembra migliore nel napoletano che nel saluzzese. A nessuno infatti sar sfuggito l'intento insegnativo che dirige la narrazione del Pellico. La sua non  una narrazione spassionata e serena, poich egli si vuoi far vedere come la fede sostenga nella sventura. Ogni episodio doloroso finisce con una consolazione religiosa. Massimo d'Azeglio parla spesso con una certa affettuosa compassione di suo fratello gesuita, eppure quella figura nera non lascia la sua tinta nemmeno sopra un paragrafo di ricordi. Il Pellico, invece, non parla del fratello gesuita e ad ogni pagina che voltiamo ci sembra di doverlo trovare. E c' qualche cosa della compagnia di Ges in quelle digressioni dolciastre, in quegli entusiasmi di riflessioni, in quelle aspirazioni da Filotea che interrompono di tratto in tratto la narrazione del Pellico. Si vede uno che narra con un perch, con una intenzione; e il lettore, che se ne accorge, diffida, perch sa che gli storici che scrivono per sostenere una tesi debbono esser creduti con cautela. E questo  un difetto d'arte che nuoce all'effetto del libro.
Nel Settembrini, per contro, vediamo da capo a fondo una bonomia, una tale mancanza di malizia, che qualche volta fa sorridere della ingenuit dell'autore, ma che ottiene maggiore effetto in quanto ci  arra di sincerit. Anche quando lascia per poco di raccontare e si allunga in certe digressioni politiche che sono a mille miglia dalle idee di questo giornale, dobbiamo riconoscere e riconosciamo uno che parla come la sente, secondo la sua convinzione, e leggiamo senza diffidenza, perch ci accorgiamo subito che l'autore non tira a convertirci e che espone le sue idee senza fare un libro di polemica moderata. L'effetto  dunque tanto maggiore in quanto vediamo pi chiaro il suggello della sincerit. L'arte del Settembrini  dunque migliore di quella del Pellico.
Or abbiamo visto incitare pubblicamente lo Spaventa, uno dei superstiti di quel martirio glorioso, a completare ed a finire l'opera del Settembrini. Ebbene, anche noi ci uniamo cordialmente agli incitatori.  desiderabile per la gloria del nostro paese che quel racconto sia completo; e sperando che questo desiderio, non nostro, ma di tutti, possa essere soddisfatto, concluderemo esprimendo la speranza che il futuro libro racconti e non discuta, dica i fatti e non combatta per un partito, qualunque sia. Lo speriamo per l'arte, e speriamo che il continuatore del Settembrini sia persuaso che in certi casi convince pi una narrazione tranquilla che un ragionamento tirato a fil di logica. I fatti hanno sempre avuto pi forza che le parole.
...
.
...
NUOVA CORRISPONDENZA DI SAINTE-BEUVE.
...
.
...
Non  molto, a proposito di un lavoro quasi puerile di Giacomo Leopardi, dato in luce con la certezza che l'autore vivo ricorrerebbe subito subito ai tribunali contro chi l'ha messo alla berlina, cos, esprimevo il dubbio che queste pubblicazioni giovassero a far conoscere intimamente gli autori assai meno di quello che la nostra curiosit vorrebbe farci credere per sua scusa. Potevo domandare che cosa abbiano aggiunto di utile alle nostre cognizioni intorno al Sainte-Beuve quelle pettegole pubblicazioni dell'anno passato che ricordiamo tutti. Che importa alla critica se il vecchio senatore francese espiava i peccati di giovent sotto lo verula di qualche servaccia o tra le ugne delle donnacce pi grossolane e pi vili di Francia? Le fine cesellature dell'artista di gusto non si risentirono mai della volgarit degli istinti del senatore. C' un abisso tra l'uomo e il letterato, ed il conoscere tutte le debolezze del primo non ci svela un punto, non ci spiega un atomo del secondo.
.
Infatti molti, quasi tutti gli artisti d'ingegno e fantasia potente, sembrano avere due anime in un corpo solo, due anime che non hanno nulla di comune tra di loro. Il Machiavelli vecchio e relegato in campagna, s'ingaglioffa, come dice lui, con un beccaio, un mugnaio e due fornaciai, e giuoca con loro combattendo per un quattrino con urli e parolacce da osteria; il Varchi nell'Ercolano ci dice di pi, che il Segretario fiorentino all'intelligenza dei governi e delle cose del mondo non seppe aggiungere la gravit della vita. Eppure, quando il relegato sentiva d'essersi incanagliato abbastanza, tornava a casa, rivestiva i panni curiali e la toga d'ambasciatore, e scriveva il Principe e le Deche. Sembra che egli avesse la facolt di sdoppiarsi, di cambiar l'anima come il vestito. Alfredo de Musset ebbe la stessa facolt. Da molti anni frequentava un caff dove cedeva alle tentazioni della sirena verde, l'assenzio; e bevendo lentamente, osservava con interesse le mosse di due giocatori di scacchi. I giocatori si erano abituati da molto tempo a questo osservatore muto, che passava lunghe ore assorto nella contemplazione delle torri e dei cavalli, quando un giorno, ad un colpo contestato, lo presero per giudice e seppero con meraviglia che non conosceva nemmeno le mosse delle pedine; non sapeva giocare, ed impar soltanto negli ultimi anni della sua vita. Il poeta, avvelenato dall'aria graveolente del caff e dall'alcool tinto di verde, tornava a casa con la testa pesante, gli occhi torbidi, la lingua impacciata, e faceva accendere tutte le candele nella sua camera, si vestiva come per andare a veglia, e cos vestito sentiva anch'egli l'anima che si sdoppiava, sentiva e scriveva quei versi splendidi che sono una delle pi belle glorie della Francia.
Ma senza ricorrere a questi e ad altri celebri esempi, chi  lo scrittore che nell'atto di pensare e di tradurre il pensiero in parole, non si senta diverso dal solito, non provi il sentimento della presenza di qualche cosa di nuovo, di strano? Durante questa eccitazione d'ingegno, l'artista si sente un altro uomo, ed i suoi pensieri si ricollegano, non gi con quelli pi recenti della vita normale, ma con quelli pi lontani dell'ultima eccitazione simile. C' un uomo nell'uomo, una vita nella vita, e le operazioni dell'ingegno e della coscienza nei due differenti stati sono completamente indipendenti per conoscere quindi con precisione quel che ha fatto il Sainte-Beuve la domenica, non serve affatto a spiegare quel che ha scritto il luned.
Certo non dico questo in senso assoluto, ma tuttavia si pu affermare che la met delle ricerche biografiche sono inutili e solo buone a contentare la nostra curiosit. Ammetto, anzi invoco la stampa degli epistolari, ma fatta con criterio e non ciecamente; ammetto che si stampino le lettere di qualche importanza, non tutti i brandelli di carta scritta che si trovano nel cestino. Guardate l'ultimo volume della corrispondenza appunto del Sainte-Beuve, stampato dal Lvy, e dite se non ho ragione. Quattrocento cinquanta pagine potrebbero esser ridotte a cento: e forse cento sarebbero troppe. Che cosa giovano anche alla biografia del celebre critico tutte quelle insulse lettere di ringraziamento per l'invio di libercoli, di articoli e di volumi? Non  carta sciupata a stamparle e tempo perso a leggerle? Ma no; de' grandi uomini bisogna conoscer tutto, anche quello che non importa; ecco la perpetua scusa dei pubblicatori di inanit e di sgorbi.
Tra le poche lettere importanti sono da leggere le prime, dirette all'abate Barbe. Si  voluto dire che Sainte-Beuve fosse un ateo della pi bell'acqua, e tutti ricordano le alte grida, le chiacchere maligne e le bugie dalle gambe corte a proposito dei pranzi del venerd santo. Si  saputo poi, che mentre a Losanna lo volevano convertire al calvinismo, dal fondo della sua provincia nativa e da carissime persone gli venivano esortazioni vivissime per una conversione al cattolicismo. Il critico si difese con molto spirito dalle accuse e dai tentativi, ma tutte le volte che fu costretto a parlare di queste gravi questioni, disse e non disse, motteggi, gir alla larga, e nessuno seppe con certezza quali fossero le convinzioni della sua coscienza. Nelle lettere al Barbe troviamo, se non la spiegazione evidente dell'enimma, almeno una luce sufficiente per vedere qualche cosa nel buio di quell'anima chiusa. Il Sainte-Beuve non fu che un epicureo.
Il secondo Impero, che ha avuto tanti nemici letterari e grandissimi, non giunse a metter dalla sua che i tre pi noti epicurei dell'epoca, il Sainte-Beuve, il Mrime e Teofilo Gautier. Tutti gli artisti che si sentivano dentro un po' di fede, una credenza qualunque, furono di quella opposizione letteraria che cominci dai Chtiments e fin alla Lanterne, contribuendo non poco alla catastrofe dei Napoleonidi. L'Impero aveva la coscienza di questo suo isolamento letterario e faceva di quando in quando dei tentativi, come la commissione del Songe d'Auguste data ad Alfredo de Musset; ma le feste di Compigne, se poterono tentare qualche amatore della vita dorata, se poterono far vestire l'abito di Corte a qualche letterato curioso e facile, non riuscirono a fermare nell'orbita imperiale nessun uomo d'ingegno grande, al di fuori dei tre epicurei ricordati. Era proprio una fatalit che perseguitava l'Impero, una labe di peccato originale che non si poteva cancellare, come la macchia nelle mani di lady Macbeth. Inutilmente si sostenevano coll'opra e col consiglio le idee pi grandi, le imprese pi simpatiche, inutilmente, contro la fiumana della corruzione si cercavano ripari in un cattolicismo stretto, in una protezione pericolosa del Papa, in una rigidit spagnuola di pratiche religiose: tutti diffidavano, e i letterati pi di tutti. Cos l'Impero non poteva offrire ai suoi se non le soddisfazioni che sono procurate dall'agiatezza, e con i soli epicurei cedevano alla tentazione e varcavano la porta del Senato.
Il Sainte-Beuve, che era passato per la Restaurazione, pel regno degli Orlans e per la repubblica senza commoversi troppo, non ebbe nessuna difficolt a darsi all'Impero. Non aveva convinzioni profonde e non aveva legami anteriori. Le sue stesse lettere al Barbe, scritte le prime appena uscito dalla piccola citt nativa ed in piena Restaurazione, ci mostrano un giovane che di certe cose non si occupa, che sfugge con eguale cura dalla conversazione e dalla apostasia e, quando deve parlare di cose religiose coll'amico sacerdote, si sente manifestamente seccato. Nella seconda lettera narra abbastanza freddamente di trovar qualche conforto nella religione, ma nella terza comincia gi a ragionare sulla Rivoluzione. Egli leggeva tutte le memorie contemporanee che narrano quel periodo di storia francese, e sorpreso di trovare tante contraddizioni tra i testimoni oculari di un medesimo fatto, domanda:-Ma se pei fatti pubblici ed ostensibili c' tanta oscurit, che sar poi quando si tratta di cause oscure e nascoste? Ed ecco i primi sintomi di quel criticismo che trae a discutere tutto, a ragionare su tutto, e conduce poi alla negazione degli eterodossi. Quando si comincia a discutere, la fede  gi scomparsa, e non c' altro riposo che nella negazione assoluta degli atei o nella indifferenza pigra che i dubbi intimi sono troppo tormentosi e deliber di non pensarci pi. A questo modo, senza negare, e senza credere, fuggendo accuratamente il pericolo di doversi spiegare o cogli altri o colla propria coscienza, attravers senza scosse e senza seccature uno dei periodi pi agitati per le coscienze e navig fra il Sansimonismo e Montelembert, in vista a tutti due, ma senza toccarli e senza naufragarci sopra. Non c'era bisogno delle ciniche rivelazioni del signor Pons (Sainte-Beuve et ses inconnues) per capire che il carattere dell'illustre critico lasciava molto a desiderare. Anche da quest'ultimo volume di lettere si capisce bene; anche dalle prime lettere al Barbe. La facilit di accomodarsi al carattere degli altri che l'amor proprio fa credere furberia e che nei critici passa come facolt di immedesimarsi con gli autori dei quali si rende conto, fece gi passare al Sainte-Beuve un brutto quarto d'ora quando, a proposito del Ballanche, gli lasci fare un articolo codino. Egli ha scritto: "Scrivendo questo articolo e per essere pi sicuro di intendere come bisognava un autore eminente ma difficile, avevo pensato prima di tutto a mettermi nel punto di vista dell'autore stesso ed a considerarlo, come si dice oggi, nel suo ambiente. Per un momento m'ero trasportato nella sua societ, nella regione delle idee e delle opinioni che egli aveva attraversato: m'ero come trasformato in lui. Questo  sempre stato il mio metodo di critica... Ora, facendo cos pel Ballanche, avvenne, senza ch'io ci pensassi, di aver violentemente urtato gli uomini che giudicavano il 1815, i Borboni, la Convenzione e il regicidio da un altro punto di vista che il suo e con sentimenti contrari". Ebbene, tra questi che giudicavano la rivoluzione e la reazione da un punto di vista diverso da quello del Ballanche, c'era lo stesso Sainte-Beuve, il quale, per la facilit di accomodarsi ai caratteri altrui e di trasformarsi quindi negli autori di cui parlava, fece, senza avvedersene, come egli stesso confessa, un articolo contrario alle proprie opinioni. Bisogna convenire che questa facolt di trasformazione intima, la quale fa scrivere cos ingenuamente la propria condanna e persuade ad un incredulo di scrivere ad un prete lettere untuose e umide d'acqua santa per accomodarsi alle convinzioni altrui,  una facolt molto pericolosa e poco invidiabile. Il Sainte-Beuve scrive all'amico Barbe: "Sento spesso un gran vuoto, dei grandi sconforti d'anima, noie e desideri. Senza fallo c'entrano per qualche cosa i dubbi religiosi e, bench questo stato del mio spirito dipenda da altre cause quasi impossibili ad analizzare, le questioni grandi ed eterne c'entrano spesso". Le altre cause impossibili ad analizzare erano le frequentatrici del Palais-Royal. Non importava certo confessarlo all'amico sacerdote, ma non importava nemmeno adattarsi tanto al suo carattere di canzonarlo a quel modo, dandogli a credere che nelle noie e nei desideri del giovinotto vizioso c'entrassero anche le questioni grandi ed eterne.
 strano che mentre la morte aggiunge sempre alla fama dei grandi scrittori, il Sainte-Beuve, che fu veramente uno de' principali scrittori di quest'epoca, abbia avuto dalla morte piuttosto detrimento che vantaggio. E il detrimento lo ha avuto appunto da queste pubblicazioni e rivelazioni postume, che lo hanno fatto vedere troppo da vicino ed hanno fatto conoscere a tutti le sue debolezze di carattere, qualche volta odiose. Le aspirazioni malaticce di Joseph Delorme sono apparse sotto un brutto aspetto dopo gli scandali del Livre d'amour, contro il quale alz giustamente la voce irritata Alfonso Karr.  gi delitto insidiare la moglie dell'amico, ma il Sainte-Beuve fece peggio pubblicando un disonore, infamando una donna, senza nessuna ragione, pel solo gusto di stampare un centinaio di sonetti che il Karr battezza mediocri. La qualit della persona offesa e la bruttezza dell'atto peseranno sempre sulla memoria del critico. I rivelatori, i pubblicatori di brandelli di carta strappata hanno appeso alle Gemonie la fama dello scrittore e ci rimarr finch il nome di Sainte-Beuve sar vivo nella storia letteraria.
Ma se le pubblicazioni pettegole hanno nociuto alla fama del Sainte-Beuve, che cosa ci abbiamo guadagnato noi, pei quali si fanno queste pubblicazioni? Che conferma ha avuto l'assioma che si bandisce dai tetti a scusa delle indiscrezioni, che cio bisogna conoscer gli uomini grandi in tutto, anche nelle minime azioni della vita, anche nelle loro debolezze, per intenderli bene? Il Sainte-Beuve, egoista raffinato, scettico e qualche volta cinico, fa una critica che porta senza dubbio un suggello di originalit, ma nella quale l'io, la personalit superba di chi ha coscienza delle proprie forze, scompare affatto. Lo scettico scrive degli articoli come quello pel Ballanche; e il cinico, che razzola i suoi piaceri gi nelle sozzure del fango, fa l'apoteosi del rigido giansenismo nella storia di Port-Royal, scrive alcuni volumi di versi dove forse la raffinatezza del gusto nuoce alla forza che ha sempre in s qualche cosa di ruvido. L'epicureo incorreggibile dai gusti volgari scrive il romanzo Volupt, dove la parola pi arrischiata  appunto il titolo, dove c' uno sforzo continuo di sublimare, di vaporizzare la passione tanto che non rimanga pi nulla in lei di fisico e di materiale. Il sibarita grossolano, che per non sentire una piega nel letto di rose dormiva in cucina e ruzzolava da Margherita Devaquez alla Manchotte, il pigro che non avrebbe rinunciato ad un'ora d'ozio o ad un quarto d'ora di piacere per la corona di Francia, l'incredulo che non sapeva rispondere ai tentativi di conversione se non con la ironia e con l'equivoco, ci dipinge un eroe delicatissimo: pronto al sacrificio e pieno di fede sino a finir missionario dopo un disinganno. L'autore non  l'uomo, ed ecco un altro caso di anima doppia, dove i fatti della vita esterna non solo non spiegano le opere dell'ingegno, ma le oscurano e le sfigurano. Il Pons cominciava le sue indiscrezioni dicendo: "Per chi vuol conoscere a fondo un uomo, ogni cosa  fonte di errore e di inganno: le apparenze, le abitudini, le opinioni, i discorsi, le azioni stesse che sono spesso in senso inverso del mobile loro. Solo una cosa non inganna, ed  la scienza della passione padrone e dominante, quando si  arrivati ad afferrare la molla segreta che muove ciascuno". Ebbene, che cosa ha spiegato la scienza delle passionacce di Sainte-Beuve? Non  in contraddizione anch'essa con l'opera del critico, come le apparenze, le abitudini e le azioni? Che cosa ha giovato alla conoscenza intima dell'ingegno del critico, alla conoscenza dei modi di agire della sua intelligenza, questa pubblicazione ultima di biglietti senza importanza, scritti per obbligo di educazione, col pensiero altrove e brontolando forse contro la seccatura.
Mi pare quindi che il magnifico assioma che pretende di scusare tante pubblicazioni indiscrete o di giustificarne tante altre inutilissime, sia da guardare un po' pi da vicino. Se questo stato di curiosit morbosa non cessa, i poveri letterati saranno ridotti a scriver lettere come Cicerone e i Ciceroniani, vale a dire pesando i termini e limitando le frasi di un invito a pranzo come le terzine di un sonetto. E se questo accade, chi  da compiangere non sono i letterati, ma il pubblico.
...
.
...
LA TOSCANA E L'ORIENTE.
...
.
...
Non mancano romanzi ed appendici di giornali a coloro che nella lettura cercano una distrazione. Pochi sono che non rabbrividiscono alla vista di un volume in quarto, a due colonne in pi che cinquecento pagine fitte di documenti. Eccovi uno di quei volumi, ma non rabbrividite. Sono i documenti delle relazioni tra le citt toscane e l'Oriente, raccolti da Giuseppe Mller e splendidamente impressi dai Cellini di Firenze.
.
Le Crociate! Che slancio di fede, che rifioritura della speranza nel martirio! Entrarono in parossismo tutti gli istinti cattolici e cavallereschi del medio evo, e Pietro l'Eremita e Goffredo di Buglione desiderarono morire per la Croce. Le istituzioni feudali trovarono quel che cominciava a mancare, uno sbocco per gli entusiasmi, un dominio pei cadetti. Dio lo vuole! e i cavalieri s'imbarcano sulle galee pisane, venete, genovesi, e la febbre cristiana per la conquista del Sepolcro riceve pi tardi la sanzione della poesia. I Pisani recano sulle galee tanto delle terra benedetta da poterci seppellir sotto i loro morti ed edificar sopra il meraviglioso Camposanto. Tutta quell'epoca nella tradizione, e nella storia, secondo il Cant, sembra una nuova primavera della fede.
.
Sembra. I documenti toscani sono proprio il rovescio della Gerusalemme liberata.
Certo le repubbliche italiane erano profondamente religiose. Le istituzioni, gli edifici, la storia ce lo attestano. Ma erano religiose all'italiana, con un pizzico di scetticismo di quando in quando, e con molte impertinenze pei preti e pei frati. Si poteva esser cattolici e guelfi come i fiorentini, e metter la briglia ai chierici e domarli se recalcitranti, come nei molti Consigli dal 1281 in poi. Si poteva essere cattolici e ghibellini come Dante, e lodar Dio dicendo corna del Papa. Il Boccaccio mostra pi intimo questo miscuglio di religione e d'irriverenza, che nei letterati fin poi in una rinnovazione artificiale del paganesimo. Certo le repubbliche italiane erano religiose, ma erano anche repubbliche di mercanti. Le Crociate erano certo una santa e meritoria impresa, ma se non fosse tornato conto il prestar le galee ai ferventi cavalieri, i repubblicani, religiosi ma furbi, non ne avrebbero prestato nemmeno una. Tutto il contegno di costoro dice che essi veggono come liberando il Sepolcro si possano stabilire fattorie in Siria e sia possibile acquistare il paradiso all'altro mondo facendo masserizie in questo. Cos adunano flotte e combattono a Tolemaide, a Tiro, a Giaffa, dappertutto dove c' un porto da aprire alla religione di Cristo ed alla ragione del commercio loro.
I documenti toscani non potevano far meglio vedere questa doppia direzione delle repubbliche italiane in quei tempi. Nei trattati dei Pisani specialmente, ritroviamo un curioso ed ingenuo miscuglio di cose sacre e profane, una specie di identit tra la religione e l'interesse, da far venire la pelle d'oca a tutti quelli uomini buoni ed a quei poeti romantici che credono alla ideale purit della fede d'una volta. Gli imperatori di Costantinopoli, cristiani della fede loro, cominciarono ad essere seccati da tutti questi paladini della fede che passavano sulle loro terre o navigavano lungo le loro coste. Di qui una serie di battaglie e di piraterie tra i successori di Costantino e i benedetti dai pontefici, che finirono secondo il solito, cio con la sconfitta di chi ha meno forza, se non meno ragione. Dopo una di queste lotte, i Pisani, nel 1111, fecero un trattato coll'imperatore Alessio Comneno, dove si vede chiaro il pasticcio tra la religione e l'interesse; dove si trovano insieme donazioni alle chiese, esenzioni d'imposte, libert di trasportare pellegrini o mercanzie, godimenti di posti distinti in S. Sofia o nell'Ippodromo, e simili curiose mescolanze. Chi tiene il primo posto in questi trattati e nella direzione generale della politica repubblicana? Queste citt libere sono pi religiose che commercianti, o pi commercianti che religiose?
Veramente, se si bada ai documenti, pare che la religione non fosse la pi favorita. I Crociati, figli di una societ feudale, conquistando la Siria vi trapiantarono le istituzioni loro. Ogni citt, ogni castello ebbe il suo signore con diritto di alta e bassa giustizia, soggetto soltanto al re in teoria. Qua e l per, qualche barone pi forte, qualche re pi ambizioso, rompevano l'equilibrio dei piccoli feudi e cercavano di dominare. Naturalmente le colonie repubblicane non trovavano il loro conto in questo concentramento di potere e reagivano con poco gusto della religione. Nel 1197 i Pisani, in una di queste turbolenze, assalgono e feriscono persino i pellegrini. Resistono tenacemente anche i vescovi intinti di rapacit feudale e lottano senza scrupoli contro quello di Accone (Tolomaide) pei privilegi di una loro chiesa. Contro alla potenza guelfa sono sempre ghibellini, contro la prepotenza feudale sono sempre repubblicani. E nello stesso tempo che si dibattono contro la pressione del fisco regio o imperiale e lottano con tutti i mezzi contro ai dazi ed alle tariffe per la conservazione dei loro privilegi sociali, continuano le battaglie per la fede, cedono uomini, armi e navi contro i Saraceni. Sbaglieremo, ma ci sembra quasi di vedere che quei vecchi repubblicani cercassero la loro stessa coscienza e, combattendo pel loro Dio e la loro fede, cercassero quasi di scusare, di legittimare, di assolvere l'avidit commerciale.
Ad ogni modo, se non si vuoi convenire con noi, bisogner confessare che sono un curioso fenomeno quei crociati che nel 1203 e nel 1204 in nome di Cristo assalgono Costantinopoli e bruciano anche le chiese.
Ma se gli scrupoli religiosi tacevano spesso in faccia al lucro cos accadr di quella religione di partito, vivissima in quei tempi e in quegli uomini, incorruttibile anche in faccia agli aperti tesori della Siria. Questa  la disgraziata fede che ebbe tanti martiri nel medio evo, che fece ogni citt nemica alla citt vicina, di ogni casa una fortezza contro la casa in faccia. Delle battaglie di Legnano non ce n' che una nella nostra storia, poich Fornovo non conta; ed anche quei pochi giorni di concordia italica furono contristati da fratricidi ferocissimi. In Oriente ogni repubblica aveva le sue torri come i baroni, ed i quartieri erano divisi da mura e fortificati l'uno contro l'altro. Non solo per ragioni di traffico si osteggiavano, ma le rivalit avevano ragioni moltissime di antipatie, di odii, di precedenti. Le paci si fanno e si disfanno, ma la tenacit nel partito, rimane contro qualunque disfatta, contro ogni tentazione.
Nel 1228 i Pisani, ghibellini, fedeli, lottano per la fortuna di Federico II e si mantengono fanaticamente svevi contro i Genovesi, anche quando c'era tutto da perdere. E l'ira contro Genova, che doveva poi cos dolorosamente smorzarsi nelle acque della Meloria, persiste sempre viva, sempre cieca.
.
Rovinava il debole regno fondato dai crociati, rovinava sotto gli sforzi dei maomettani; ma i due combattenti dimenticarono tutto, e sotto il tetto che crollava non pensarono che a combattersi. Dopo rovinata la casa, uscirono pesti e malconci dalle macerie e, senza guardarsi attorno, seguitarono la battaglia.
Sono questi i tempi feroci che un romanticismo linfatico ci dipinse come l'et dell'oro, della fede, dell'onore e della giustizia. L'epoca fu gloriosa per l'Italia, ma non fu certamente bella per la societ. Questi repubblicani erano buoni cattolici, ma spesso, e forse per questo, erano anche buoni corsari. Predavano indifferentemente greci e saraceni, e sapevano prepotere sui deboli. Tra questi era l'impero di Costantinopoli, caduto nelle mollezze della teologia e dei sofismi precursori della scolastica. Sul finire del secolo XII i corsari pisani spazzano il Bosforo, giungono quasi ad affamare la capitale e spingono la sfrontatezza fino a spedire propri ambasciatori all'imperatore Isacco. E le repubbliche tutte fanno a gara per imporre all'Impero infemminato patti di privilegi e umiliazioni di scuse, proprio come oggi le potenze europee al turco. Cos finiva la vana epopea delle crociate. Ci guadagn la borsa, ma ci perdettero la religione e i costumi.
 noto infatti come i reduci guerrieri della Croce portassero in Europa la luce delle mollezze orientali. E quanto il contatto coll'Oriente fosse pernicioso ad una societ non ancora uscita dalla barbarie, lo dice la vergognosa istituzione della schiavit, propagata anche fra di noi e durata per qualche secolo. Il cristianesimo, dopo le sue vittorie sulla societ romana, s'era addormentato nel sonno della barbarie, e nel dormiveglia del ridestarsi non ricordava pi i precetti umani e santi che non erano stati ultima causa della sua vittoria. A Firenze, a Lucca, a Siena erano molte schiave, per lo pi tartare, e venute dalle colonie genovesi in Crimea. A Venezia era il mercato principale, ma in Ancona anche qualche mercante fiorentino attendeva all'ignobile traffico. Solo nel 1364 in Firenze si sent il bisogno di regolare questo immorale commercio e di rimediare allo scandalo che ne veniva, ordinando che i figli delle schiave seguissero le condizioni paterne, e fossero liberi. Tutti potevano introdurre e possedere schiavi e schiave. Si poteva venderli, donarli come bestie, e la legge ne guarentiva la propriet. Tra il 1366 e il 1397 le compre di schiave che si possono constatare in Firenze, sono 389. Dante aveva troppa ragione di inveire contro i costumi della sua patria, e noi non saremo lontani dal vero attribuendo in parte al contatto coll'Oriente la corruttela della madre di poco amore.
.
Con la caduta di Pisa in mano dei Fiorentini cessano in Oriente le liti sostenute con l'armi in pugno. L'astuzia e la politica accorta si sostituiscono alla rozza prepotenza dei marinai, quasi corsari. Firenze  cattolica e guelfissima, ma i sogni delle crociate la fanno sorridere. Tutto il suo ingegno e la sua furberia si volgono a vivere in pace col Gran Turco ed a spillarne quel pi che si pu di privilegi e di quattrini. La raccolta dei documenti, cos bene illustrata dal Mller, giunge fino al 1531. Se arrivasse fino al 1880 ci sarebbe da rallegrarsi o da vergognarsi pel nostro paese?
...
.
...
LA MORTE DEL FERRUCCIO.
...
.
...
Fu, se non erro, nel 1880, che la controversia intorno alla morte del Ferruccio fece capolino e mise a rumore i giornali politici e letterari. Ferdinando Martini nel Fanfulla della Domenica annunziava che Edoardo Alvisi, giovane benemerito per parecchi importanti libri storici, stava compiendo un'opera dove, coi documenti alla mano, avrebbe provato che il Maramaldo non ammazz il Ferruccio, o che per lo meno la faccenda era assai dubbia.
.
Tutti ricordano lo strepito che ne segu. Parve pensino che l'onore della patria fosse in pericolo e che il nome italiano dovesse diventare obbrobrioso, solo che si dubitasse dell'infamia del Maramaldo! I grandi amori sono corti di vista, e bisogner rallegrarsi della grandezza dell'amor patrio che scatt fuori in quei giorni, tanto che alcuni divennero ciechi a dirittura.
.
Andate a dire ad uno, che ami svisceratamente la religione, che Ponzio Pilato non fu poi quel birbante che ci dipinge la tradizione cristiana, e sentirete che risposta e che anatemi vi attirer sul capo la proposta. Cos avvenne quando nacque il dubbio di una possibile riabilitazione di Fabrizio Maramaldo, quel Gano ideale della tradizione italica moderna. Si disse fino esser opera iniqua distruggere la leggenda eroica del Ferruccio a profitto di un avventuriero spagnuolo; e Maramaldo fu italiano.
.
Si grid, si url, e tutti gli oratori che avevan ficcato per forza il Ferruccio nelle loro perorazioni innanzi alle turbe, tutti i poeti che avevano improperato il Maramaldo in versi sciolti o rimati, si sentirono come offesi personalmente, temettero per la immortalit delle loro opere complete, e invocando il santo nome della patria, scomunicarono l'audace che osava discutere simile eresia.
.
Il Martini, ingegno polemico de' pi arguti, si difese meravigliosamente, ma gli avversari furori cos numerosi e la discussione degener cos rapidamente in garriti politici, c' egli fin, pare, con infastidirsene e rimettere la sentenza all'epoca della pubblicazione del libro. E il libro oggi  pubblicato[5].
.
Per me (poich parlo solo in nome mio e non in nome della patria, come molti fecero e fanno in questa contesa) per me ero dispostissimo a credere erronea la leggenda di Gavinana, quando l'errore mi fosse stato provato. Oltre che l'incredulit, o per lo meno il dubbio, diventarono inquilini ostinati della mia zucca, Gavinana m'aveva spoetizzato la sua leggenda.
.
In quel villaggio di montagna, non c' di grande che un ricordo. Vorreste far parlare la vostra fantasia, ricostruirvi in capo l'ultima scena delle eroiche tragedie moderne, e finire col vedere il nome e l'imagine del Ferruccio diventati insegna d'un albergo. Mi ricordo che davanti al cimitero  un portico, sotto al quale  dipinta una Annunziata; e sotto all'imagine, una mano irriverente ha scritto col lapis: "Tra nove mesi nascer il Messia"; uno dei versi pi volgari del turpissimo Stecchetti.
.
E tutto, fino l'album dove vi fanno scrivere il nome,  inquinato di questa volgarit buffa che vi toglie le illusioni e vi mozza le ali della fantasia. Se poi, che il Signore ve ne scampi, vi parr impossibile che la buaggine umana possa far tanta pompa di s in un luogo dove la patria segn una delle stazioni sacre della sua Via crucis. Alle Termopili non  difficile, dicono, trovare i ladri; ma io credo che le illusioni resistano meglio alla perdita dell'orologio che alla perdita della seriet.
.
E pi mi dava fiducia il conoscer l'autore del futuro libro; poich l'Alvisi  amico mio da un pezzo, fin da quando, circa dodici anni fa, perpetravamo con le forbici un giornale che il Panzacchi dirigeva quando se ne ricordava. So che ingegno criticamente acuto sia il suo e qual coscienza e infaticabilit rechi nelle ricerche. Conoscevo il suo libro intorno al governo di Romagna del duca Valentino, libro un po' arruffato, ma pieno di fatti nuovi, importanti, e cercati con una assiduit quasi tedesca.
.
Mi fidavo dunque, anzi mi rallegravo in anticipazione della sconfitta di coloro che parevano offesi personalmente quando si diceva che il Ferruccio poteva ben esser morto in un altro modo. Invece, bench il libro dell'Alvisi mi paia meglio fatto di tutti i suoi precedenti lavori, non mi ha punto convinto; anzi, fino a prova contraria, mi fa credere che la leggenda abbia proprio ragione.
.
L'Alvisi ragiona cos. Tutti gli storici fiorentini che narrano l'eccidio di Gavinana copiarono dal Giovio, il quale ne diede molti particolari nelle Historiae sui temporis, uscite alla luce 22 anni dopo il fatto, cio nel 1552; o se non copiarono alla lettera, attinsero manifestamente da lui. In Firenze, prima del libro del Giovio non si sa e non si dice altro che il Ferruccio nella battaglia di Gavinana fu morto, senza che dall'uccisione si dia colpa a nessuna persona nominata. Dunque la leggenda viene dal Giovio che primo la racconta. Ma dove l'attinse egli?
.
Da due poemetti: uno di Mambrino Roseo, edito proprio nel 1530, l'anno di Gavinana; e un altro di Donato Callofilo stampato l'anno dopo. L'Alvisi prova queste figliazioni, prova anche che alcuni storici fiorentini risalirono alle fonti stesse alle quali il Giovio aveva attinto; e si domanda:-Come avviene che gli storici fiorentini contemporanei, anzi quasi testimoni del fatto, ne ignorano i termini e quando debbono parlarne sono costretti a copiare uno storico forastiero, il quale alla sua volta copia di qua e di l da due autori senza autorit alcuna, e che spesso si contraddicono?-Di qui, per lo meno, il dubbio sull'esattezza del fatto come  narrato dal Giovio e copiato dagli storici fiorentini.
.
Mettiamo pure, intanto, che la cosa sia allo stato di dubbio. L'Alvisi aggiunge che un commissario del campo in una memoria scritta pel Varchi narra che il capitano Garaus, spagnolo, fu il primo a colpire il Ferruccio, e il Nerli conferma che appunto i capitani del morto principe d'Orange uccisero il Ferruccio in vendetta della morte del loro duce. E questa  la versione ammessa dall'Alvisi (p. 166). Quanto alle altre relazioni che accusano Maramaldo dell'uccisione, si spiegano pensando che il fatto accadde lontano da Pistoia e da Firenze, di notte, nel tumulto della vittoria e con pochi testimoni.
.
Certo il Ferruccio fu condotto al Maramaldo, dove poi fu ucciso dagli uomini del principe; ma l'esser stato condotto innanzi al Maramaldo, dovette in quella confusione far credere che il Maramaldo stesso fosse l'uccisore; per certo in quel tumulto si disse prima, che il Ferruccio fu ucciso per volont del Maramaldo, essendo stato ammazzato sotto a' suoi occhi; poi che il Maramaldo lo fece ammazzare, poi che lo ammazz: ed ecco la leggenda bell'e fatta, tanto che il Callofilo la mette in ottava rima l'anno dopo, e dopo ventidue anni la copia il Giovio. Cos l'Alvisi dal dubbio passa ad una certezza positiva, affatto contraria alla leggenda come finora fu narrata ed ammessa.
.
Cominciamo al rovescio. Prima di tutto la relazione dello Sperino, quella cio che parla del capitano Garaus e che nel libro dell'Alvisi  il documento 189 (a pag. 167 per errore di stampa  notata 188)  scritta assai tardi. Ma anche fosse scritta un'ora dopo l'eccidio, non fa che confermarlo. Nel testo bisognava riferire l'intero brano della relazione che dice a chiare lettere (p. 413): "Le fanterie del principe ruppero Ferruccio et le sue genti et lo fecero prigione. Et fu ammazzato, secondo la pubblica fama, da Fabritio Marramaldo colonnello napolitano, ma il vero  ch'egli non fu il primo che gli dette, ma un gentil'huomo spagnolo detto Garaus ecc." O dunque? Lo Sperino conferma la pubblica fama che attribuiva e attribuisce al Maramaldo l'uccisione; solo aggiunge che Maramaldo non fu il primo a ferire. Ma come l'Alvisi non ha visto che le parole dello Sperino cresimavano vero lo sdegnoso detto: "Tu ammazzi un uomo morto"? Tanto  vero, che il Varchi, pel quale lo Sperino scriveva, accus Maramaldo e inscrisse la frase del commissario morente nella sua storia. Questa relazione dello Sperino torna dunque contro l'assunto dell'Alvisi: diametralmente contro.
.
Non resta che il Nerli, della cui veridicit non voglio dire quel che il Giannotti scriveva al Varchi. Certo per a quello storico accanitamente mediceo non si poteva chiedere che accusasse apertamente un amico de' suoi signori forse ancora vivente. Certo  poi che la frase, sulla quale poggia tutto l'edifizio dell'Alvisi,  vaga e scritta in modo che mostra come il Nerli poco si curasse di mettere in chiaro la cosa. Egli accusa gli uomini del principe, e quanto alla causa dell'uccisione non la sa e non la cerca. Qui sopra vedemmo come lo Sperino chiami fanteria del principe quelle che erano sotto gli ordini del Maramaldo. Costui era infatti un uomo del principe che comandava in capo, e la imprecisa frase del Nerli non esclude la versione comune.
.
Ad ogni modo poi il testo dice chiaro che il Nerli o non seppe o trascur di dire quel che sapeva. Quando narra che gli uomini del principe ammazzarono il Ferruccio "o pel dispiacere della morte del loro signore o per qualsivoglia altra cagione", dice chiaro che a lui non importa punto cercare o dire la precisa verit del fatto.
.
Ad ogni modo, stabilito cos, che, delle testimonianze recate dall'Alvisi in favore della sua tesi, una la contraddice e l'altra  dubbia, o per lo meno sola e vaga, che cosa resta? Restano le molte, esplicite ed attendibili testimonianze che accusano precisamente il Maramaldo. E intanto l'ipotesi (poich  una ipotesi) fatta dall'Alvisi sulla formazione della voce che sullo stesso campo di battaglia attribuiva al Maramaldo la morte del Ferruccio, non pare che corra tanto liscia. Il fatto avvenne,  vero, lontano da Pistoia o da Firenze, ma tuttavia in mezzo a parecchie migliaia di combattenti. Non era notte, poich la conclusione del fatto  messa da testimoni di persona tra le ore 20 e le 24, cio tra le 3 e e le 7 del pomeriggio, e in agosto in quell'ora ci si vede bene.
.
Non potevano esser pochi i testimoni presenti, poich, secondo tutte le versioni, da quella del Giovio a quella dell'Alvisi, l'eccidio accadde in piazza, dove certo possono stare parecchie centinaia di persone.
.
E secondo la versione comune, il Maramaldo, il capitano vittorioso, non poteva esser l solo, o con pochi; mentre, secondo la versione stessa dell'Alvisi, gli uccisori furono parecchi; ed in ogni modo, conoscendo i luoghi, si vede che tutto doveva gravitare intorno alla piazza. E finalmente la confusione della vittoria, per grande che fosse, non pot fare che dal campo, quindici ore dopo la morte del Ferruccio, un segretario del vicelegato di Bologna scrivesse al suo padrone a chiare lettere che Ferruzzo fu morto per mano del signor Fabrizio, senza esser sicuro di quel che diceva, quando il suo stato l'obbligava invece ad assicurarsene gli porgeva insieme la facile maniera di farlo.
.
Il fatto  che alla frase dello Sperino che ammette la stoccata del Maramaldo ed all'equivoco periodo del Nerli, si possono aggiungere non una, ma parecchie lettere scritte dal campo stesso, poche ore dopo al fatto, le quali concordano tutte nell'affermazione fondamentale: Fabrizio ha ucciso il Ferruccio. A quella di Martino Agrippa segretario del vicelegato di Bologna or ora citata, possono aggiungersi quella del Torelli ambasciatore del duca di Ferrara, che dice: Fabritio Maramao... lo amazz: quella degli Anziani di Lucca, che dicono lo stesso, la lettera da Lucca, riportata dall'Alvisi al documento 122, dove si dice: Fabrizio di sua mano schann il Feruzio: quella del Giovio, scritta sei giorni dopo il fatto, ecc. Non concordano nelle ragioni dell'uccisione, ma questo non infirma punto il fatto fondamentale. Anche oggi dopo un omicidio difficilmente si concorda nel designarne la causa, ma ci non toglie la verit dell'omicidio e la concordia del designare l'assassino. A che si riducono, in faccia a queste affermazioni esplicite di persone che potevano sapere, e, volendo, vedere la cosa, a che si riducono le vaghe espressioni del Nerli? Ahim, a nulla!
.
E, per finire, perch il Maramaldo disse che il Ferruccio mor in battaglia? (pag. 169). Se non l'aveva ucciso lui, o che bisogno aveva di mentire, poich quella, secondo tutte le versioni,  menzogna?
.
Stabene che gli storici fiorentini abbiano copiato dal Giovio; ma costui, sei giorni dopo la battaglia e ventidue anni dopo, con le stampe del Torrentino, disse che il Ferruccio era stato ucciso dal Maramaldo. E se vari nei particolari, nelle cause cui attribu l'effetto, nelle fonti da cui attinse la parte drammatica e accessoria del fatto, sostenne per sempre che il fatto era accaduto a quel modo. Dal Roseo e dal Callofilo tolse parecchie frasi, ma quelle sole che confacevano al suo assunto, o tutt'al pi che lo adornavano. Cambi, vari, ricam quanto si vuole, ma l'affermazione fondamentale  sempre quella, dal 1530 al 1552.
.
Gli storici fiorentini copiarono il Giovio, appunto come fanno gli storici anche oggi, e i pi valenti. Udite le varie versioni di un atto, accettano quella che pi soddisfa al loro criterio storico, aggiungono quel che sanno di pi, ragionano o anche sragionano sulle cause e sulle conseguenze, ma, poich la storia non s'inventa, dicono quel che dissero i predecessori quando quella parve loro la verit.
.
Per me dunque il libro dell'Alvisi prova e riprova che il commissario Francesco Ferruccio fu ammazzato dal colonnello Fabrizio Maramaldo sulla piazza di Gavinana.
.
Questo, quanto alla tesi. Non bisogna per dimenticare le gravi questioni storiche che zampillano da questo libro e che l'Alvisi ha esposte e spesso risolute con singolare acume e felicit. La questione della critica dei testi storici fa un passo in questo libro. Le ragioni per cui il Maramaldo uccise il Ferruccio sono messe di nuovo in discussione, per quanto, almeno per me, rimanga immutabile il fatto. La storiella della figlia di Salvestro Aldobrandini che rifiuta sdegnosamente di ballare col Maramaldo  riconosciuta e provata favola, per quanto si siano dipinti anche di bei quadri in proposito. La serie dei documenti che illustrano un periodo di storia italiana importantissimo e la vita di un capitano di gran nome come il Maramaldo, anche dopo il lavoro del De Blasiis,  ricchissima e felice. Insomma,  un bel libro, al quale, come a tutte le produzioni letterarie, drammatiche, storiche, ecc., nuoce la tesi prefissa.
.
Non si potr dire che l'amicizia che porto all'Alvisi mi abbia fatto velo agli occhi parlando del suo libro. Mi pare d'essere stato anzi severo come un procuratore del re. Sar dunque creduto quando dico che, nonostante la tesi, questa nuova opera del giovane storico  importante, ingegnosa e bella.
...
.
...
LES FEMMES QUI TUENT ET LES FEMMES QUI VOTENT. [6]
...
.
...
L'insegnano anche ai bimbi della scoletta che lo struzzo inseguito nasconde la testa sotto l'ala e crede cos d'essere al sicuro. Noi, che Linneo ascrisse alla specie homo sapiens e che abbiamo tutte le superbie di una potenza intellettiva senza confronti colle altre specie d'animali, noi facciamo spesso come lo struzzo, e quando un problema terribile c'insegue e ci sta sopra, poich la nostra imperfezione fisica ci priv delle ali, provvediamo colla massima di masto Raffaele, quella del non te ne incaricare. Alcuni per, pi coraggiosi di tutti, non si ricusano ad esaminare da vicino questi problemi e li esaminano minutamente e ci ragionano sopra con tutte le formole della logica e magari con tutte le meticolosit della classica. Questi sono gli audaci, i filosofi insubordinati, i pensatori avidi di novit, gli artisti turbolenti e nemici sfidati della volgarit borghese. Ma se domandate loro la conclusione di tanti studi e di tanti ragionamenti, i nemici della volgarit rispondono per lo pi come un caposezione seccato da una pratica o da un sollecitatore: rispondono-Vedremo!.... ci penseremo!..
.
Di questi problemi poi ce ne sono alcuni che, oltre a scottare come gli altri, sono tanto delicati che non si sa per che verso prenderli. Parlarne senza offendere qualche convinzione, qualche interesse, qualche verecondia vera o copiata dal vero,  quasi impossibile; e anche questo contribuisce a far tacere la gente quando invece bisognerebbe parlare, intendersi e provvedere. Ci si mette poi di mezzo la caricatura, uno dei peggio spauracchi per gli onesti e tranquilli bottegai che pure, tra le frutta e il caff, consentirebbero a riformare il mondo, od a lasciarlo riformare piano piano, purch non si danneggiasse il commercio e calassero le tasse. Li hanno tanto messi in cano nella questi gloriosi avanzi della guardia nazionale, che il solo pensiero di essere caricaturabili ancora, li mette in furia come tanti tori davanti ad un drappo rosso. La paura del ridicolo aiuta il silenzio. Un povero marito che parli del divorzio, una moglie che ne ciarli, fanno strizzar l'occhio e sorridere: cos il marito e la moglie stanno zitti, e Dio sa se ci sono persone pi competenti di loro a parlare di certe cose!
Ma Alessandro Dumas figlio  uno dei pochissimi (si contano sulle dita) che non abbia paura di parlare di queste certe cose, e quando ne parla, non ha pelo sulla lingua. Da noi a proposito di donne che ammazzano, di donne che vogliono votare, di divorzio, insomma a proposito di quistioni femminili, non si sente nessun rumore; solo qua e l salta fuori qualche voce stonata che si perde nel silenzio universale; e sia che le donne in Italia siano troppo avanti o che siano troppo indietro, a vedere le cose cos a fior d'acqua, pare d'esser nell'Eden prima del pomo, salvo la divisa. Sotto l'acqua non direi che tutto vada come nel migliore degli Eden possibili, ma insomma il problema femminile non ci sta cos pericolosamente addosso come ai nostri vicini di Francia. L sono costretti a pensarci sul serio, per quanto in riga di soluzione si mantengono ancora al vedremo e ci penseremo. Il Dumas, poi, che passa per uno dei pi profondi conoscitori del cuore, del cervello e del cervelletto de ces dames, dal Monsieur Alphonse, dalla Princesse Georges in qua, sgobba assiduamente sull'eterno problema; e dal tuez-la  passato al divorzio, per venire oggi all'ammissione del suffragio civico femminile. C' in Francia, anzi sopratutto in Francia dove si ride spesso e volentieri, chi sogghigna e mette in caricatura il divorzio, il voto, Dumas, le donne e tutto. Mi ricordo di uno sgorbio del povero Cham, che rappresentava il signor Prudhomme sorpreso dalla moglie in atto di affiggere un manifesto in favore del divorzio, e la testa dell'illustre allievo di Brard e Saint-Omer faceva ridere di cuore. Ma il riso non  una risposta e tanto meno una soluzione. Ora poi, dopo certi strani fatti, dopo la ripetuta applicazione dell'acido solforico per uso esterno contro i tradimenti amatorii e coniugali, a dispetto delle caricature, ci si comincia a pensare davvero. E badate che non  soltanto l'acido solforico che dia da pensare, ma  la soluzione ormai normale di questi drammi scandalosi e sanguinosi, cio l'impunit e spesso il trionfo del delitto riconosciuto ed assolto dai giurati, approvato ed applaudito dal pubblico. Perch si arrivi a far di questi dispetti al codice, bisogna proprio che ci sia qualche bestia pi grossa del topo nelle viscere della montagna gravida. La ricetta di masto Raffaele comincia a diventare pi che ridicola, criminosa.
La prima parte del libro del Dumas, quella che riguarda le donne che ammazzano, lasciamola stare. L'argomento  scabroso, e di cose di questo genere in Italia non se ne pu parlare senza che tutti i calvi protestino che son cose da far drizzare i capelli. Siamo intesi che da noi i casi di Maria Bire, di Virginia Dumaine, della signora de Tilly sono impossibili; anzi la critica ha fatto bene a mettere il barbazzale a certi poledri mal domi, richiamandoli allo studio degli esemplari pi puri dell'arte nostra, alla impeccabilit di Francesca da Rimini e di Parisina, alla purezza greca di Mirra, Clitennestra, e cos sia. Dunque mettiamoci sopra una pietra, lodiamo il cielo di averci fatto nascere in questa terra privilegiata dove Sant'Orso la centuplicherebbe in un'ora il numero delle sue compagne, e tiriamo dritto.
Bisogna per fermarci a sentire alcune parole che sembrano staccate da un libro italiano, tanto calzano bene alle nostre quistioni letterarie interne. "Quando si dice ad una societ-bada! se continui nei tali e tali errori, provocherai la tale e la tal'altra catastrofe-per questa societ che non vuol riconoscere i suoi torti, si diventa la stessa causa della catastrofe nel giorno in cui si produce. La Chiesa cattolica seguita a dirci che sono le passioni abbominevoli e i detestabili consigli di Lutero che han fatto tanto male al cattolicismo, e scorda di ricordarsi o di cercare le cause che produssero Lutero e resero necessaria la Riforma. I difensori della monarchia di diritto divino e delle tradizioni feudali ci dicono che lo spirito diabolico di Voltaire o degli Enciclopedisti produsse la rivoluzione e gli eccessi del secolo XVIII, ma si guardano bene di riconoscere e di confessare i fatti che suscitarono gli attacchi di Voltaire e della Enciclopedia. Lo stesso avviene in letteratura. Sono gli scrittori che scrivono contro i costumi scostumati del loro tempo, che demoralizzano il tempo loro. Si comincia dal pretendere che il male di cui parlano non esiste: poi, quando  conosciuto, si dice che l'hanno fatto nascere i loro scritti e finalmente, quando cresce a vista d'occhio, si conclude che  meglio tacere".
E pi avanti: "Non ammettiamo, come tutti quelli che se la prendono con gli effetti invece di prenderla con la cause, non ammettiamo dunque che la letteratura abbia il menomo effetto sui costumi. Mentre la corruzione del secolo 18esimo  dipinta in Manon Lescaut, il bisogno d'ideali, che domina tutte le societ, qualunque sia il numero del secolo, si traduce in Paolo e Virginia. Si piange per Manon, si piange per Virginia, ma non si diventa n migliori n peggiori. Si hanno due termini di confronto e due capilavori di pi; ecco la verit, ecco il beneficio per l'umanit che pensa. Tuttavia, se la letteratura dei drammi e dei romanzi  incapace di produrre un movimento d'idee o di farle nascere,  capace per, con la maggiore o minore commozione che produce trattando certi soggetti, di far vedere e di constatare dove siano arrivate le idee nel loro movimento naturale, e la via percorsa fin da una data epoca, e l'imminenza di certi pericoli, e la necessit di certe preoccupazioni, di certi studi, di certi sforzi...."-Oh! ben ruggito, leone!
Ma s' detto di metterci una pietra sopra, e mettiamocela.
La quistione del voto femminile non  nuova. Quattrocento dodici anni prima di Cristo, Lisistrata, Calonice, Mirrina e Lampito, in pieno teatro, nella civile Atene, ed in una scabrosissima commedia d'Aristofane, congiuravano gi per strappare le redini dello Stato dalle mani dei mariti. Degli anni ne son passati parecchi, il mondo crede di aver progredito tanto, che la commedia, che allora si recitava in pubblico, si legge ora a porte chiuse; eppure la quistione non ha fatto un passo, le donne non hanno troppa fretta e i giornali che fanno propaganda gridano con Lisistrata disillusi e scontenti: "Ah, se fossero state invece invitate alla festa di Bacco, di Pane, di Venere Coliade o delle genetillidi, le vie sarebbero ingombre!"-E perch? Il Dumas ce lo dice. Prima di tutto, ci sono le donne felici e soddisfatte del presente organismo sociale e civile, che non hanno nessun desiderio di cambiare. Poi ci sono le astute, che sanno girare gli ostacoli e menar gli uomini pel naso meglio col sorriso che col voto. C' la massa delle donne abbrutite nel lavoro della campagna o della citt, che ha ben altro da pensare che al deputato. Ci sono le donne devote e pie, per le quali tutti questi ingranaggi costituzionali sono invenzioni diaboliche. Ci sono le timide, le scoraggiate, le rassegnate, tutta gente che non cura o sfugge l'agitazione, teme il ridicolo, vive pi volentieri all'ombra che al sole. Restano poche donne a far chiasso pel voto, e siccome le donne, anche in poche, sanno far chiasso per molte, paiono un esercito e non sono che un gruppo di tamburi e di trombe. Il che vuol dire che l'invocato voto delle signore  ancora lontano; i deputati brutti possono per ora dormire tranquilli.
.
Senza dubbio, la legislazione, in quel che riguarda i rapporti della donna coll'uomo e collo Stato,  destinata a molti cambiamenti futuri, prossimi o remoti. Senza dubbio la signora libertina Auclert ha mille ragioni quando protesta che pagando le tasse ha anche il diritto di intervenir per mezzo di rappresentante alla votazione dei bilanci nella quale si dispone del denaro suo. Votano tanti imbecilli; perch le donne, che possono aver pi giudizio, non voteranno e meglio? Tanto gli esempi di illuminata saggezza fornitici dagli elettori non sono tali che le nostre donne non ne possono dare dei migliori!
Ma il ridicolo  l che impedisce all'idea di progredire e di farsi largo tra le interessante. Vedete voi le elettrici accusate di preferire il deputato bruno al biondo, il consigliere magro al grasso, il sindaco bello al sindaco brutto? Le donne, che sanno adoperare tanto bene il ridicolo, ne hanno poi una paura terribile, e gli uomini, che lo sanno, se ne giovano. Quando le donne voteranno, non  da credere che cessino i colpi di revolver o gli spruzzi di acido solforico, ma  da sperar bene di loro, perch avranno avuto tanta forza d'animo da superare il timore della canzonatura, e di noi, perch nel votare adopreremo pi giudizio. Ma per ora..., via, noi non abbiamo abbastanza seriet e le donne non hanno abbastanza coraggio.
Il peggio  che questa riforma elettorale non si pu fare col metodo italiano, cos alla chetichella, sotto la cappa e fingendo di chiudere un occhio, come abbiamo fatto in altri imbrogli. Il signor Laveleye, illustre economista belga, era in Italia nel 1878 e 79 a studiare parecchie cose, fra le quali l'ordinamento scolastico. A Bologna vide tre ragazze all'Universit e seppe che studiavano medicina o letteratura. Egli chiese allora quali leggi esistessero in proposito, e con meraviglia sent rispondersi nessuna. Quelle brave ragazze avevano percorso gli altri stadi d'insegnamento prescritti dalla legge per essere ammessi all'Universit, erano in regola, e non c'era ragione di respingerle per la sola ragione che portano le gonnelle e non i calzoni.
Il Laveleye stupiva allora dello spirito pratico di noi italiani che senza chiasso e senza leggi nuove avevamo risolto un problema intorno al quale nel Belgio si suda da molto tempo, si chiacchera, si grida e non si risolve niente. A dir vero, il nostro merito non  forse cos grande come parve al bravo economista, e la pigrizia a provvedere o la paura di stuzzicare un vespaio possono aver contribuito molto a lasciar fare come se nulla fosse: ma il voto alle donne non si pu dare a questo modo, il chiasso ci deve essere, le satire, le caricature, le canzonette, le farse e le commedie non possono mancare; ed  questa paura di scandali che terr indietro per un buon pezzo il coronamento dei voti dell'onorevole Salvatore Morelli.
Per ora dunque, in questa parte, il libro del Dumas avr poco effetto, ed il signor Giuseppe Prudhomme, l'illustre allievo di Brard e Saint-Omer, sogghigner compassionevolmente e dir:-Oh, i paradossi!-Oh, ben ragliato, Prudhomme!
...
.
...
GEROLAMO PATUROT E LA BORGHESIA.
...
.
...
Qualche tempo fa, chiaccherando intorno alle Memorie del principe di Metternich, accusai Sua Altezza d'esser pi miserabilmente borghese di un Gerolamo Pturot qualunque. Poco dopo, ricevetti da Torino una cartolina postale con questa laconica frase:-Voi non avete mai letto Jerme Pturot.-Un vostro ammiratore.
.
Se gli autori hanno gli ammiratori che si meritano, povero me! I miei hanno una deplorabile abilit di pescar granchi; anzi i miei amici sostengono che senza questa abilit non potrebbero essere miei ammiratori. Vorrei che quest'ultima affermazione potesse essere imputata a quella maligna maldicenza che  uno dei pregi pi belli delle intime amicizie; ma purtroppo non si pu, e debbo confessare che in gran parte gli amici miei hanno ragione. Cos anche questo mio anonimo ammiratore ha pescato il granchio che ci voleva per essere ammesso nel mio tempio ad adorarmi, e sia il benvenuto.
Ho il vago sospetto che sia invece l'ammiratore quello che non conosce le filaccicose storielle di Luigi Reybaud, poich almeno l'accento circonflesso che corona il cognome del protagonista nella sua cartolina, lascia trapelare una conoscenza non molto intima della lingua francese. Comunque sia,  mio diritto imboccare la tromba della fama ed urlare a iquattro punti cardinali, che non cambieranno di posto per questa importante rivelazione: primo, che non ho purtroppo l'utilissima abitudine di parlar dei libri che non ho letto; secondo, che tanto il Pturot alla ricerca di una posizione sociale, quanto il Pturot alla ricerca della migliore delle repubbliche, li lessi fino dal 1864 e li comprai precisamente dal libraio Ryced che stava sotto i portici della Fiera in piazza Castello a Torino. Pagai in contanti e non mi feci rilasciare la ricevuta: del che mi dolgo, perch la stamperei come documento importantissimo ai futuri storici della letteratura; certo gli storici presenti ne stampano dei pi insulsi.
.
Il peggio  che a mia giustificazione non posso mostrare nemmeno il libro. Fino da quel tempo leggevo molto e compravo quanti libri mi consentiva il modestissimo peculio di studente. Duravo cos tutto l'anno a raccogliere una microscopica biblioteca, e la contemplavo con quel matto entusiasmo per la carta stampata che non ho potuto mai cavarmi dalle ossa, e che ha finito col farmi entrare al servizio dello Stato in una pubblica Biblioteca. Ma tutti gli anni, a scadenze determinate, si destava un uragano fierissimo che mi portava via i libri e mi costringeva a tornar da capo. L'uragano si levava sempre negli ultimi giorni di gennaio, o in febbraio; e si levava proprio in via della Zecca e precisamente nel teatro Scribe. Ah, benedetti veglioni di carnovale!  per loro che i miei libri finivano nei panchetti dei rivenditori sotto i portici dell'Universit;  per loro che Gerolamo Pturot contribu per la sua parte ad una cena da Biffo, dove una pierrette di mia conoscenza mi scuc il vestito nella schiena, dal colletto alle falde, e non me ne accorsi che la mattina dopo dai rabbuffi del professore, alle paterne cure del quale la mia famiglia m'aveva confidato.
Cos fin il mio Pturot, ma l'avevo letto: vi giuro che m'aveva annoiato, ma l'avevo letto. In tempi pi calmi, i libri perdettero la brutta abitudine di abbandonarmi in carnovale, e l'edizione del Pturot che ora ho sott'occhio porta la data del 1875. Dopo l'accusa del mio ammiratore ne ho riletto parecchi capitoli, dei meno soporifici, e non mi pare di aver detto uno sproposito. Il Reybaud ha voluto far la satira della borghesia, mettendo un tipo d'imbecille calzettaio in un mare di borghesissime avventure; e di pi ha fatto un libro per provare che i calzettai non debbono occuparsi che di calzette: conclusione questa che oltrepassa i limiti onesti e mediocri del borghesismo per entrare in quelli della pi ottusa asinit.
Parlo del Pturot alla ricerca di una posizione sociale, poich l'altro alla ricerca della migliore delle repubbliche, non  che un libro di politica, di maligna e disonesta politica, di cui qui non tocca a me il parlare. E dico, e sostengo, e ripeto che tanto l'eroe del libro, quanto l'autore considerato nell'opera sua, sono proprio miserabilmente borghesi, come avevo detto e come dir sempre, dovessi anche perdere, con mio inestimabile rammarico, gli ammiratori e peggio le ammiratrici.
Il libro fu scritto verso la fine del regno di Luigi Filippo, nel 1843 se non sbaglio: quando cio erano passati tredici anni dalla prima rappresentazione dell'Ernani e la nuova scuola romantica aveva mostrato, anzi oramai esaurito, la sua possente vitalit. Alfredo di Musset oramai non scriveva pi versi ed era prossimo ad essere ammesso nell'Accademia francese, dove gi Victor Hugo, il capo dei ribelli, era stato accolto da qualche anno. La Sand scriveva i suoi romanzi per la Revue des deux Mondes, rivista tutt'altro che scapigliata. Teofilo Gautier aveva pubblicata da un pezzo le sue poesie, l'Albertus e Mademoiselle Maupin. Onorato Balzac era gi grande, Mrger, Sue, Dumas, Souli, fino Paolo de Kock, aveva gi oramai prodotto tutto, e la faccia della letteratura francese era cambiata affatto. Eppure il Reybaud comincia il libro, mettendo in caricatura i poeti capelluti, rifriggendo le solite barzellette sulla prima rappresentazione dell'Ernani. Questo non solo  borghesismo, ma borghesismo in ritardo, miserabilmente barbogio.
Certo la satira  fatta con moltissimo spirito: anzi le staffilate sono distribuite con tanta generosit, che a prima vista non si capisce bene se l'autore metta in ridicolo il suo calzettaio o la societ con la quale si trova a contatto: non si capisce chi dei due sia a preferenza canzonato, tanto sono tutti messi in caricatura. Enrico Monnier aveva gi trovato il suo Prudhomme, e il Pturot gli somiglia un poco ne' discorsi pretensiosi, bench abbia il cervello meno rammollito e l'osservazione pi acuta; e non pu negarsi che sia una caricatura, come tutto  caricatura nel libro. Ora se Pturot che cerca di uscire dalla borghesia  messo in ridicolo; e se tutto quello ch' fuori della borghesia, tranne Dio ed il re,  pure messo in ridicolo, che cosa resta? Resta una satira senza scopo, uno sfoggio di barzellette pi o meno che proveranno lo spirito dell'autore, ma non ne provano l'ingegno. Chiuso il libro, ci ripetiamo la frase di Figaro: Qui trom-pe-t-on ici?  la borghesia che  ridicola, o coloro che si vogliono sollevare sopra di lei? Si beffa il Pturot perch vuol essere romantico, o si beffano i romantici? Chi lo sa!
A scegliere qualche brano, qualche frase qua e l, si pu concludere in un modo o in un altro, secondo si vuole: ma il complesso dell'opera sar sempre questo: che la societ, la borghesia, i romantici, i sansimoniani, i giornalisti, i filosofi, le guardie nazionali, i deputati, e finalmente lo stesso Pturot, sono tutti ridicoli o birboni: tutti senza eccezione, poich nel libro non v'ha un personaggio che non sia o imbecille o furfante. Ora questo che cosa prova?
Era facile mettere in canzonella la guardia nazionale. Noi italiani che nel 1848 abbiamo fatto una rivoluzione per ottenerla, l'abbiamo poi sepolta sonandole la marcia funebre a scrosci di risa. Ma siamo poi ben sicuri che sia morta bene, e che, dopo esserci rovinati con gli eserciti stanziali, non tocchi ai nostri figli di risuscitare il povero palladio, per sfogare la crescente voglia di bastonate? Ci voleva poco a beffare i sansimoniani e il padre Enfantin e gli involontari digiuni del chiostro di Mnilmontant, ed a scoppiar di risa sopra la massima inscritta nella bandiera dei nuovi credenti: Empcher l'exploitation de l'homme par l'homme. Ma siamo ben sicuri che la massima sia proprio ridicola? Oramai lo vediamo, e le grasse risa della borghesia accennano a finir male. I sansimoniani furono ammazzati dal ridicolo, ma ecco venuti i nichilisti, e il povero Pturot ha capito che non  pi tempo di ridere.

Non c' dunque nulla di pi meschino che questo perpetuo riso col quale si perseguitano tutte le nuove forme con cui i nuovi bisogni sociali si manifestano. Cos i romani debbono aver riso dei cristiani che adoravano un uomo appeso alla croce; cos i nobili a Versaglia ridevano vedendo passare i rappresentanti del terzo stato, senza piume e colle scarpe senza fibbie. Cos insomma il passato canzona volentieri l'avvenire, salvo poi a pentirsene amaramente. A Milano, fu seppellito il Mefistofele del Boito tra i fischi e le risate; ma risorse a Bologna, trionf dappertutto ed ora Milano sta per fare ammenda onorevole. Il Reybaud, se allora se ne fosse parlato, non avrebbe mancato di fare del suo Pturot un campione della musica dell'avvenire, e di riderci sopra saporitamente. Avrebbe cos aggiunto una miserabilit borghese di pi al suo libro che gi ne rigurgita, per giunger poi a capire che a poco a poco l'avvenire diventa il presente. Ed  appunto questo aver la veduta corta d'una spanna, questo adagiarsi nel presente senza guardar pi in l della propria bottega o del proprio ufficio, questo egoismo ironico e piccino, che costituiscono il maggior difetto della borghesia; quel difetto che le far rovinare malamente. Ma il male  che questa povera borghesia ridanciona non viene pi combattuta colle sue armi, col ridicolo; si fa ben di peggio!
Tutti li sentiamo i primi buffi di vento che precedono la burrasca: tutti, poich tutti siamo un po' borghesi, anche noi letterati che professiamo un odio feroce contro i filistei. Gli abbominiamo infatti, ma scriviamo per loro e siam ben contenti quando ci lasciano dire qualche dura verit. Dal principio del secolo, si pu dire, questa borghesia regna e governa, ed allevati nel suo grasso seno, cresciuti nella sua tepida casa, educati ai suoi comodi ammaestramenti, non possiamo a meno di ritrarre sempre da lei qualche cosa. Un po' borghesi siamo dunque tutti, noi che viviamo in una societ e di una societ borghese. Solo c' questo, che noi, sentendo i buffi del vento gelato che viene dal settentrione, leviamo la testa, scrutiamo l'orizzonte, e ci domandiamo se la burrasca porter una pioggia benefica o diserter i campi. Gerolamo Pturot invece, si tappa in casa, sorride e crede d'esser sicuro perch il tetto  nuovo. Resta a vedere se la burrasca non scoperchier la casa e se le mura saranno abbastanza forti da resistere all'impeto della tramontana. Noi ci pensiamo, e Gerolamo Pturot ride di noi; questa  la differenza.
.
Oh, come  facile ridere quando si ha digerito bene! Io mi ricordo il tempo nel quale a sentir uno dire sono socialista, si udivano scoppi di risa e le grida utopia! utopia! Ora a sentire la stessa confessione non si ride pi, parecchi rabbrividiscono ed alcuni corrono alla Questura. Or bene, nel libro del Reybaud simili risate ricorrono ad ogni pagina, grasse, sonore, sincere risate di borghese che ha digerito benissimo: ma io domando al mio ammiratore se oggi si pu pi ridere a quel modo, se si pu aver la vista pi corta, e se Metternich non sia stato anche pi miope di Gerolamo Pturot.
Perch proprio Sua Altezza, per quanto principe e gran cancelliere,  borghese sino nell'intima midolla. Gli manca solo quello spolvero di volterianismo che tanti calzettai affettano oggi, per chiamare poi subito il confessore appena si trovino ad avere un patereccio. Lo stesso egoismo chiuso nel presente, la stessa freddezza di cuore, la stessa mancanza d'ogni facolt per capire il bello.
.
Cos, poich un principe come lui deve pure affettar qualche senso e qualche intelligenza d'arte, egli guarda nella Guida quel che bisogna ammirare e chiede al cicerone quando si debba commuovere. Egli passeggia pei Musei ruminando note diplomatiche, come un droghiere calcola quanti chilogrammi di olio ci siano voluti per dipingere quella roba. Il suo cuore  incartapecorito nell'egoismo e il suo intelletto chiuso ad ogni impressione che non sia del suo mestiere. Almeno Pturot aveva la buona ma infelice volont di tentare; almeno s'era provato a fare un sonetto di monosillabi. Il Metternich no, ed in questo il Pturot  superiore a Sua Altezza.
.
Sia dunque come si voglia. O il Pturot  la caricatura di un borghese spostato, e il mio paragone calza: o l'autore  un borghese per eccellenza, e i conti tornano lo stesso. E se i conti tornano, perch il mio ammiratore dice che non ho letto il libro? Da che lo deduce?
E con questo lo lascio in pace; pregandolo per, come segno della sua educazione, a non volermi pi dare del voi. Per un ammiratore  trattarmi po' troppo superbamente: tanto pi che la cartolina viene da Torino, dove fino le cuoche si danno del madama a vicenda.
...
.
...
UNA FAMIGLIA ARISTOCRATICA.
...
.
...
Che l'Italia sia un paese democratico l'hanno scritto tante volte ne' libri e nei giornali, l'hanno detto tanto in Parlamento e fuori, che ormai lo crediamo; e sar anche vero. Io e Lei poi, che non abbiamo mai avuto fumi aristocratici per la testa, possiamo qui prenderci a braccetto e chiaccherare con tutta la libert e la democrazia possibile: ma appunto perch abbiamo tutti e due il certificato di civismo in piena regola, possiamo esser anche sinceri, e confessare che ci deve essere un certo gusto a scrivere le geste della propria famiglia quando si discende da una famiglia antica ed illustre. Siamo tutti democratici, ma in generazione in generazione si trasmettono l'intelligenza, il carattere o la bravura: e in Italia ce ne sono parecchie di queste famiglie. Intendiamo il senso di intima soddisfazione che deve provare lo storico il quale narra fatti gloriosi, dipinge figure eroiche, ragiona di avvenimenti memorabili senza uscire dall'archivio della propria famiglia, senza che la storia generale della patria sembri allontanarsi un momento dalla storia di casa. Siamo tutti democratici, ma scuseremmo pi volentieri l'alterigia che viene da un nome antico, illustre e degnamente portato, che l'arroganza venuta da una croce esotica o da una fortuna giocata al ribasso. Tutti preferiremmo di chiamarci Sforza, Colonna, Gonzaga, o Dandolo, invece di Larghi, Stretti, Longhi, Corti; e quando uno  dei Capponi deve scriver di gusto la storia di Firenze.
.
Cos  da invidiare il conte Giovanni Gozzadini, senatore del regno, il quale pu scrivere la storia del suo paese senza uscire di casa sua. La sua famiglia, dal mille in qua,  una delle pi illustri d'Italia, e pochi sono gli avvenimenti ai quali un Gozzadini non si trovi mescolato. Milano ebbe un Beno de' Gozzadini a potest, come un ramo della famiglia trapiantato in Oriente ebbe per tre secoli la signoria di parecchie isole. Guerrieri, giureconsulti, magistrati, diplomatici, banchieri, cardinali, c' di tutto in questa famiglia; persino la tradizione poetica di Betisia che nel secolo XIII avrebbe insegnato legge nello Studio, col viso velato per non distrarre di scolari con la splendida bellezza. Nello stesso conte Giovanni, ultimo rampollo di una famiglia che ad un tempo cont sino a novantacinque maschi in casa, c' sempre la energica originalit della sua razza. Ci vuole infatti qualche cosa che non  in tutti per vivere sino ai vent'anni la vita del giovin signore del Parini, e poi ad un tratto chiudersi nello studio ostinato e severo, e diventare senza contrasto uno dei pi insigni archeologi storici contemporanei. Queste illustre genealogie non vogliono chiudersi senza aver dato un ultimo sprazzo di luce. I Cavour, i d'Azeglio, i Lamarmora, i Balbo, i Ricasoli, i Capponi, i Gozzadini non lasciano discendenza maschile. Pare che queste gloriose famiglie, sdegnose della mediocrit e della volgarit dominante, si drappeggino un'ultima volta nelle loro toghe senatorie per morir bene come i romani della repubblica, legando il loro esempio come un rimprovero alla et della guardia nazionale, dei bozzetti borghesi e dei quadretti di genere. Siamo democratici, via, ma possiamo ben cavarci il cappello.
.
Il Conte Gozzadini, dopo alcuni celebri lavori di archeologia, specialmente intorno alle tombe etrusche di Marzabotto nella valle del Reno; dopo alcuni lavori di lunga lena intorno alla storia della sua citt, come quello delle Torri gentilizie che nel tempo degli articoli lunghi una spanna ricorda le pi pazienti imprese del secolo passato; dopo una lunga serie di memorie e di opere, le quali condotte con rara coscienza ed erudizione resero illustre l'autore oltre monti ed in patria, si  dato ad una serie di lavori che egli modestamente intitola racconti storici, ma che sono vere, proprie e complete monografie di un personaggio o di un periodo.
.
Gi sino dagli esordi della sua carriera di storico aveva accennato a queste illustrazioni speciali di fatti e di uomini colle Memorie storiche di Armaciotto de' Romazzotti (1835) colle Memorie per la vita di Giovanni Secondo Bentivoglio (1839) e colla Cronaca di Ronzano e le memorie intorno al frate gaudente Loderingo degli Andal (1851). Ora, al sommo della sua via, ha ripreso con miglior lena e con miglior metodo questo sistema delle monografie storiche, nelle quali l'abbondanza delle notizie, la novit delle ricerche, lo studio dei documenti non escludono l'interesse del dramma e il diletto del lettore. Non  necessario per fare un libro di storia fare un libro noioso, e il Giovanni Pepoli e Sisto Quinto stampato l'anno scorso, narrando le imprese del brigantaggio e la cecit della repressione al finire del secolo 16esimo, ha pagine che paiono di romanzo, se non che i documenti le mostrano consone alla verit.
.
Quest'anno il Nanne Gozzadini e Baldassare Cossa[7] ci mostra con non minore evidenza e sicurezza storica l'agonia delle libert bolognesi e la fallacia delle carezze clericali; e l'interesse del racconto non vien meno sino all'ultima pagina, dove, se il racconto vi paresse troppo accarezzato, trovate ogni giusticazione in dugento pagine di documenti nuovi e curiosi. Infatti la storia, raccontata bene, non ha minori attrattive del romanzo; e se il Nanne Gozzadini per la vastit del quadro si presta meno alla descrizione minuta dei costumi privati, ci fa per veder benissimo i pubblici, come il Giovanni Pepoli  una pittura viva e vera dello stato interno di una provincia in un anno determinato,  la narrazione completa dei guai di una famiglia processata e condannata a Bologna nel 1585.
.
Col Nanne Gozzadini ci troviamo invece alla fine del secolo 16esimo e ne' primi anni del seguente, in quel periodo che segn il principio della rovina dei comuni liberi e il principio della potenza dei signori. Ci troviamo proprio in quel tempo curioso nel quale i condottieri passavano da un campo a un altro, imponendosi ai signori ed alle citt e cominciavano gi a ruminare idee di signoria. I comuni rimasti ancora liberi, non solo erano continuamente minacciati al di fuori, fino al punto che il conte di Virt per poco non si fece re d'Italia, ma erano pi ferocemente lacerati dalle parti interne che rincrudelivano. E in riga di parti Bologna non era da meno delle altre citt sorelle: basti il dire che nel 1274 fu combattuta nelle sue strade una guerra fratricida che dur quaranta giorni e quaranta notti senza nemmeno un'ora di tregua per seppellire i morti, e al lume degli incendi notturni le stesse donne, diventate ferocissime combattevano disperatamente. E pensare che ci sono dei fanatici del medio evo!
.
Gi Taddeo Pepoli aveva signoreggiato per qualche tempo la sua citt nativa, poi Carlo Zambeccari aveva tentato anch'egli di diventar padrone, come lo divenne poi il primo Giovanni Bentivoglio; e tutte queste signorie effimere, spente nel sangue o nella vergogna, trovarono avversari decisi ed energici ne' Gozzadini. Quel Nanne che fornisce argomento al libro di cui si parla, era un buon banchiere occupato negli affari suoi, quando ad un tratto, trovatasi la citt in pericolo, divent magistrato e guerriero, sino a contrastare con Jacopo dal Verme, uno de' pi celebri condottieri del tempo, e farlo ritirare dal territorio. Da quel tempo sino alla sua morte gli affari pubblici ebbero il primo posto ed al banco attesero pi assiduamente i figli.
.
In quell'epoca turbolenta le discordie intestine fomentate dalle famiglie potenti per brama di signoria finivano sempre nel sangue. Un partito congiurava di rovesciare l'ordine di cose esistente, si armava ed occupava gli sbocchi della piazza, l'unico luogo di dove potesse venire la repressione. Intanto si correva per la citt gridando popolo, si assediavano le case degli avversari, e quando, dopo disperata difesa, si arrivava a prenderle, si scannavano quelli che c'erano dentro e non si lasciava pietra sopra pietra. Gli avversari intanto si armavano, si ordinavano, e, gridando popolo anche loro, correvano alle offese. Cos la citt diventava un campo di battaglia, e le strade rimbombavano di urli selvaggi, di grida strazianti, e il sangue correva pei rigagnoli, e le case incendiate scrosciavano, e dalle finestre grandinavano proiettili scagliati da donne e da ragazzi: insomma, il finimondo. A poco a poco il rumore chetava. Un partito cominciava a ritirarsi. Decisa la zuffa spesso a notte tarda, per le vie non rimanevano che i cadaveri illuminati sinistramente dagli ultimi riflessi degli incendi e i cani erranti a lambire il sangue. La citt riposava nel terrore e il nuovo sole illuminava poi una fila di forche circondate dai berrovieri. I trionfatori facevano giustizia.
Nanne Gozzadini aveva piantato il banco per cacciarsi a capo fitto in questi gorghi di iniquit e di sangue, ma vi si era cacciato con ottime intenzioni. Gli pareva strano che tutti i partiti gridassero popolo e libert, tumultuando per fare un signore. Egli voleva che il grido esprimesse il vero, e spese tutta l'attivit della sua tempra virile nei tentativi di allontanare dalla patria la peste dei tiranni. Ricorse fino a Giangaleazzo Visconti per scacciare da Bologna Giovanni Bentivoglio, e il Duca milanese, che non desiderava di meglio, sotto colore di liberare la citt dal tiranno prest un esercito al Gozzadini; il quale, per venuto al suo intento, si avvide dell'errore commesso. L'esercito liberatore non si mosse pi dalla citt liberata, anzi, per starci sicuro, si fabbric una fortezza. Lo storico fa un merito a Nanne dell'aver rifiutata la signoria di Bologna offertagli dal vincitore, rifiut confermando da tutte le narrazioni contemporanee: ma, a dir vero, non sembra che questo merito sia cos grande come appare a prima vista. Nanne era furbo, e non importava essere indovino per capire che il Visconti, una volta in Bologna, non se ne sarebbe andato pi. La signoria offerta non poteva essere che una luogotenenza effimera e pericolosa, e Nanne non diede prova di grande e magnanimo disinteresse rifiutandola.
Quando il Gozzadini s'avvide che invece di liberare la patria le aveva imposto un giogo pi pesante, torn ai vecchi pensieri, e colse l'opportunit per strappare Bologna agli eredi del Duca. Ma torn anche al vecchio errore di chiedere aiuto ai pi possenti di lui. L'esempio dell'aiuto visconteo non l'aveva abbastanza ammaestrato e, come uomo di poche lettere, non conosceva la favola del leone che va a caccia con gli altri animali. Baldassare Cossa, allora legato pontificio e poi papa, uomo rotto ad ogni vizio, ad ogni ribalderia, ad ogni delitto, obbrobrio della Chiesa e della umanit, fu l'alleato dell'irrequieto banchiere, e Bologna fu liberata un'altra volta alla solita maniera, cio proclamandovi la signoria della Chiesa. Per il Cossa, ghermita la signoria, si accorse che il Gozzadini sarebbe sempre stato un pericolo e, o tirasse il banchiere in un tranello, o che veramente costui macchinasse qualche cosa contro il nuovo Stato, prese e fece giustiziare Bonifacio fratello e Gabione figlio di Nanne, esili tutti i Gozzadini che aveano pi di quattordici anni, ne confisc le sostanze, ne demol le case e mise a prezzo la testa di Nanne e di altri suoi congiunti ed amici. Nanne, chiuso nel castello di Cento, resisteva, e lo scellerato cardinale mand fino sulle porte il povero Gabione prima d'ammazzarlo, cercando d'indurre il padre alla resa per piet del figlio. Il Gozzadini vinse i propri affetti, si difese fino all'ultimo e, riuscito a mettersi in salvo, mor nella povert e nell'amarezza dell'esilio.
Questo  l'uomo del quale il conte Giovanni Gozzadini tesse la storia, intimamente connessa, non che con la storia bolognese, con l'italiana. Egli ha studiato con cura e forse un po' accarezzato la figura di questo suo illustre antenato, stando tuttavia lontano dai facili entusiasmi che nel suo caso sarebbero stati abbastanza sospetti. La raccolta dei documenti, bench sia piuttosto fatta per gli eruditi che pei comuni lettori, contiene pure alcune curiosissime cose, come, per esempio, l'inventario dell'armamento del Comune in tre diversi anni; dove si vede come l'artiglieria, sino dal finire del XIV, tenesse gi un posto tutt'altro che minimo negli arsenali e nei combattimenti. Insomma, lasciando stare il gusto che pu dare all'autore un'opera riuscita bene,  da invidiare al Gozzadini la soddisfazione di poter narrare la storia di grandi azioni e di grandi uomini stando nella propria casa, nel proprio archivio, nella propria famiglia. Sicuro: la nostra democrazia ci permette d'invidiarlo!
...
.
...
UN LIBRO DI LUIGI ZINI.
...
.
...
Vi ricordate tutto il fracasso che fu fatto sette anni sono a proposito del libro di Luigi Zini Dei criteri e dei modi di Governo nel Regno d'Italia? I fatti che lo Zini raccontava non potevano essere smentiti ed erano terribili capi d'accusa per la fazione che da lungo tempo governava o vigilava alla conservazione del presente disordine di cose. La persona che li riferiva e li commentava non poteva essere tocca da nessuna calunnia, e nessun libellista crocesignato avrebbe potuto morderlo, per quanto la cassa del fondo dei rettili avesse spalancato gli sportelli.
Non si pot altro che canzonare lo stile troppo attilato dello scrittore, non si pot che mettere alla berlina il suo modo di scrivere, fingendo di prendere sotto gamba il resto. Ripetendo maliziosamente sino alla saziet qualche disgraziata frase dello Zini, si destarono le risa grasse dei lettori compiacenti e in mancanza di meglio si dovette star contenti a queste risa.
.
Ma quasi contemporaneamente alla pubblicazione del libro, la destra cadde sotto il peso dei propri peccati. Allora le risa diventarono amarissime. Anzi, secondo il sofisma post hoc ergo propter hoc, ci fu un momento che il povero Zini fu ritenuto quasi il solo autore del brutto capitombolo del partito. Si volle fino far sospettare con frasi a doppio taglio che lo Zini fosse al servizio dei vincitori, o almeno che il libro fosse quasi un'offerta che lo scrittore facesse ai nuovi governanti, come chi dicesse:-Sar con voi, e se ne dubitaste per cagione del mio passato, ecco qui un libro che mi compromette e che mi sforza d'ora in avanti ad essere vostro istrumento.-E dietro questa insinuazione venivano i commenti e le qualifiche appena velate di fedifrago, di traditore, di pelle venduta e peggio. Tutto questo maliziosamente e calunniosamente, poich non ci voleva molto a capire che se appunto la pubblicazione del libro fu sincrona alla caduta della destra, evidentemente il libro doveva essere stato scritto prima, cio quando la destra imperava onnipossente. Non si scrivono in quarantott'ore duecento pagine di riflessioni gravi e con uno stile che ha appunto il difetto d'esser troppo limato.
Eppure anche a destra dovevano sapere che lo Zini pu esser quello che si vuole, ma  anche certo un galantuomo. Eppure l'accettare che egli fece dal nuovo governo un posto di combattimento come quello della prefettura di Palermo, doveva indicare che non si era venduto per un canonicato. Ma nessuno volle pensare a questo, e le satire e le insinuazioni seguitarono ad amareggiare il degno galantuomo, durante quattr'anni.
Quand'ecco Nicola Zanichelli a Bologna stampa un nuovo volume di Luigi Zini, Dei criteri e dei modi di governo della sinistra nel regno d'Italia. Ed ecco la scena mutata.
Lo Zini ridiventa un galantuomo a destra, e a sinistra, se non dubiteranno della sua onest, metteranno in dubbio senza fallo il suo intelletto. Le barzellette mediocri sopra lo stile dello scrittore passano belle e fatte dai giornali di destra a quelli di sinistra; e i fatti vergognosi ed autentici, raccolti nel primo libro dai sinistri a vituperio dei destri, hanno un esatto riscontro nei fatti che i destri raccolgono nel secondo libro a vituperio dei sinistri. La sinistra col libro dello Zini in mano aveva gi provato l'immoralit della destra; ora la destra prova l'immoralit della sinistra. Due fanno il paio. Amen.
E infatti c' qualche cosa che fa riflettere, in questo bilancio di fatti politicamente immorali e incontestati. Si pu riflettere che sono cambiate le persone, che sono saliti al potere uomini sulla moralit dei quali sarebbe sacrilegio il fare la pi innocente restrizione, e che tuttavia il putrido c' sempre in Danimarca, anzi tutti i giorni cresce e rode questo povero corpo anemico della nazione. Ma se non sono gli uomini, che cosa sar dunque? Le leggi no, poich sono l scritte e nessuna sancisce le iniquit commesse a destra ed a sinistra. Che cosa  dunque?... Si potrebbe dire il sistema, se prendersela col sistema non fosse ora stimato per retorica.
Certo lo Zini non va fino dove noi potremmo andare; ma egli almeno, quasi risposta alle indegne insinuazioni mosse sul conto suo, ha fatto vedere d'essere critico imparziale cos delle magagne dritte che delle mancine: e questa volta  da credere che non lo accuseranno di aver venduto la pelle al trionfatori. E neppure gli si pu rimproverare un voltafaccia od una contraddizione, poich egli non ritira nessuno de' biasimi fatti alla destra, anzi esplicitamente li conferma. A questo modo i suoi due libri rimangono espressione fedele delle impressioni di un galantuomo entrato suo malgrado dietro le scene del governo. Via, mettete pure in canzonella i periodi togati e le parole antiquate dello Zini, storcetevi pure tutti sotto le scottature, ma confessate che i suoi due libri sono forse di una persona troppo ingenua, ma altrettanto onesta.
Ingenua; poich lo Zini  rimasto amaramente colpito dall'aspetto del male, ma, visto che non poteva assolutamente indicare le persone colpevoli, perch in dolo non ce n' nessuna, non ha saputo pi dove batter la testa e quasi incolperebbe di ogni cosa la divina provvidenza. Eppure era facile vedere che c' una fatalit superiore che trascina certi ordini alla rovina. Fata volentem ducunt, nolentem trahunt, diceva quello; e noi vediamo coi nostri occhi stessi come e dove siano trascinati i nolenti.
Cos . Dall'equivoco dato come base, non pu venire il giusto come corollario; e noi brancoliamo nell'equivoco perpetuo e inevitabile, noi che diciamo di avere per diritto primo il diritto plebiscitario e non abbiamo che un suffragio ristretto; noi che abbiamo, nella raccolta delle leggi, decreti firmati da re Carlo Alberto e controfirmati dal Desambrois, che accettano l'annessione della clausola sine qua non della Costituente, e siamo stimati cattivi cittadini e nemici sfidati del presente disordine di cose se parliamo di Costituente.
L'equivoco  dappertutto: nella Camera dei deputati, dove gli eletti si dicono rappresentanti della nazione e non lo sono, nel Senato, dove i senatori, che dovrebbero esser nominati dal re, sono informati dai ministri a seconda del bisogno che c' d'approvare una legge; nel Consiglio di Stato, dove si sa che i ministri passan sopra i consigli; nella magistratura, dove si protesta il diritto di inamovibilit come garanzia di indipendenza, per tramutare poi il magistrato che non  comodo durante le elezioni; nell'esercito, che viene ogni giorno ammonito a non s'interessare di politica, mentre poi si stimolano i generali a dei piccoli pronunciamenti contro certi ministeri lodandoli se non vi accettano portafogli. Equivoco dappertutto: in alto, in basso, disopra e disotto, fino in questi artificiali terrori dello spettro rosso che servono ottimamente a sviare l'attenzione dallo spettro nero. E in questo regno dell'equivoco, in questa caricatura di machiavellismo, in questo alternarsi di piccoli espedienti contraddittorii, in questo mentire e smentire di tutti i giorni per vent'anni, pur di tenere a galla qualche ora di pi la barcaccia che affonda, come volete trovare, o ingenui galantuomini, la immutabilit del diritto, il rispetto profondo alla legge, la rettezza dei modi e dei criteri di governo?
Il male c', ma non  nelle persone. Si potrebbe dire dov', se il prendersela col sistema non fosse ora stimato retorica.
...
.
...
IL LIBRO DI BORDO.
...
.
...
Il buschero elettorale ha impedito senza dubbio ai giornali di accorgersi che il quarto volume del libro di bordo di Alfonso Karr  importante anche come storia politica. L'autore parla della repubblica del 1848 e un po' del colpo di Stato.
Il Karr  ricco di spirito di buona lega ed  anche quel che gl'Inglesi chiamano an excentric man. Le sue Gupes, che non ebbero e non potevano avere alcuna grande influenza politica, ottennero per quel che i giornaloni ispirati dagli uomini importanti non cercarono mai di ottenere; cio l'abolizione di certi abusi grandi e piccini esercitati dai banchieri e dai mercanti a spese del popolo. Valga per tutti l'esempio delle ferrovie. In Francia, una volta, la terza classe era scoperta, e i disgraziati rei di non avere i denari necessari per passare alla classe superiore, soffrivano il sole d'agosto e la neve di gennaio, a maggior gloria dei banchieri della societ. Il Karr tanto disse e tanto fece nel suo giornale, che le carrozze di terza classe furono coperte. Non  pi meritoria l'influenza esercitata contro un abuso, che in favore di un candidato o di un prefetto?
.
Il Karr fu ed  buon repubblicano: ma di un repubblicanesimo conservatore mescolato ad opinioni ed antipatie personali che lo staccano affatto dai correligionari e lo conducono a far parte da s stesso. Il sentimentalismo politico del Lamartine sembra ancora il suo sogno, ed il suo odio contro coloro che non sono repubblicani, anche nei costumi, lo fa uscire in giudizi ed in paragoni giustissimi. Queste parole, che egli scriveva, nel 1848, si possono utilmente rileggere anche oggi.
"Chi  quest'uomo dal viso superbo, dalla parola secca, e che non vi guarda mai in faccia?  un repubblicano. Ma gli si parla facilmente?  egli benigno e conciliante? No! e dobbiamo confessare questo suo difetto;  fiero e non soffre un'opinione opposta alla sua. Almeno ama il povero e l'operaio? Non va con loro e non ha occasione di parlare con nessuno di loro; ma sarebbe ingiustizia rimproverarlo a lui, che nella sua stessa famiglia non permette un'opinione od un pensiero che egli non abbia prescritto. Cerca, ama, aiuta gli uomini pi intelligenti e capaci? No, poich non gli piacciono le superiorit; pensa che basti la sua e gli piacciono meglio la docilit e l'ossequio. Ma perch queste domande? Perch m'han detto che  repubblicano.
"Oh, di questo non si pu dubitare! Lo  sempre stato; sotto la restaurazione, come sotto Luigi Filippo!
"Ebbene, io vi dico invece, che costui non  repubblicano. Che! Per aver detto dieci, venti, trenta anni addietro.-Io sono repubblicano-e non esserci creduto obbligato a qualche cosa di meglio, uno si crede repubblicano e gli imbecilli gridano: Egli  repubblicano; repubblicano della vecchia razza! Che direste di uno che scrivesse a lettere d'oro sulla sua bottega: Fornaio, e che non avesse pane in bottega, ma balocchi, gingilli e contere? E se l vicino fosse aperta una bottega senza insegna, ma dalla quale uscisse un buon odore di pane fresco e ben cotto, steso sui banchi a profusione, seguitereste voi a correre dal primo? Io vi dico in verit, colui non  repubblicano. La repubblica obbliga. Costui ha trovato i posti occupati nelle altre aristocrazie che non l'avrebbero voluto. Egli  un aristocratico senza impiego che si  fatto repubblicano, e che  aristocratico nella repubblica. Vi basta che un liquido sia rosso per dirlo vino? Allora, peggio per voi: bevetelo, e se non ha n profumo, n sapore, se non vi da forza, se  una bevanda insipida e malsana, peggio per voi".
Parole pi vere del Vangelo, poich si pu provare che le repubbliche sono quasi sempre perdute dalla aristocrazia prepotente dei triumvirati e dei direttorii. Quando un presidente ha una corte per s e per la presidentessa, il re  vicino. Enrico V era pi vicino alla Francia durante la presidenza Mac-Mahon che durante la presidenza Grvy.
Dopo la rivoluzione del 1848, a detta del Karr, c'erano in Francia molti vecchi repubblicani che di repubblicano non avevano che il nome, mentre molti repubblicani nuovi ne avevano la qualit. Certo gli avvenimenti regolano le opinioni delle maggioranze, e molti che oggi sono convinti unitari e fieri monarchici non cominciarono ad esserlo che nel 1859. Cos se domani il popolo italiano si convincesse che la sua salute sta nella repubblica e nella federazione, molti diverrebbero repubblicani convinti e federalisti accaniti. Questo dipende dal non essere le forme di governo cose assolutamente buone o assolutamente cattive, ma pi o meno adatte a soddisfare gl'interessi dei pi, secondo esigono i bisogni che cambiano spesso. Non v'ha dubbio che in questi casi molte conversioni sono figlie dell'ipocrisia, dell'ambizione o della paura; ma questo non toglie che l'esser repubblicano dalla nascita voglia dire esser buon repubblicano.
Alcune righe del Karr sembrano scritte apposta pei nostri progressisti saliti al potere dopo quella che fu detta rivoluzione parlamentare. "Speriamo che questa non sar soltanto una rivoluzione politica, ma altres sociale; cio che non consista soltanto nel mandare a casa cento impipati grassi per nominare cento di magri che ingrasseranno alla loro volta a nostre spese. Speriamo che abbia una influenza sui costumi e che distrugger il funesto effetto della massima cos profondamente immorale del Guizot: Arricchitevi." Ma purtroppo  inutile sperare: l'affarismo santificato dal Guizot noi l'abbiamo portato tanto tanto in alto, che presto ci cadr addosso. Chi morr sotto le rovine  facile prevederlo.
Il libro del Karr, che non  in fondo che una autobiografia aneddotica, non parla di politica che per incidente. Il pi ed il meglio riguarda le relazioni dell'autore coi pi illustri letterati francesi contemporanei, e diventer un giorno una sorgente inesausta di curiosit biografiche. Quel che pu interessare noi italiani, in questo volume, sta nelle battaglie tra il Karr e la signora Solms, vedova Rattazzi. La signora c' dipinta tutta, e nessun pudico scrupolo vola le relazioni della cugina dell'imperatore col Ponsard e col Sue. Un curioso plagio della dama letterata ritorna a galla e, poich non c' ragione di dubitare di quel che il Karr afferma di una persona vivente e che pu rispondere, bisogna confessare che la signora non ci fa una bella figura.
Il libro non ha nessuna pretensione e non  che una lunga causerie interrotta da parentesi, da chiacchere, da frizzi arguti che tolgono monotonia al racconto. Per tre quarti del volume, l'io, l'inevitabile io di questa sorta di lavori, sa nascondersi tanto nelle disgressioni e negli incidenti, da allontanare quel non so che di antipatico che destano sempre i discorsi ed i libri troppo personali. Non gi che questo sia un esempio di autobiografia ben fatta; ma tra la pesantezza dei ricordi del Bufalini, l'aridit di quelli del Pacini, la poca chiarezza di quelli, lodati troppo, dell'Arrivabene, pare che potrebbe, anche tra noi, entrare quel fare spigliato, ameno, piacevole, che Massimo d'Azeglio aveva indovinato. Un libro di ricordi non  un trattato, non  un manuale di storia, ma deve farsi leggere da molti, anche da quelli che leggono per passatempo. Non si leggono questi libri per acquistare cognizioni varie e profonde, ma per conoscere un uomo; ed un uomo si conosce meglio dalle chiacchere in veste da camera, che dalle orazioni in toga.
Ma c' una difficolt. Per giudicare senza passione della vita e degli avvenimenti trascorsi, bisogna esser lontani dalle battaglie politiche e letterarie, bisogna insomma esser vecchi e pochi sanno conservare nella vecchiaia quel brio giovanile che si fa leggere volentieri. Il vecchio vuol essere grave, vuol insegnare, diventa pesante e pedante, e sbaglia quindi spesso la propria autobiografia, che, come si vede, non  lavoro per tutti.
Speriamo almeno che i molti uomini saliti in alto in quest'ultimo ventennio e mescolati alle vicende italiane gloriose e dolorose, vogliano e sappiano darci molte di queste curiose storie, di queste utili rivelazioni, di queste narrazioni di ci che accade tra le quinte, necessario a sapersi quanto ci che accade sul palcoscenico.
...
.
...
L'EVASO.
...
.
...
L'Evaso (l'Evad)  un nuovo romanzo di Enrico Rochefort; di quel Rochefort che anche ieri fece parlare di s mezza Europa pel suo duello col signor Koechlin.
Il duello ha fatto pi rumore del libro. Infatti quello scontro sanguinoso pareva concludere una vita piena di turbolenze, una vita di bohmien politico delle pi arrischiate.
.
Nel Rochefort c' tutto il carattere del parigino ribelle ad ogni autorit, canzonatore argutissimo e spietato, scettico nella buona fortuna e stoico nella cattiva. Solo la civilt europea, anzi, latina, pu produrre questi strani e magnifici tipi che da loro soli intraprendono una lotta contro un impero e lo uccidono a forza di spirito, di epigrammi, di punture di spillo. E quando l'Impero  a terra e la canea affamata gli irrompe addosso per mordere impunemente e strappare il brandello di carne viva, quando la tromba suona la cure immortale dei giambi del Barbier e i vili si pascono nelle stragi dei forti, il satirico ostinato, l'epigrammista inesauribile volge le spalle ai magri che accorrono ad ingrassare, sdegna di sferrare il calcio del'asino al nemico morto, e cerca un'altra causa da far trionfare coi frizzi, un altro trionfatore da fischiare in pubblico, un altro nemico da esasperare senza misericordia.
.
Cos il Rochefort si trov dalla parte della Comune, senza per questo risparmiare le frustate agli inetti ed ai birbanti. Ci fu anzi un momento in cui sarebbe stato pi sicuro a Versaglia nelle carceri della repubblica conservatrice. Ma, nel giorno della repressione cieca, quando un tenentino uscito allora di collegio faceva fucilare senza opposizione chi gli capitava davanti senza le mani lavate, e le commissioni militari, preparando le rivincite dell'avvenire, mandavano i vinti al palo di Satory, anche Rochefort fu cacciato in una barcaccia ed inviato alla Nuova Caledonia. Egli non pot essere mai co' vincitori.
Lo memorie del Mayer ci narrano che cosa sia la deportazione alla Nuova Caledonia. Caienna e Lambessa, le due vergogne del secondo impero, furon pi miti soggiorni, ed almeno le commissioni militari che designavano e condannavano le vittime del colpo di Stato non si coprivano ironicamente dell'autorit popolare e repubblicana, ma agivano scopertamente in nome di una persona e di un padrone. Erano soldati che condannavano secondo la consegna data dal superiore, non erano repubblicani che infierivano nella reazione in nome della libert. I famosi interessi conservatori ispirarono ben male i loro neofiti quando il fecero seminare tali odii che vogliono essere soddisfatti, tante oppressioni che vogliono esser vendicate. L'uomo non cambia, e se Blanqui non fu potuto eleggere a Lione, non per questo i vinti d'oggi non saranno i vincitori di domani. Sar un male o sar un bene? Qui ciascuno potr rispondere secondo le proprie convinzioni.
Intanto la repubblica conservatrice, quella repubblica che apertamente spianava la via al ritorno di Enrico V, cacci il Rochefort a Numea. A traverso di quante avventure romanzesche sia egli passato nella sua fuga, non  qui luogo a narrare, basta che un giorno la repubblica conservatrice, seppe, tutta spaventata, che non Enrico V, ma Enrico Rochefort ritornava. Egli era gi in Svizzera e stampava quella Lanterne che aveva scottato tanto i Napoleonidi. Ed eccolo oggi con questo suo romanzo, dove senza dubbio non mancano le osservazioni personali e gli studi dal vero.
Il Rochefort cominci ad entrare nella letteratura per la porta del teatro, e di lui furono applauditissimi alcuni vaudevilles ricchi di spirito. Ma, strano a dirsi, per uno che ha cominciato coll'essere autore comico, mentre lo spirito abbonda nel suo romanzo, l'invenzione non si alza dal livello del comune. Che anzi lo spirito sembra un po' inacidito. Non  pi l'umore caustico della vecchia Lanterne, che con una goccia levava la pelle, ma qualche cosa che sa di fiele, che sembra bile. C' in ogni bizzarra frase un fondo di amarezza che non vi lascia bene, e mentre una volta egli si compiaceva di scudisciare i nemici in pubblico con lo scopo ultimo di muovere le grasse risa degli spettatori che perdevano cos la venerazione, la paura ed il rispetto ai frustati, ora sembra voler ferire, non frustare; sembra che non si contenti pi d'infliggere il ridicolo, ma che voglia eseguire un'opera di giustizia, una repressione quasi fisica e qualche volta brutale.
Ma non per questo cessa il Rochefort d'essere uno dei pi spiccati rappresentanti dell'arguzia francese e parigina. Tutto il primo capitolo, tutta la descrizione sarcastica dell'isola di Numea, e la narrazione di quella infame tratta di selvaggi che viene esercitata da svergognati corsari senza repressione del governo,  forse la parte pi arguta del libro. Ma la favola, come dicemmo, lascia da desiderare. Si pu riassumere in poche parole.
Una fanciulla, che ha il padre deportato, viene a convivere con lui e s'innamora di un giovane anch'egli confinato nella penisola Ducos. Un agente di polizia circuisce la fanciulla e trova occupazione a lei ed al padre per essere informato di quel che si trama dai deportati, ma la giovane se ne accorge e lo inganna con relazioni false, all'insaputa di tutti. Una fuga per mare, alla quale la fanciulla con suo padre debbono rinunciare all'ultimo momento, non riesce, e l'amante dell'eroina  incarcerato. Dal processo risultano le relazioni della fanciulla con la spia, e l'amante sospetta di lei.
Ella non si smarrisce d'animo e macchina per liberarlo di carcere. Entra in relazione coi selvaggi ribellati, e, profittando dei loro tentativi per liberare un capo incarcerato e dell'amore da lei inspirato ad un povero coscritto, riesce nell'intento. La fuga spiega tutto e riconcilia gli amanti, che partono per l'Australia, quindi per l'Europa. Questa  la tela del romanzo.
Come si vede non  gran cosa, tanto pi che il Rochefort tende piuttosto alla polemica che all'arte. Emilio Zola ed uno scrittore della scuola sua troverebbero forse questa tela troppo complicata, essi che cercano di dipingere piuttosto che di polemizzare, di scolpire piuttosto che di combattere. Il Rochefort cerca di cattivarsi il lettore col sistema stesso col quale l'autore comico cerca di tener desto il pubblico, cio tenendolo sospeso agli avvenimenti che si risolvono poi nella catastrofe: sistema, questo, portato fino agli estremi limiti nei romanzi giudizari del Gaboriau, e al di l dei limiti, fino quasi alla parodia, dal Ponson du Terrail. Ma il Rochefort, che ha scritto il romanzo suo con un intento, ha dimenticato egualmenten l'arte squisita dello Zola nel rendere i luoghi, gli ambienti e le persone, e l'ingegnosit degli scrittori di romanzi di avventure, figli fecondi del fecondissimo Dumas padre. Ci sono dei punti nei quali l'autore si compiace della situazione immaginata e trovata, e per un poco ridiventa artista, e cerca o il cuore o la curiosit del lettore. Ma presto la tesi ricompare, e davanti a lei si ecclissa l'artista.
Non si dice con questo che il Rochefort abbia fatto un brutto libro; si vuoi dire soltanto che, tolta l'arguzia, tolta l'ironia, tolto il sale che l'autore sa mettere nelle cosa sue, il romanzo, come tale, non si stacca dalla comune dei romanzi che stampa il Dentu a quattro per volta. Si direbbe un lavoro tirato via, pensato in frotta e scritto in furia per qualche appendice di giornale.
Per questo, il romanzo del celebre agitatore ha fatto meno rumore del duello.
...
.
...
LETTERE DI E. D. GUERRAZZI.
...
.
...
Il primo volume dell'epistolario del Guerrazzi, curato dal Carducci ed edito dal Vigo a Livorno, oltre ad essere uno splendido documento letterario  altres un interessante libro politico.
Sono calde ancora le ceneri del Ricasoli e non  spenta l'eco delle orazioni elogiastiche declamate sul suo sepolcro. S'era detto che il Ricasoli non era stato un buon cattolico; ed ecco, alla sua morte, i giornali conservatori hanno svelato al mondo, che non se ne importava, gli atti della sua profonda religiosit, ed in Santa Croce i sacerdoti hanno largito al catafalco del fiero barone l'acqua santa e l'incenso benedetto. N bastava, poich l'epistolario del Guerrazzi viene anch'esso a turbare la solennit dell'apoteosi, rimescolando quei fatti poco belli che iniziarono e compirono la restaurazione toscana del 1849 e dei quali il barone fu, pi che parte, attore principale. Cos, un giorno dopo la morte, cominciano gi a prodursi i documenti sui quali la storia giudicher gli uomini e le azioni loro.
.
Certo, a giudicare la condotta della Commissione governativa ed a sentenziarla losca, doppia e peggio, non importava questo epistolario. Volevano il loro granduca e i tedeschi, e li fecero tornare in modo da non poter nascondere, come avrebbero voluto, le loro simpatie. L'avvocatuccio livornese inceppava l'opera e d'altra parte offendeva l'amor proprio magnatizio dei nobiloni fiorentini: l'avvocatuccio fu quindi soppresso. Tornato il granduca, bisognava dimostrare che la sua fuga era stata giustificata dal pericolo, e si process l'avvocatuccio livornese. Ma non si trov terreno molle. L'avvocato non era tale per nulla, e si difese ed offese e strapp maschere e sbugiard chi lo accusava. Il conto non fu fatto bene, e chi sal la gogna non fu l'accusato. Regnando il granduca, si poteva far tacere i pettegoli che ciarlavano delle birberie passate e credere che i posteri si potessero accontentare delle biliose menzogne del Gualterio battezzate per storia. Ma venne il giorno in cui si pot parlare, venne il tempo in cui si pot sfondare il muro di ferro e di ghiaccio che i conservatori avevano costruito intorno alla verit, ed oggi oramai ognuno sar retribuito secondo le sue opere.
.
Che cosa non  stato detto del Guerrazzi? Segno di amore indomito e d'odio inestinguibile, nessun adulazione nessuna calunnia gli furono risparmiate. Il suo nemico peggiore, il suo detrattore pi accanito e crudele fu la setta moderata: non quella d'oggi, non quella italiana che oggi platoneggia nelle associazioni costituzionali, ma quella che provoc le restaurazioni, anzi specialmente quella toscana che mal copr il clericalismo taccagno con una ostentazione di scetticismo macchiavellico spesso ridicolo e sempre maligno. A che cosa, in linea politica, siano ridotte le classi dirigenti la Toscana e specialmente a Firenze si vede pur troppo; e non ci vuoi molto a capire che quelle morbose condizioni derivano appunto dall'indirizzo dato alla coscienza politica del loro paese da questi moderati dalla coscienza elastica, i quali per un vantaggio finanziario promesso alla loro citt mutano partito cos facilmente come si muta vestito. Contro quei moderatucoli imbevuti delle comode dottrine degli Scolopi, contro quei machiavellini minuscoli che suscitarono una Vandea piccolina per restaurare i lorenesi, combatt duramente il Guerrazzi e ne ricev calunnie, persecuzioni, prigionia, processi, esilio. E pi tardi, nel 1861, nel proemio alla sua difesa, il Guerrazzi gridava cos:
.
"La setta moderata, senza grandezza, cocciuta e dispettosa, non piegher se prima gli eventi non l'acciuffino pel collo. Frattanto ella ride, perch a mente dello Spirito Santo il riso abbonda sulla bocca degli stolti, e s e la patria conduce al verde. Quando di passo in passo, sua merc, verr precipitata alle condizioni in cui si trov la Francia nel secolo scorso, che far ella? Come i fanciulli e le femmine striller accusando uomini e Dei, s perfidiosa scolpando, e speculando il tempo per farsi il covo in ogni nuova fortuna.
"La setta, perduta l'Italia e Roma, non fia che reputi perduto nulla dove dalle rovine possa costruirsi un casotto e, ceduti i primi seggi, tenere l'ufficio di zecchiere dove non si coniano pi le monete ed i sopracci agli studi dove non s'insegna nulla. Signore! barattaci la setta moderata colle sette piaghe di Egitto e, se vuoi, mettici per giunta l'ottava, ed esalteremo il tuo santissimo nome. Certo io comprendo che la passione qui vince l'intelletto, ma io mi agito e smanio per la patria che miro ad occhi veggenti trascinata all'abisso. La empia setta rovesci nelle anime la maledizione della stupidit, nei corpi la peste dell'inerzia: melensa ride e fa ridere melensa, s ad altri avvelena coll'erba sardoa, donde la morte per riso sardonico."
Da queste parole e da molte altre che si potrebbero raccattare nelle opere del Guerrazzi tanto da farne un volume, si discerne l'odio che scorreva tra l'illustre livornese e i moderati. Certo il Guerrazzi trascese nel giudizio e nell'invettiva in certi momenti di profonda irritazione, ma non pu negarsi che in somma non abbia dette di gran verit.
Assodato cos questo cardine dell'esistenza politica del Guerrazzi dopo la restaurazione, colla scorta dell'epistolario si pu studiare il periodo d'incubazione di questa rabies contro i moderati. Si pu vedere quanto questi odii fossero giustificati e come l'indignazione abbia scaldato l'arte. E se non vi dispiace, un'altra volta lo vedremo assieme.
...
.
...
UOMINI E TEMPI.
...
.
...
Uomini e tempi fu il titolo di un opuscolo che il deputato Giovanni Bovio stamp alcuni mesi sono e che ora ristampa riveduto, ampliato e diventato volume presso il Zanichelli di Bologna. Lasciamo a parte la politica, della quale  inteso che chi si occupa di lettere non deve parlar mai. Un ministro, amico mio, tutte le volte che tentavo di mettere il discorso sulla politica m'interrompeva dicendo: Fa' dei sonetti! Ma che diavolo  dunque questa politica, alla quale non debbono scendere n le muse belle n le brutte?  cos sozza materia da lordare i loro candidi calzari? Veramente oggi non  difficile persuadersene.
.
Per fortuna il Bovio parla anche del linguaggio, dell'istruzione e dell'arte. Si pu dunque parlare del suo libro.
L'ipocrisia del linguaggio  diventata una buona qualit nell'oratore parlamentare. Non solo certe idee, ma certe parole fanno sorridere a Montecitorio. Si  trovato un nome che bolla tutte le nobili aspirazioni, tutte le frasi calde, tutte le parole proprie, e se un oratore accenna di allontanarsi dalle meschine considerazioni dei gruppi o dalla disciplina imposta dai capi papabili, gli si grida dietro retorica! Parlare dei problemi che fanno paura, ricordarsi che fuori dell'aula c' qualcheduno o qualche cosa,  retorica. Tutta una storia di generoso patriottismo  derisa coll'elmo di Scipio, forse perch l'autore dell'elmo di Scipio  morto per la patria e non per i gruppi. Un discorso di Mirabeau, il celebre grido Catilina  alle porte, farebbe ridere gli onorevoli, anche se il cardinale Ruffo, Mammone e Fr Diavolo fossero a porta San Giovanni.
.
Siamo giunti a questo, che in Parlamento la parola patria provoca l'ilarit. Bisogna dire il paese. Appena la Corona pu permettersi la parola popolo. Un deputato che la dicesse, richiamerebbe in mente il popppolo dei giornali umoristici. Perch la Camera non scrosci di risa, bisogna dire: i contribuenti.
.
Dolersi dove duole il basto, dire che ci sono degli affamati,  retorica. Predicare la dispensa di minestre, far ballare le donnine scollate a beneficio di qualche Comitato,  filantropia, generosit, ecc. Cos il dolore  retorica e lo scherno opera santa.
Questo non dice il Bovio, ma nota benissimo le applicazioni ipocrite che si fecero delle parole repubblicanismo, socialismo, internazionalismo, seriet, piazza, impopolarit, moderazione, ed altre, che potrebbero fare un bel dizionario ad uso dell'oratore parlamentare. E l'istruzione si  informata anch'essa a questa artificiosit, che  il peccato originale delle istituzioni basate sopra l'equivoco; e come prima era compito dei filosofi ufficiali l'annacquare generosamente le teorie giobertiane, tanto che ispirassero ai discepoli una noia ed una ripulsione salutare cos poi si annacqu ufficialmente l'hegelianismo, ed ora in tutte le scuole si cerca di infondere nelle dottrine positive quel tanto di chiare, fresche e dolci acque metafisiche che bastino a rendere Littr e Darwin innocui alle istituzioni ed alla santa religione cattolica. Non per nulla i quattro quinti dei nostri professori di filosofia sono preti spretati, frati sfratati od altri simili esempi di caratteri inflessibili e di convinzioni profonde.
E l'arte? Si vede chiaro che il Bovio deplora quel che oggi si chiama verismo, ma, pi tranquillo nella sua fede filosofica che molti nelle loro teologie letterarie, se lo spiega e ne intende la odierna necessit. Pel Bovio non c' solo una filosofia della storia, ma anche una filosofia della storia letteraria, e nell'una e nell'altra egli vede leggi certe che reggono le evoluzioni del pensiero e delle sue forme artistiche. Pi acuto osservatore e ragionatore di molti critici di mestiere, egli ha inteso bene che la fortuna dell'Assomoir  un fatto da tenersi a calcolo e non da giudicare con indifferenza allegando i soliti luoghi comuni della corruzione del gusto, della imbecillit pecorile dei lettori tirati dallo scandalo.
 la critica storica dei clericali, che non sa dire altro che pervertimento e fulminare scomuniche, mentre il mondo va per la sua strada fatale. Dice il Bovio:-Chiaro  dunque che chi resta indietro maledica e chi va innanzi non curi; cos muovesi la storia perch cos va il pensiero-e dice benissimo.
L'arte  sempre quale la domanda la societ, e se questa  corrotta, lo  anche quella. I popoli hanno l'arte che si meritano: gli artisti non ci hanno colpa.
Certo pu accadere, ed accade, che un'anima sdegnosa passi attraverso una folla briaca; ma le sue parole ed i suoi libri non fanno passare l'ubbriachezza a nessuno. La Divina Commedia non ebbe alcun effetto sul suo tempo, come Cassandra non convert nessuno. Anzi si potrebbe dire che non ci fu anima sdegnosa che si opponesse al male di tutti, che un poco di quel male non guadagnasse anche lei; tanto difficile sottrarsi alle necessit del proprio tempo. Dante pot ben flagellare il cieco partigianismo dei suoi concittadini, ma non pot a meno di essere un caldo partigiano, come molti nemici del verismo finiscono col tingersi nella nostra pece.
Il filosofo giudica e prevede, ma non pu ritardare un momento la fatalit che ci trascina tutti.
L'ipocrisia del linguaggio e della istruzione, la veggente forza del verismo avranno la loro catastrofe necessaria; ma non i filosofi, o i poeti, o le leggi potranno dominarla.
Le premesse del sillogismo sono poste, e la conclusione non pu essere cambiata da forza o da ingegno umano. Sar quello che deve essere.
Nel libro del Bovio la soluzione si travede, ma gli uomini che odiano la retorica sorrideranno. Sono uomini troppo pratici per credere quel che loro non torna conto.
...
.
...
DI UN GIORNALE ANNUO.
...
.
...
Veramente se giornale vien da giorno, sbagliano gli editori che stampano, per esempio, giornale settimanale; e il periodico che esce alla luce una volta all'anno dovrebbe dirsi annuario. Ma oramai annuario ha assunto un significato cos determinato di volume dove sono inscritti i fatti accaduti nell'anno, scientifici, statistico, ecc.; e d'altra parte la parola giornale ha preso nell'uso comune un significato tanto largo, che non c' nulla da dire sopra un giornale che esce una volta all'anno.
.
Questo, di cui parliamo,  un giornale monarchico-costituzionale che deve uscire alla luce tutti gli anni nel giorno dello Statuto, a maggior gloria ed onore di tutti i suoi articoli, anche del primo; e s'intitola Italia e Casa Savoia. Chi proprio volesse dire che l'editore Zanichelli con quel fascicoletto annuo convertir molti alla fede ortodossa dello Statuto, direbbe certo uno sproposito.  inutile: la coccarda azzurra che lo Statuto dichiara nazionale, non la porteremo pi. E nemmeno da un periodo che porta quel titolo bisogna aspettarsi pi di quel che promette, in riga di opinioni.  troppo facile capire che non  suo compito sostenere il suffragio universale.
Eppure, poich bisogna esser giusti con tutti, ha un merito grande; quello cio di non cadere, nel disegno se non nella esecuzione, in quelle scimunite cortigianere che ad altri avrebbero fatto compilare un fascicolo di liriche alla Corona od un volume di prose intorno al bene inseparabile. Il giornale vuol essere una pubblicazione storica e diplomatica, una raccolta di documenti o inediti, o rarissimi, o riprodotti dall'autografo; quindi  bene che se ne possa trarre una utilit non piccola, e che quelle pagine che potevano servire alla canonizzazione di una Carta male interpretata e peggio eseguita, servono invece ad impinguare l'archivio storico-nazionale.
.
Questo giornale, dopo gli inevitabili ritratti della famiglia regnante, contiene una serie di autografi, di medaglie e di illustrazioni agli autografi ed alle medaglie, che sono utilissimi e curiosi. Apre la serie una lettera di Luisa di Savoia, madre di Francesco I di Francia, diretta a Carlo V. A dir vero, in costei, se c'era sangue di casa Savoia, non c'era nulla d'italiano, e fin anzi col diventare francese affatto d'anima e di sensi, anche contro l'interesse della famiglia dalla quale era uscita. E nemmeno fu modello di donna, bench fosse madre affettuosa sino al fanatismo. La dissero, forse non senza ragione, avara, crudele, ambiziosa e lasciva. Certo le apparenze non le sono tanto favorevoli, come da alcuni si volle, nel brutto affare di peculato che mand il tesoriere di Francia alla forca; e certo poi il tradimento del conestabile di Borbone, cos dannoso alla Francia, si deve imputare a lei, e forse alla sua libidine insoddisfatta. L'amore sviscerato che port piuttosto alla grandezza della stirpe uscita da lei, che alla felicit dei figli, non basta ad assolverla.
.
Miglior figura  il duca Emanuele Filiberto, del quale abbiamo la firma a' piedi di una lettera italiana dove si ordina al giudice di Moriana di rilasciare certi vassalli incarcerati contro giustizia. Questa almeno  faccia d'uomo, e d'uomo forte; questo almeno  un carattere. Si sa; il soldato che vinceva a San Quintino come avrebbe vinto un vecchio condottiero, cio per interesse e non per fede, non poteva essere il modello de' principi, se pure per costoro c' modello diverso da quello terribile descritto dal Segretario fiorentino. Ei pu dire che da Emanuele Filiberto comincia ad entrare in pratica la nota teorica che, bene applicata, riusc ad imbandire il carciofo intero alle mense dei duchi di Savoia. Da quel tempo il Piemonte cominci ad avere influenza sull'Italia e ad agognare quegli ingrandimenti successivi che lo condussero al trionfo. E quel che pi vale, almeno la lettera di questo soldato di ventura  umana pi di quelle di molti principi che non seppero mai di che colore sia il sangue.
.
Segue Carlo Emanuele I, soldato e poeta che sogn, a profitto proprio, l'indipendenza e l'unit d'Italia. Ma la santa parola non fu udita in questa terra di sciagure, a quei tempi di flagelli. Le vittime non avevano pi orecchie per udire; o se udirono, non si fidarono di un principe. Il duca scagliava soldati e sonetti contro la Spagna, ma l'Italia guardava e taceva senza commoversi. Il medio evo le aveva insegnato la storia di messire Renart e delle sue astuzie, ed ella se ne ricordava troppo bene.
.
Madama Reale, la figlia di Enrico IV e reggente dello Stato alla morte di Vittorio Amedeo I, fu la personificazione della scostumatezza, della bigotteria, della superbia e di parecchi altri vizi di simil risma. Nessun compiacente biografo l'ha potuta, non che scolpare, scusare. Con lei entrarono nello Stato la guerra civile e gli orrori di una lotta insensata e testarda.
La sua memoria  ancora maledetta in Piemonte ed a Torino dove si conserva l'originale dell'importante lettera riprodotta nel periodico di cui parliamo.
.
Il principe Tomaso di Carignano, capo del ramo ora regnante, segue con una lettera nella quale si congratula col padre per una vittoria. Vittorio Amedeo III, il primo re di Sardegna, scrisse una lettera di complimento alla fidanzata del figlio, che fu Carlo Emanuele III: del quale pure abbiamo una lettera diretta alla stessa. Ma l'autografo pi curioso di tutta la raccolta  forse quello di Eugenio di Savoia.
Costui fu senza dubbio il miglior capitano del suo secolo, ed  peccato che l'ingegno suo fosse al servizio di casa d'Austria. Parve che non avesse patria, tanto che firmava in tre lingue, dicendosi Eugenio von Savoje.
.
Ma basta vedere che razza di carattere ostrogoto, che razza di ortografia vandalica usava, per capire come la penna non fosse il suo forte. Fu uomo di spada, quantunque avesse cominciato coll'essere un povero abatino, magro, brutto ed impacciato; e Luigi 14, che a Versaglia lo aveva canzonato quando lo sent chiedere servizio nell'esercito, dovette ben pentirsi della canzonatura quando se lo trov contro, capitano vittorioso, anzi primo tra i capitani del suo tempo. Non basta avere spirito per canzonare; bisogna averne anche per capire.
.
Di minore interesse sono le lettere di Maria Luisa regina di Spagna, e di Maria Adelaide duchessa di Borgogna. Queste due povere donne non ebbero influenza grande sulle cose del tempo loro e, tranne la curiosit, null'altro ci soddisfa in quei grandi scarabocchi.
La lettera di Carlo Alberto al Villamarina intorno l'invasione di alcuni croati ubriachi entro i confini,  gi conosciuta. L'ufficiale austriaco  accusato di aver commesso una rodomontata, ma davvero non sapremo se un po' dello stesso peccato non guasti la lettera.
Il dispaccio di Vittorio Emanuele a Cavour, scritto durante la campagna del 1859, ci fa capire come a ragione il Massari si vantasse di rizzare la grammatica degli altissimi scritti. Ce n'era bisogno, a quanto pare.
Chiudono le serie alcuni scarabocchi di Napoleone Terzo a Vittorio Emanuele.
.
Lasciando a parte tutto quel che va lasciato da parte, la pubblicazione  utile assai per la storia e fatta bene. Di pi offre il campo a molte riflessioni curiose. Per esempio, ci sembra trasparire da tutto, quel segreto felice che ha condotto casa Savoia a quell'altezza che era follia sperare: cio la pieghevolezza pensata e misurata in tutto quel che riguarda la sovranit ed i suoi diritti, purch giovi alla dinastia. I regnatori di questa Casa sanno cedere o dimenticare a tempo l'autorit suprema che non tengono in alto de' loro pensieri e che non tengono sacra come sacerdozio; ma sanno far profittare alla Casa quel che perdono nella sovranit.
Cos Carlo Alberto, che non era quel gran liberale che vogliono gli storici ufficiali, largisce lo Statuto e passa il Ticino, l dove Pio IX scappa a Gaeta. Cos Vittorio Emanuele corre i rischi del 1859 o si ferma a Torre Malimberti, secondo dettano gli interessi della Casa. A questo modo vedremo presto Umberto I firmare il decreto che istituisce il suffragio universale, l dove Luigi XVI, convinto della sua sacra autorit, avrebbe posto il veto e perduta la testa sul palco.
Che queste pieghevolezze siano spontanee, che queste rinuncie siano fatte senza rincrescimento, nessuno lo vorrebbe sostenere. Ma intanto i principi insegnano al popolo come si fa a stare a galla in un mare burrascoso, come si fa a profittare anche di quella evoluzione, alla quale certuni preferiscono l'immobilit ed il domma.
...
.
...
NOTERELLE D'UNO DEI MILLE.
...
.
...
Non si scrivono pi epopee, ma per fortuna se ne fanno ancora; e l'impresa dei Mille non ha nulla da invidiare alla conquista del Lazio od al trionfo delle armi pietose.
Il povero Nievo, che doveva narrarci la gloriosa storia, naufrag miseramente, e tra i Mille, se non erro, di veramente artista non c'era che lui. Ma ecco un piccolo libro che sotto il modesto titolo di noterelle ci conduce dalla spiaggia di Quarto alle barricate di Palermo; ecco un documento, personale se volete, ma autentico e ben redatto, di un momento storico intorno al quale i posteri nostri cercheranno avidamente testimonianze che spetta a noi lasciare incontestate, sicure, provate.
.
Chi scrive, cerca di farlo senza cadere nel sospetto di volgare rclame; ma questa volta non pu fare a meno si sospetti quel che si vuole, di raccomandare le Noterelle di uno dei Mille, edite dopo vent'anni da G. C. Abba e stampate a Bologna or ora da Nicola Zanichelli. E' un bel libro; e la certezza che i lettori saranno tutti dello stesso parere, mette in pace la coscienza di chi raccomanda e loda. Cos capitassero spesso le occasioni di lodare senza esser sospettato!
.
Non  storia, ma un libro di memorie personali, intime, scritte veramente da uno dei Mille. La storia ufficiale, diplomatica o militare, oramai la conosciamo; quel che ci mancava era appunto la storia intima che il Dumas aveva romanticamente gonfiato, il diario del campo, l'impressione del volontario che segue il capitano senza saper dove si vada e galoppa alla carica ignorando se eseguisca un assalto o protegga una ritirata. Volevamo sapere gli affetti ed i pensieri di quella gagliarda giovent italiana, che pur nata sotto leggi oppressive e corruttrici, si svegli un bel mattino in piena guerra d'indipendenza e seppe trovare in s il patriottismo e l'energia necessaria per scuotere il torpore insegnato e incoraggiato, prender l'armi lasciando ogni cosa pi caramente diletta, gettarsi nelle battaglie della patria. I fatti li conoscevamo; dobbiamo ora conoscere gli uomini che compirono i fatti.
.
Partono in diciassette da Parma, di nascosto, come se andassero a commettere un delitto, e vanno forse a morire per una santa idea.
Sembra che il mistero delle congiure sia necessario per dare il sangue alla patria; sembra che la notte non sia abbastanza oscura per compiere un atto di eroica generosit. E quel ch' peggio, tutti conoscono il segreto della congiura, tutti gli occhi ne parlano, tutti i gesti lo tradiscono; ma la ipocrisia che governa vuol che se non  segreto, almeno paia. Se la cosa va bene, si dir che non solo il mistero era conosciuto, ma che fu sottomano promosso od aiutato; se la cosa va male, si rinnegheranno i filibustieri, e il capitano dell'impresa andr in carcere al Varignano un po' prima del tempo.
.
Poich i Mille partono sapendo che la loro ricompensa sar soltanto nella coscienza di un sacrificio tranquillamente compito,  ben giusto che il sacrificio profitti a qualcheduno. Anche questa  la teoria del carciofo.
"Biancheggiava una casina di l da un gran cancello in un bosco oscuro, nella cui profondit, pei viali, si movevano uomini affaccendati. Dinnanzi sulla strada che ha il mare l sotto, v'era gran gente e un bisbiglio e un caldo che infocava il sangue. La folla oscillava: Ecco! No, non ancora! Invece di Garibaldi usciva dal cancello qualcuno che scendeva al mare o spariva per la via che mena a Genova. Verso le dieci la folla fece largo pi agitata, tacquero tutti; era Lui.
.
"Attravers la strada, e per un vano del muricciolo, rimpetto al cancello della villa, seguito da pochi discese franco gi per gli scogli. Allora cominciarono i commiati... La barca sulla quale mi tocc montare, dondolava straccarica. I barcaioli, per farci stare che non si capovolgesse, ci pregavano di guardare verso Genova le luci verdi e rosse che splendevano nella notte, come se fossimo bambini. Verso le undici, da una barca gi in alto, udimmo una voce limpida e bella chiamare: "La Masa!" e un'altra voce rispondere: "Generale!" Poi non s'ud pi nulla.
.
"Intanto le ore passavano; eravamo cullati dall'onda e mi addormentai. All'alba fui destato e vidi due navi maestose, l ferme dinnanzi a noi. Tutte le barche furono spinte verso quelle. Mi volsi addietro. Genova e la riviera apparivano laggi incerte, in un velo vaporoso: ma i miei monti esultavano alti e puri dominando la scena. Una brezzolina increspava le acque: sulle navi si faceva un gran vociare; era una tempesta di chiamate, di apostrofi ed anche di sagrati che lasciavano il segno nell'aria come le saette. Fu una mezz'ora di gran furia a chi facesse pi presto ad imbarcarsi, e anch'io potei finalmente agguantare una gomena e salire".
.
La storia dice tutto questo con una frase sola: -Garibaldi e mille volontari s'imbarcarono a Quarto per la Sicilia nella notte del 5 maggio 1860. Lo storico pi diffuso potr aggiungere che il 5 maggio  l'anniversario della morte di Napoleone primo e ricordare l'inno del Manzoni; ma in verit non  da dolersi che sopra le aride date della storia vengano a sovrapporsi queste impressioni dal vero, queste testimonianze de visu le quali ci fanno assistere alla scena, solenne, ci dicono tutto il dramma della partenza per l'ignoto, pel martirio forse. Cos si comprende meglio il sacrificio eroico di coloro che furono poi compensati con cento lire al mese, lorde dalla ricchezza mobile, in pagamento adeguato dell'aver dato al Re di Sardegna la corona di Italia.
.
"M'ero fitto in mente che questo capitano del Lombardo fosse un francese. L'aria, gli atti, il tono suo di comandare, lo mostrano uomo che in s ne ha per dieci. A capo scoperto, scamiciato, iracondo, sta sul castello come se schiacciasse un nemico. L'occhio fulmina da per tutto: si vede che sa far tutto da s. Fosse in mezzo all'oceano, abbandonato su questa nave, egli solo basterebbe a cavarsela. Il suo profilo taglia, come una sciabola: se aggrotta le ciglia, uno cerca di farsi piccino: visto di fronte, non si regge al suo sguardo. Eppure a tratti gli si esprime in faccia una grande bont. Che capriccio fu quello di chiamarlo Nino?-Bixio! Ecco il nome che gli sta: almeno rende qualcosa, come un guizzo di folgore...
.
"Il caporale P... si lasci sfuggire non so che brutte parole, e Bixio gi, gli scaravent un piatto in faccia. Ne venne un po' di subbuglio. Come un razzo Bixio, fu sul castello gridando "tutti a poppa! tutti a poppa!" E tutti ad affollarsi a poppa, rivolti a lui ritto lass che pareva l per annientarci.
.
E parl:- "Io sono giovane, ho trentasette anni ed ho fatto il giro del mondo. Sono stato naufrago e prigioniero, ma sono qui, e qui comando io! Qui sono tutto io, lo czar, il sultano, il papa, sono Nino Bixio! Dovete obbedirmi tutti; guai a chi osasse un'alzata di spalla, guai a chi pensasse di ammutinarsi! Uscirei colla mia uniforme, colla mia sciabola, con le mie decorazioni e vi ammazzerei tutti! Il generale mi ha lasciato comandandomi di sbarcarvi in Sicilia: vi sbarcher. L m'impiccherete al primo albero che troveremo; ma-e misur collo sguardo lento la calca - ma in Sicilia, ve lo giuro, ci sbarcheremo!-
.
"Viva Nino Bixio! viva, viva, viva! E mille braccia si alzarono a lui, che stette lass un po' fiero; mai poi impallid, gli balenarono gli occhi e ci volse le spalle...
.
"Un piccolo legno veniva da terra. Bandiera inglese. Bixio prese un foglio, vi scrisse sopra qualcosa, fece fendere un pane e ci mise il foglio. Quando il legno pass, quasi rasento a noi, gett il pane che cadde in mare. Allora-grid, facendo tromba colle mani-dite a Genova che il generale Garibaldi  sbarcato a Marsala, oggi a un'ora pomeridiana!-
.
"Sul piccolo legno fu un levar di mani, un batte d'applausi, uno sventolare di fazzoletti, evviva, viva, viva!"
Dite il vero, se qui non trovate la biografia di Nino Bixio, non lo vedete per vivo, pi vivo che nella Vita del Guerzoni? Anzi, non  storia anche questa, storia colta sul momento dell'azione e parlante?
.
Cos  tutto il libro dell'Abba, fino al 21 giugno, fino all'arrivo del Medici dopo la resa di Palermo. Non  egli degno di esser raccomandato e lodato? Non  egli da desiderare, da pregare l'autore che ci narri il resto della epopea santa, fin dove gli occhi suoi videro? Nessun dubbio che tutti siamo d'accordo. Aspettiamo.
...
.
...
FILOSOFIA.
...
.
...
C' un articolo nella legge Casati, e nelle successive, che d facolt al ministro della istruzione pubblica di nominare alle cattedre universitarie vacanti, senza bisogno del sacramentale concorso, gli uomini che siano illustri nella scienza di cui appunto  vacante la cattedra.
.
Questa  la legge: e, che io mi sappia, la legge non contempla il caso delle opinioni pi o meno ortodosse dei professori. Ed alla legge, anche a quella firmata dal Casati, faccio tanto di cappello. Non si dir che il Casati fosse un gran repubblicano od un ateo pericoloso.
Questa  la legge, ed un ministro del re ne usa in un senso che non piace ad una fazione politica o ad una setta filosofica. Ed ecco gli strilli, le proteste, i vituperi, come se il presente disordine di cose fosse in pericolo! Oh, si grida, con che autorit il ministro a giudicare di cose scientifiche? Il dar la patente d'illustre ad uno,  un ledere la libert dell'insegnamento, perch impone quasi ai professori le simpatie filosofiche del ministro.  un abuso, una illegalit, una infamia...
.
Calmatevi, bollenti teisti! Chi d questo diritto al ministro  la legge Casati, e questo diritto fu usato cento volte da cento ministri. Solo che, quando si tratt di nominare i seguaci della metafisica del Mamiani, nessuno mosse bocca, e si che le celebrit si potevano discutere. Ma ora che una nomina non va a versi a tutti quei centomila preti male spretati che insegnano la filosofia ufficiale nei Licei e nelle Universit italiane, le rane gracidano ed invocano da Giove un re assoluto.
.
Il ministro ha questo diritto per legge, e se non vi piace, fate mutar la legge.  strano poi che in questo caso si  voluto di una questione di diritto fare una questione personale, obbedendo ad animosit piccine che dovrebbero avere il pudore di nascondersi quando si tratta di cose ben pi elevate che una biliosa ira tra ministri vecchi e nuovi. Non ho mai visto il Baccelli, non temo e non spero gli avversari: ma quando la legge gli d ragione, io sono zero via zero, ma gliela do anch'io.
.
Dir poi che lo stato della filosofia in Italia oggi fa vergogna. La scuola pi audace  la hegeliana che regna nel mezzogiorno, una scuola che altrove  stata sorpassata e sepolta da lungo tempo. Nel resto d'Italia, specialmente nell'Italia superiore, un nugolo di abati disabatati insegna un giobertismo mal cucinato, un rosminismo messo in passo coll'Indice-insomma una vergogna. Qua e l, qualche ingegno forte studia le cose moderne, si mette in corrente, osa parlare di positivismo, di Comte, di Darwin, di Spencer, di Haeckel, di Hartmann; osa notare la rivoluzione che l'intelligenza delle scienze naturali ha portato nei canoni della filosofia: qualcuno osa ripetere il vecchio grido galileiano: fisica, salvami dalla metafisica! Ebbene, queste sono le pecore segnate. La mafia metafisica imperante sino ad oggi, ha tenuto in briglia questi puledri non castrati, ed ora, che s' un po' rotto il chiuso, le strida vanno al cielo.
.
Dunque chi non insegna la filosofia ortodossa non pu esser illustre, anche se ha scritto quel che ha scritto l'Ardig? Perch  curioso lo studio degli strilloni: fingono di credere che l'Ardig sia il primo professorucolo capitato, il cui nome non sia mai uscito dalle pareti della scoletta! Oh, no! Questi professori, pi oscuri della notte e pi ignoti che Carneade a Don Abbondio, bisogna cercarli tra i metafisici ufficiali dei licei e delle universit i pi cari alla setta teista. Ora i filosofi veri, quelli soli che possiamo mettere avanti senza arrossire, dobbiamo cercarli nei gabinetti scientifici, non sulle cattedre, disonorate la maggior parte da un cretinismo che non ha riscontro altrove.
.
Il papa, che la sa pi lunga di tutti questi strilloni che aspettano il boccone che chiuda loro la bocca, il papa ha capito dove era il pericolo, e s' messo con giudizio a riformare l'insegnamento della filosofia nelle scuole ecclesiastiche. Ha capito che al positivismo non si potevano opporre che le argomentazioni del tomismo.
.
Ha capito che non si poteva far altro che risuscitare la scolastica co' suoi sillogismi tentatori per imbrogliare un po' le carte in mano a coloro che traggono deduzioni dai soli fatti. Ma avesse dovuto pensare alla sola Italia, senza dubbio non avrebbe mosso foglia. La filosofia che s'insegna ufficialmente non ha bisogno di confutazione, poich nelle menti dei discepoli il solo ebetismo dell'insegnamento  prova palmare della imbecillit delle scuole filosofiche. Cos, mentre il papa pensa a provvedere ai guai che possono portare le scuole positiviste, da noi si grida all'unissono col papa e si vitupera un ministro perch a norma di legge ha premiato un filosofo reo d'esser positivista.
.
Non solo  da passar sopra a questi strilli femminili di una mafia che teme di veder finire la sua potenza fondata sull'asinit generale, ma  da provvedere fin dove si pu a questa ridicolezza degli studi filosofici in Italia. E dico ridicolezza per non dir peggio.
Che il Filopanti, che fa scuola a s, e che  puro di ogni sospetto, e che parla secondo profonde convinzioni, che non divido ma rispetto, dimentichi il diritto del ministro e protesti; lo intendo.
.
Ma non intender che una setta, cresciuta di potenza appunto in forza della legge Casati, gridi contro un ministro che oper secondo la legge stessa; non lo intender se non supponendo un basso calcolo ed una vergognosa camorra. Amo quindi supporre che gli strilloni avessero in quel punto dimenticato la legge.
Via, non basta l'esempio dato a proposito dell'Ardig; ce ne vogliono molti altri. Una filosofia, italiana passi; una filosofia pontificia, mai.
...
.
...
FINE.